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Chapter 6

Capitolo 5


5

In che diavolo di disastro mi sono cacciato?

Dopo tre secondi sul set ho capito immediatamente di aver commesso un errore colossale.

Al centro di un enorme spazio ci sono tre postazioni stipate all’inverosimile di materiali, una parodia kitsch del più elaborato banco di lavoro mai inventato dall’uomo. Ognuna contiene due tavoli da imballaggio di dimensioni industriali, con la superficie in legno levigato, tre sgabelli, quella che posso solo supporre sia una lavagna per gli appunti – uccidetemi subito – e diverse cassette che nascondono Dio sa cosa.

Lungo il confine esterno del set ci sono sezioni dedicate a quelle che, a quanto pare, sono le priorità più importanti di un matrimonio: inviti, location e centrotavola. Ogni sezione contiene una varietà sconvolgente di strumenti, forniture, prodotti. Sento un macigno sullo stomaco e vengo sommerso dalla sensazione che sarà più dura di quanto immaginassi. Una vera carneficina.

E, naturalmente, i colori sono brillanti, i tavoli bianchi, i parquet grigio-verde, rosa e violetto, e le pareti color acqua marina. Chi ha avuto la brillante idea di affidare la progettazione di questo set a un adolescente?

Dire che non è il mio ambiente sarebbe un eufemismo. Non c’entro niente con questo posto, sicuramente non c’entrano i miei jeans scuri e la mia maglietta nera. Thad, d’altra parte, indossa una stupida camicia di lino perché, parole sue, “non suderà tanto con un tessuto traspirante”.

Sembra un idiota.

In una manciata di secondi, mi sono venute in mente almeno cinque scuse per tirarmi fuori da tutto questo, tutte molto valide.

Mi ha appena chiamato un cliente, l’appuntamento per la mediazione è stato spostato a sabato. Devo andare.

Ho dimenticato di finalizzare il pagamento sull’app del taxi e il tassametro sta ancora correndo.

Ho mangiato dei gamberi strani ieri sera, ho bisogno del bagno, subito.

*Coff* *Coff* Mi sono preso la malaria ieri notte al bar, non penso di farcela.

Ho fatto un errore, non voglio stare qui, peace and love.

L’ultima è la verità, ma anche la malaria in questo momento mi sembra un’opzione sensata.

L’idea di perdere quel poco tempo libero che mi resta a confezionare mazzi di fiori e aiutare mio fratello a pavoneggiarsi fasciato di tulle non è per niente allettante.

Per non parlare del fatto che mi sento come un pesce fuor d’acqua e dovrò farmi filmare mentre organizzo un evento in cui non credo neppure.

Sono il tipico avvocato divorzista che odia il matrimonio. Lo so, parlo come un cliché ambulante, ma non ho ancora vissuto l’esperienza di una relazione sana e quindi non ho nulla che confuti le mie convinzioni.

Sono sicuro che Thad e Naomi abbiano un rapporto meraviglioso, ma vedremo cosa ne resterà dopo che sarà messo sotto torchio nel corso dei prossimi due mesi.

«Sei così teso, rilassati» dice Thad, camminandomi accanto con un panino in mano. È… mortadella? Continua a parlare con la bocca piena: «Vai al tavolo del fai da te. Hanno dei cazzo di vermi gommosi. So già come impiegare la pausa.» Mi prende per un braccio e mi indica la sua tasca. «Me ne sono già infilati un po’ nei jeans. Sono gratis, fratello.»

Cristo Dio.

Naomi si avvicina con un sandwich e sorride. «Non posso mangiare affettati per via del bambino, ma ho riempito il mio piccolo amico qui di formaggio e senape, ed è davvero squisito. Hanno un pane così croccante.»

«Ma è il dentro che è un paradiso» conclude Thad al suo posto. «Mai provato niente di simile.»

«Potrei chiedergli dove lo prendono.» Naomi esamina il suo panino – è così traboccante di formaggio che mi fa venire voglia di vomitare.

«Io potrei chiedere un po’ di mortadella.»

«E di formaggio.»

Thad inarca le sopracciglia. «E qualche verme gommoso.»

«Probabilmente è tutta roba del discount» dico alzando gli occhi.

«Lo spero proprio» dice Thad. «Con l’arrivo del bambino, il paparino qui ci dovrà fare l’abbonamento. In ogni caso mi toccherà comprare l’equivalente del mio peso in pannolini.» Mi dà di gomito. «Mi hai sentito? Mi chiamo “paparino” da solo. Mi diverte un sacco.»

«A me per niente.»

Thad mi fissa. «Mi sa che hai troppi pochi zuccheri nel sangue. Sembri piuttosto irritabile. Perché non vai da qualche assistente e gli chiedi un caffè o qualcosa del genere? Tirati su. Ci aspetta una lunga giornata di riprese.»

Come se non lo sapessi anche troppo bene, cazzo.

Il programma ci è stato consegnato via e-mail la settimana scorsa e c’è mancato poco che chiamassi mio fratello per avvertirlo che gli avrei dato buca.

Ci filmeranno ogni weekend per due mesi. I giorni feriali sono liberi – troppo gentili –, i sabati sono riservati alle sfide, e le domeniche al confessionale. Obbligo tassativo di partecipazione. I matrimoni verranno celebrati l’ultimo weekend, tutti in fila – venerdì, sabato e domenica – e i vincitori saranno decretati a distanza di qualche settimana. C’è un piccolo ritardo tra le riprese e la messa in onda.

Ogni weekend ci verrà presentata una sfida. Chi se la aggiudicherà potrà decidere se ricevere più soldi per il matrimonio o scegliere un elemento di arredamento o di design.

Onestamente, la cosa non ha suscitato il mio interesse. Proprio il contrario. L’unica cosa a cui sono riuscito a pensare è che mi hanno strappato via ogni fine settimana per un’intera estate.

Mi stropiccio gli occhi e faccio un lungo sospiro. «Sì, caffè.» Lascio quei due ai loro panini e vermi gommosi e mi lancio alla ricerca di un assistente.

Il set è pieno di gente che gironzola qua e là. Del resto, questi sono gli ordini: i concorrenti hanno ricevuto l’indicazione di muoversi senza una meta finché non saranno chiamati. Be’, io non ho ancora visto nessuno dei nostri avversari o dei membri della giuria, né tantomeno la conduttrice su cui Lucas stava sbavando.

Ci hanno dato zero dritte. Non c’è un programma della giornata. E nemmeno una sola persona che abbia il compito di controllare questo caos o comunicarci la scaletta. E a quanto pare nessuno se ne preoccupa a parte me.

Mi sento ribollire il sangue. Decido di andare al banco del fai da te a cercare un caffè. Vorrei aggiungere che mi sembra davvero assurdo che Naomi e Thad stiano mangiando panini alle otto del mattino, soprattutto perché, quando mi avvicino al tavolo, mi accorgo che è pieno di leccornie perfette per una colazione.

Individuo la caraffa del caffè, prendo un bicchiere di carta, lo posiziono e tiro la leva. Non esce niente. Mi prendete per il culo? Niente caffè? Non che non possa farne a meno, ma non vedo perché quella stupida caraffa debba essere vuota, con tutta questa gente in giro. Esamino la stanza e individuo un’area bevande proprio di fronte a me. Dio, grazie.

Mi dirigo verso la caraffa, ci metto sotto la mia tazza e tiro la maniglia. Vuota anche questa.

Sul serio?

«Cristo» mormoro, girandomi verso la prima persona che mi passa accanto. «Ehi, hai intenzione di riempirla o no?»

La ragazza inciampa e i lunghi capelli neri le ricadono sulle spalle. Mi guarda strabuzzando gli occhioni scuri.

«Io…»

Spingo la tazza nella sua direzione. «Caffè, per favore. Se mi fate arrivare qui alle sette e mi costringete ad aspettare un’ora e mezza, il minimo che potete fare è portarmi un caffè.»

«Non è compito mio» fa lei, cercando di restituirmi la tazza.

«Non mi interessa. Caffè per favore.» Vedendo che non si muove, mi arrabbio ancora di più e mi avvicino. Adesso ci sono solo pochi centimetri a dividere le nostre facce. «Non mi va di metterti nei casini. Ho detto, per favore, di trovarmi del caffè. Grazie.»

Storce la bocca mentre i suoi occhi scrutano i miei con un misto di paura e rabbia. Alla fine si volta e fa per incamminarsi. «Subito…» risponde prima di andarsene a tutta velocità, borbottando sottovoce qualcosa che non riesco a sentire. Mi passo una mano sulla faccia: ho appena sfogato la mia irritazione su una poverina che non aveva nessuna colpa. Quando torna, troverò qualcosa di strano nella mia tazza, ci scommetto dieci dollari.

Non sono la persona giusta per questa roba. Dedicarmi al fai da te, mostrare la mia creatività, usare le mani per realizzare cose… sì, non è proprio nelle mie corde.

Ti serve qualcuno per un dibattito? Sono il tuo uomo.

Hai bisogno di un professionista che ti difenda, che ricostruisca i fatti e imbastisca una valida argomentazione? La tua ricerca è finita.

Ma inviti di matrimonio, torte a strati, playlist di nozze… Cazzo, avrei dovuto tirarmene fuori quando ne ho avuto l’occasione.

Maledetto Thad e maledetti i miei sensi di colpa.

Mi premo una mano sulla fronte e torno da lui e Naomi, stanno finendo i loro panini mentre chiacchierano con due tizi. Quando mio fratello mi vede, esclama: «Alec, vieni qui. Voglio presentarti Declan e Cohen.» Stringe gli occhi in due fessure mentre mi scruta. «Che ne è stato del “domare la bestia con un po’ di caffè”?»

«Non cominciare» mormoro mentre mi volto verso i due estranei. Sono entrambi alti e in forma, e sembrano terrorizzati quanto me.

«Cohen, Declan, lui è mio fratello, Alec. Alec, loro sono Cohen e Declan, una delle coppie contro cui gareggeremo.»

Una coppia? Oh cazzo. Odio ammetterlo, ma non abbiamo alcuna chance contro questi due, che posso descrivere solo in questi termini: un Thor coi capelli corti scuri e un Clark Kent asiatico. Voglio bene a mio fratello, ma non è al loro livello, specialmente considerando che la sua fidanzata si sta abbuffando di panini al formaggio e ha della senape sul mento.

«Piacere di conoscervi» dico stringendo la mano a entrambi. Poi mi affretto a conficcare i palmi in tasca. «Uno di voi ha qualche talento per l’artigianato?»

Declan si aggiusta gli occhiali. «Cohen è un falegname e sua sorella è la nostra arma segreta. Che mi dici di voi?»

«Be’… sappiamo allacciarci le scarpe. Credo che possiamo giocarci quest’abilità» rispondo in preda al terrore al pensiero di due mesi di weekend spazzati via… per niente.

Thad mi rifila una botta allo stomaco, facendomi piegare in due. «Sappiamo fare molto di più che allacciarci le scarpe. Siamo pieni di talenti multiformi.»

Tipo sparare stronzate.

«Naomi ha occhio per il design.»

«Adoro i colori vivaci» aggiunge lei con la senape ancora sul mento.

Quindi questo set deve piacerle parecchio.

«E io sono un eccellente panificatore» aggiunge Thad. «Proprio l’altro giorno ho preparato una teglia di focaccine che avrebbe fatto inchinare la regina Elisabetta in persona.»

Ma di che parla? Ce le ho presenti le sue focaccine, potrebbero romperti un dente se non stai attento.

«E Alec qui… be’, lui è la nostra arma vincente. Avvocato di giorno, Martha Stewart di notte. Senza Snoop Dogg, però.»

Wow, e questa da dove diavolo salta fuori? Certo, so cucinare un arrosto a fuoco lento e piegare correttamente un lenzuolo, ma diciamo pure che Martha Stewart è un’altra cosa.

«Siamo una squadra temibile» aggiunge Thad.

«È fantastico. Non vedo l’ora di vedere cosa vi inventerete» risponde Declan mentre il suo compagno tiene gli occhi fissi a terra. A quanto pare è lui quello tranquillo. «Io sono qui per dare una mano, ma saranno Luna e Cohen a guidare il team.»

«Luna, che bel nome» fa Naomi pulendosi finalmente la senape. Perlomeno ora si può dire che abbiamo tutti e tre il mento pulito. Un punto a nostro favore.

«Parli del diavolo…» fa Declan mentre qualcuno spinge una tazza di caffè nella mia direzione. E me ne rovescia un po’ sulla scarpa, a dirla tutta.

«Luna» la rimprovera appena Cohen. Mi guarda senza fare una piega.

Caaaaazzo. Non era un’assistente.

No, la ragazza dai capelli corvini e gli occhi scuri fa parte della concorrenza.

«Ecco a lei, padrone. Ho aggiunto un po’ di panna e zucchero e un extra speciale.» Mi fa l’occhiolino, e io rabbrividisco pensando a quell’“extra-speciale”. «C’è qualcos’altro che posso fare per lei, Sua Maestà?» Wow, non ha intenzione di mollare la presa. Adesso ho ben quattro paia di occhi che mi fissano, il più intimidatorio dei quali è senza dubbio quello di suo fratello.

«Ehm…» faccio io, a corto di parole.

«Perché se le serve qualcos’altro, deve chiedermelo ora, prima che iniziamo a filmare. Forse questa notizia la sorprenderà, ma non sono in grado di fare due cose contemporaneamente. Quindi, qualche altra richiesta?» Batte il piede a terra, le mani sui fianchi.

Cerco di rispondere al suo sguardo di sfida con una battuta che cade completamente nel vuoto. «Ciambelle fatte in casa domattina, consegnate direttamente al mio indirizzo fresche fresche di friggitrice. Grazie.» Stringe gli occhi. Poi volta di scatto la testa e prende per mano Cohen e Declan, trascinandoli via.

Okay, probabilmente non era la risposta migliore da dare a una ragazza già arrabbiata, soprattutto considerando che dovrò vederla ogni weekend per i prossimi due mesi. A quanto pare non coglie molto bene il mio senso dell’umorismo.

«Perché diavolo l’hai fatta incazzare?» chiede Thad dandomi un colpetto sul braccio, appena sono a distanza di sicurezza. «Non mi pare saggio mettersi contro una come lei. Sembra più che capace di scrutarti l’anima e usare ciò che ci trova dentro per distruggerti.» Mio fratello lancia uno sguardo verso quei tre. Sono raggruppati intorno al tavolo da lavoro e stanno chiaramente parlando di me – continuano a lanciare sguardi rapidi nella mia direzione. «E non so voi, ma io preferirei essere amico piuttosto che nemico della concorrenza. Avete visto i muscoli di Cohen? Potrebbero tornarci utili per sollevare qualcosa. E quel Declan ha di certo qualche asso nella manica. Faceva il modesto, ma ci scommetto che quel tipo sa come far quadrare un bilancio, e fino all’ultimo centesimo. È stato davvero stupido da parte tua, Alec. Davvero stupido, cazzo. Ci fai partire già svantaggiati. E perché mai le hai chiesto un caffè? È chiaro che non è un’assistente.»

Mi porto una mano sul viso. «Chiudi quella cazzo di bocca, Thad.»

«Mi sa che ci siamo» esclama una voce femminile alle nostre spalle. «Siete una delle famiglie in gara?» Mi volto e vedo tre donne in piedi una accanto all’altra: due ragazze sulla soglia dei trent’anni, una bionda con gli occhi azzurri, l’altra bruna con gli occhi castani, e un’altra, più anziana, che assomiglia alla bionda.

Oh, cazzo. Una coppia lesbica. Siamo fritti.

Team Hernandez

Concorrenti: Luciana, Amanda e Helen, una madre prepotente e con un’opinione incredibilmente decisa su tutto o quasi (scarpe, postazioni di lavoro, illuminazione, il naso del cameraman). Tirate fuori un argomento qualsiasi, lei avrà qualcosa da dire.

Competenze: Amanda è una personal trainer. Luciana possiede e gestisce una spa per cani. Helen è specializzata nel dire a tutti cosa dovrebbero fare.

Note: Gentili fino alla nausea, sempre sorridenti; hanno ammesso più di una volta di indossare pigiami coordinati… perché loro possono.

Team Rossi

Concorrenti: Cohen, Declan, e Luna – la sorella imbronciata che ha qualche difficoltà a ridere di un incontro imbarazzante.

Competenze: Declan è un insegnante di scuola pubblica con abilità segrete in materia di bilancio (a quanto mi dicono), Cohen è un falegname con uno sguardo assassino a lungo affinato, e Luna è una tuttofare, esperta in ogni forma di artigianato (almeno così ha dichiarato).

Note: Non c’è alcun dubbio su chi vincerà. E non lo dico solo per le loro competenze, ma anche per la terribile determinazione e la competitività che leggo negli occhi di Luna Rossi, neri come la notte.

Team Baxter

Concorrenti: Thad, Naomi e Alec: il trio più triste.

Competenze: Zero. (A meno che sparare cazzate sull’essere la prossima Martha Stewart e avere un “sesto senso” riguardo al design non contino come competenze).

Note: Che razza di bugie hanno scritto sulla loro domanda? Come diavolo sono riusciti a superare le selezioni? La loro squadra ha un talento innato nello scambiare per cameriere le altre concorrenti e nascondersi in tasca dei vermi gommosi.

«E stop. Ottime intro, tutti quanti. Grazie. Cinque minuti di pausa e poi cominciamo con la prima sfida.» A parlare è la regista, Diane DeBoss. Alzo lo sguardo dai miei appunti, mentre lei si toglie le cuffie e afferra per un braccio Mary DIY, che è la conduttrice nonché membro della giuria. Le squadre sono ai loro posti di lavoro e ci sono quattro set di telecamere che si muovono a destra e sinistra, pronti per il prossimo ciak. Diane e Mary si dirigono verso le rispettive sedie per esaminare il copione.

L’entrata in scena di Mary DIY è stata notevole: ha gettato il soprabito a terra, si è scompigliata i capelli biondi e si è stretta le mani in vita, aggiustandosi la cintura del vestito. Devo ammettere che è bellissima, ma non molto calorosa. A mio parere, una brava padrona di casa avrebbe fatto il giro di tutte le squadre, per presentarsi e fare conoscenza.

O almeno ci avrebbe chiesto come ci chiamiamo.

E invece Mary è arrivata sul set poco prima che iniziassimo, ha sfoderato un sorriso e le presentazioni le ha fatte direttamente di fronte alle telecamere. Ora indossa il soprabito che aveva casualmente lasciato cadere, e si strofina le mani mentre Diane le dice qualcosa su quant’è perfetto l’angolo di ripresa o che so io.

Cristo, non è mica una star del cinema. È un fottuto programma sul matrimonio e il fai da te, per Dio.

«Continua pure a fissarla. Magari a un certo punto non sembrerai più così inquietante» mi sussurra all’orecchio Thad.

«È proprio una diva» faccio io, distogliendo lo sguardo.

«Una diva con dei capelli stupendi» interviene Naomi. «Secondo te ha le extension?»

«Molto probabile» risponde Thad. «Passo abbastanza tempo con le mogli dei dirigenti da sapere come sono fatte le extension e ti posso assicurare che lei le usa.»

«Wow, avresti dovuto specificare questo talento nella tua intro – avresti dato una spinta alla nostra autostima» aggiungo sarcastico.

«E questo cosa vorrebbe dire?» chiede mio fratello.

Abbasso la voce. «Guardati intorno. Siamo chiaramente gli sfavoriti. Non abbiamo nessuna chance di vincere.»

«Cosa?» Sembra davvero scioccato. «Non è vero. La nostra squadra è forte. Molto forte. Se avessi accettato il mio invito a cena ieri sera ti saresti meravigliato dei talenti che siamo stati in grado di mettere nero su bianco, e avresti preso parte al nostro piano d’azione per il matrimonio. Ma non c’eri e ora hai anche il coraggio di contraddirmi?» Scuote la testa battendosi il petto.

«È fondamentale partecipare a tutte le attività, Alec. Ma, ti ripeto, siamo veloci, feroci e abbiamo un quarto membro.» Thad accarezza la pancia di Naomi. «Il piccolo Baxter è già al lavoro.»

«Eh sì, ho sentito dire che i feti sono dei veri esperti nel maneggiare tubetti di colla.» Mi prendo la testa tra le mani, esasperato.

Thad cambia espressione. «Sei di cattivo umore.» Wow, meglio di Sherlock Holmes. «È per via dell’incidente del caffè? Sei a disagio perché lei continua a fulminarti con lo sguardo?»

Guardo Luna. Tiene la testa bassa e disegna qualcosa su un pezzo di carta. «No.»

«Non ti credo.» Thad mi spinge verso il centro della stanza. «Va’ a chiederle scusa.»

Rimango fermo dove sono. «Non ho nessuna intenzione di scusarmi.»

«Invece dovresti. Non deve correre cattivo sangue tra noi e gli altri concorrenti.» Mi dà una spinta.

«Ho detto che non mi scuserò, cazzo.»

Un’altra spinta.

Ancora una.

«Vai.»

«Smettila di spingermi.»

Un’altra spinta.

«Non avere paura.» Spinta. «È una cosina piccola piccola – non morde mica.»

«Di solito sono proprio le cosine piccole piccole quelle che mordono.»

Thad lancia uno sguardo alle mie spalle. «Non mi pare che abbia canini affilati. Non dovrebbe lacerarti la carne. Ora vai.»

Ancora una spinta.

«Smettila, Thad. Non ho intenzione di…»

«Ehi, Luna» urla, lanciandomi dall’altra parte del corridoio. Inciampo contro il tavolo da lavoro del Team Rossi. «Alec vuole scusarsi.»

Recupera il rapporto con tuo fratello.

Sarà fantastico.

Il programma vi farà riavvicinare.

La famiglia è tutto.

Fallo per il bambino… quel bambino con cui vuoi costruire un legame saldo.

Stronzate… Tutte stronzate.

I miei sentimenti per mio fratello stanno passando dal fastidio all’odio.

«È molto sensibile. Ha bisogno di parecchie rassicurazioni» aggiunge Thad con un sorriso.

Cancellate quello che ho appena detto, non sto solo iniziando a provare dei sentimenti d’odio nei suoi riguardi. Sono già pieno fino all’orlo di sentimenti di odio.

Odio puro.

Dato che non ho altra scelta, mi giro verso Luna, che rapidamente si porta dietro la schiena il foglio su cui stava disegnando e mi fissa accigliata. Quello sguardo sta già diventando familiare.

«Qualcosa da nascondere?» chiedo, raddrizzandomi. Cohen e Declan si allontanano verso il bagno, lasciandomi solo con Luna e tutto il suo disprezzo.

«Fatti gli affari tuoi» risponde.

«Come sei amichevole» ribatto con sarcasmo.

Alza le sopracciglia. «Stai scherzando? È un po’ come il bue che dà del cornuto all’asino, non trovi?»

«No. Io sono un bravo ragazzo.» Un bravo ragazzo che sta sprofondando nel suo inferno privato, fatto di amore romantico e fai da te.

«È la tua opinione personale? O ci sono anche altri esseri umani che la pensano così? Perché io posso anche ripetere fino alla morte che sono un unicorno, ma la mia parola non conta niente finché qualcuno non la convalida.»

«Questo non è esatto. Non ho bisogno della convalida di nessuno per definirmi.»

Il suo viso si imporpora di rabbia. «Non sei una brava persona. Ora vattene, così posso finire di appuntarmi la mia idea. Non voglio che me la rubi.»

Allontanati, Alec. Allontanati subito.

Ma non riesco ad ascoltare la voce della ragione. Sono arrabbiato, Thad ha premuto tutti i tasti giusti nel tentativo di aumentare il mio livello di irritazione, e francamente… sono imbarazzato.

Imbarazzato perché tutti sul set sembrano avere una connessione con i loro cari mentre io sto faticando un sacco a trovare un terreno comune con mio fratello. Sapevo che non sarebbe stato facile, ma chi se le aspettava tutte queste difficoltà, e così presto? Non c’è modo di ragionare con Thad, e non abbiamo nemmeno iniziato a competere, siamo ancora alle intro.

Per qualche ragione, ho bisogno di riversare da qualche parte tutta la rabbia che ho accumulato. E Luna è la fortunata vincitrice.

Appoggio la mano sul tavolo e mi sporgo in avanti. «Sono una brava persona» affermo a denti stretti, come se potessi manipolare la sua mente come un guerriero Jedi. «E non mi interessa rubare le tue idee perché sono sicuro che non siano neppure lontanamente buone come quelle che ho qui dentro.» Mi do un colpetto sulla tempia. So benissimo che nella mia testa ci sono zero idee su come organizzare un matrimonio, ma bisogna pur salvare la faccia, no?

«Oh sì, sono sicura che un avvocato divorzista sarà pieno di lampi di genio. Aiuti dei ricchi stronzi a sbarazzarsi dei loro matrimoni, il che fa di te un esperto, giusto?»

Quanto cazzo è offensiva. Non ha idea di quello che faccio veramente.

«Te l’avevo detto che era un tipo in gamba» si intromette Thad. «Un tipo davvero in gamba. E pure bravo a scusarsi, eh, Luna?»

Lo ignoriamo entrambi, pronti a dare inizio al duello del secolo.

Preparate i guantoni. Ding, ding, ding… È giunto il momento della sfida.

«Facile giudicare un libro dalla copertina, eh?»

Piega la testa di lato, le labbra serrate. «Ci sono libri che non hanno nemmeno bisogno di essere aperti.»

«Ah sì?» Incrocio le braccia. «Per favore, illuminami su me stesso.»

Lei non batte ciglio. «Sei uno stronzo pieno di sé che crede che il mondo intero sia a sua disposizione. Ti sei fatto una carriera distruggendo matrimoni invece di costruirli. Sei un cafone e non hai imparato le buone maniere in» – mi squadra dall’alto in basso – «trent’anni di vita.»

«Trentadue.»

Alza gli occhi al cielo. «In trentadue anni di vita, e francamente, Helen aveva ragione. Le tue scarpe sono orribili.»

Abbasso lo sguardo sui miei mocassini neri. «Cos’hanno che non va le mie scarpe?»

«Sono decisamente troppo eleganti per uno show come questo.»

«Be’, non ho nessuna intenzione di indossare degli stivali da lavoro.»

«È pure snob» sbuffa, tirando fuori il suo foglio ed esaminandolo senza farmelo vedere.

«Pensi di aver capito tutto di me, eh?»

«Non ci vuole un genio per riconoscere una mela marcia.»

Wow… semplicemente… wow.

«Se è per questo nemmeno per riconoscere un’egocentrica» dico dimenticandomi del tutto che in teoria sono stato trascinato qui affinché potessi scusarmi.

Mi guarda negli occhi. «Egocentrica? E cosa te lo fa pensare? Per come la vedo io, un’egocentrica non avrebbe mai portato il caffè a un ipocrita pallone gonfiato.»

«Credi di essere un’esperta un po’ di tutto» ribadisco, ignorando la sua risposta. Francamente penso che sia anche vero, ma sto cercando di tenere il punto, cazzo.

«Ehm… okay.» Il suo sguardo confuso è quasi tenero… quasi.

«Proprio quello che direbbe un’egocentrica.» È un argomento incredibilmente debole, specialmente per un avvocato, ma visto lo scarso materiale a disposizione, è il meglio che posso fare.

Lei non risponde subito. Al contrario, mi studia… attentamente.

Peccato che sia bellissima.

Pelle liscia, ciglia scure, capelli di seta e labbra assolutamente troppo invitanti. Ma il disprezzo che le incendia gli occhi rovina ogni possibilità di provare a conoscerla davvero.

Si passa la lingua sui denti e poi mi lancia lo sguardo più lungo che abbia mai dovuto sopportare. Cominciando dalle scarpe, di fronte alle quali inarca un sopracciglio – sul serio, che cos’hanno che non va? –, passando per il busto e soffermandosi sugli occhi. Incrocia le braccia sul petto e con molta calma e, badate bene, con un sorrisetto, aggiunge: «Sei proprio un fighetto».

Che stronzetta. Che razza di stronzetta.

«Sei odiosa» rispondo. Ammetto che è una risposta infantile.

Ma… lei mi viene dietro.

«Sei pomposo.»

«Sei ripugnante.»

Rimane a bocca aperta per un secondo prima di aggiungere: «Sei terribilmente sgradevole.»

«Sei… sei bassa.» Bel colpo, Alec.

«Hai un gusto orrendo in fatto di scarpe.»

«Non c’è niente…» Prendo un profondo respiro. «Non c’è niente che non va nelle mie scarpe. In compenso, di sicuro c’è qualcosa che non va nel tuo carattere.» La fisso a mia volta. «E nel tuo gusto nel vestire. Ehi, hanno chiamato dagli anni Novanta: rivogliono indietro le loro perline.»

Luna mi lancia uno sguardo che potrebbe spezzare in due un uomo.

«Ti consiglio di andartene» mi sibila.

«Tranquilla, sono già partito. Spero che quel tubetto di colla ti bruci il dito.»

Prima che possa ribattere, me ne torno a grandi passi alla nostra postazione di lavoro. Thad, con le mani giunte, attende con impazienza il mio arrivo.

«Com’è andata?»

«A meraviglia» mormoro.

Mi afferra le spalle. «Sapevo che ce l’avresti fatta. Vedi? Con delle semplici scuse si può arrivare molto lontano.»

Se è per questo anche con degli insulti… nella direzione sbagliata, però.