21
«Non è stata una bella giornata» commenta Cohen con un sospiro, aprendo la porta di O’Leary’s, il suo pub irlandese preferito, nel Village. Il suo futuro marito entra subito dopo di me, la cameriera ci guida a un tavolo rotondo sul retro. C’è abbastanza spazio per mettersi comodi.
«È stato terribile» fa Declan prendendo in mano il menu. «E c’era una tensione altissima. L’avete notata?»
«Sì» risponde Cohen mentre io fisso il cellulare. Quanto vorrei che squillasse. Una chiamata, un messaggio, qualsiasi cosa.
Alec… Gli è successo qualcosa. L’ho percepito nel momento stesso in cui l’ho guardato. Aveva le spalle praticamente attaccate alle orecchie, la fronte aggrottata e sembrava pronto ad azzannare Thad. Letteralmente. Di solito bisticciano rimbeccandosi come due vecchie galline, ma stavolta c’era della rabbia vera nella sua voce. Così intensa che posso attribuirla solo a sua madre, che non si è presentata.
Credetemi, non ho mai smesso di guardarmi intorno, mi aspettavo che venisse ad abbracciare i suoi ragazzi, a dirgli quanto fosse orgogliosa di vederli lavorare insieme. Aspettative troppo alte, lo so. Ma quando Alec è scomparso ed è tornato poco prima dell’inizio delle riprese, assolutamente fuori di sé, ho subito capito che non sarebbe venuta. E probabilmente non aveva neppure una buona scusa.
«Ti ho vista distratta» dice Cohen dandomi un colpetto col piede, sotto il tavolo.
«Davvero?» chiedo sentendo un rivolo di sudore scendermi lungo la schiena. «Pensavo di avercela messa tutta. Voglio dire, era impossibile battere quello che è riuscito a fare il Team Hernandez – quelle tende indiane fatte coi fiori erano semplicemente adorabili.»
Sì, il Team Hernandez è arrivato primo, noi secondi e purtroppo il Team Baxter ha ottenuto un crudele ultimo posto, coi suoi centrotavola fatiscenti e i continui litigi. La tensione tra loro era altissima.
Quando abbiamo finito di filmare, Alec ha scambiato due parole con Thad e se n’è andato con la faccia rossa di rabbia. Gli ho scritto un messaggio, chiedendogli se stesse bene, ma non mi ha ancora risposto. Per questo non faccio che controllare di nascosto il telefono.
«Non mi interessa che siamo arrivati secondi» ribatte Cohen. «È che mi sembra che ci sia qualcosa che ti preoccupa. Continui a guardare il cellulare e a mordicchiarti l’interno della guancia.»
Merda, merda, merda.
«Ho solo un sacco di lavoro da fare.» Odio dire bugie a mio fratello, ma dopo quello che è successo oggi sono contenta che io e Alec abbiamo deciso di tenere il segreto. Se l’avessi detto a Cohen sono certa che l’avrebbe confidato a Declan. E forse lui se lo sarebbe lasciato sfuggire per sbaglio. Da come ho visto Alec con suo fratello oggi, immagino che il loro rapporto sia di nuovo in crisi. E se Thad sapesse di noi… la notizia potrebbe distruggerlo completamente.
E questo mi rende triste.
Declan posa il menu. «La prossima settimana è l’ultima: arredamento e scelte finali. E poi è tutto finito. Potremo goderci un matrimonio meraviglioso e tornare alla vita normale.»
«Non prima di aver vinto» aggiungo io.
Declan fa spallucce. «Onestamente, non mi importa molto se vinciamo o no.»
Mio fratello aggrotta la fronte. «Non vuoi vivere a Manhattan?»
Declan sorride e gli fa una carezza sulla guancia. Cohen si irrigidisce, ma solo per un secondo, prima di rilassarsi al tocco dell’uomo che ama. «Mi piace la nostra vita, Cohen. Non ho bisogno di niente di più di quello che abbiamo.»
«Oh Dio» esclamo con una mano sul cuore. «È così…»
«Ci concedi un momento?» mi chiede mio fratello.
«Sì, certo.»
Amo il modo in cui si parlano, con così tanta cura e attenzione. Mi stupisco sempre di come Declan riesce a mettere Cohen a proprio agio – mio fratello si rilassa visibilmente quando sta con lui e mi rendo conto che… è una cosa che voglio anch’io.
Voglio qualcuno che mi faccia sentire protetta e indispensabile, che mi faccia sentire amata, che mi faccia sentire… come Cohen e Declan si fanno sentire a vicenda.
Sono arrivata a un punto della mia vita in cui non mi importa di essere single. Non sono disperata e ansiosa di trovare subito un ragazzo, ma c’è stata una svolta. Mi sono affermata col mio lavoro creativo e alcuni giudici del programma hanno iniziato a seguirmi su Instagram. Mi hanno lasciato dei commenti, dicono che amano i miei lavori. Riconoscimenti a parte, sono soddisfatta della mia carriera, del punto a cui sono arrivata. Solo che manca qualcosa. Sento come un vuoto dentro di me, ma da quando Alec mi ha baciata quel vuoto ha iniziato a riempirsi.
E continua a riempirsi ogni giorno di più. Non mi sono mai sentita così. Mentre fisso il tavolo mi rendo conto di una cosa: Alec è il tipo di ragazzo con cui potrei stare per sempre. Non è uno di passaggio, un tentativo senza impegno, un’avventura di una notte: è una storia vera.
E in questo momento sta soffrendo. Il che significa…
«Sapete, non mi sento molto bene, in realtà.» Un’altra bugia… be’, una mezza bugia. Mi fa male lo stomaco perché non so come sta Alec. «Penso che tornerò a casa, se per voi va bene.»
«Oh certo» fa Declan. «Vuoi che ti accompagniamo alla metro?»
«No.» Scuoto la testa. «Godetevi pure la vostra cena.»
Mi alzo, Cohen fa lo stesso e mi stringe in un abbraccio. «Sei sicura che non ci sia qualcosa che non va?» sussurra.
Faccio un respiro profondo. «No, è tutto a posto.»
Do un rapido abbraccio a Declan, che si è appena alzato.
«Scrivici quando sei arrivata» aggiunge stringendomi brevemente la mano.
«Lo farò.» Li saluto al volo, mi metto la borsa in spalla e lascio il ristorante. Filo dritto verso la metropolitana, per raggiungere l’appartamento del mio ragazzo.
Il corridoio di fronte alla porta di Alec è tetro, del tutto intonato all’atmosfera generale di questa giornata. È buio, quasi spettrale, e ho l’impressione che, se mi voltassi, potrei vedere dietro di me un uomo con un cappuccio in testa e un coltello in mano.
Apri. Apri.
Mi strofino le mani, in attesa che la serratura si sblocchi e che due occhi di un verde intenso arrivino ad accogliermi. Ma non apre e inizio sul serio a preoccuparmi.
Busso di nuovo, stavolta un po’ più forte. «Alec, sei lì dentro?»
Sento un rumore, tipo uno schianto sul pavimento, e poi una voce maschile che farfuglia parole incomprensibili.
«Alec, sono Luna. Ti prego, apri.»
Rumore di passi, il chiavistello che scatta. La porta si apre di qualche centimetro, ma dall’altra parte non vedo nessuno. Di nuovo l’eco dei passi, solo nell’altra direzione. Entro con cautela. Alec si è appena seduto sul divano, con la testa tra le mani. Sul tavolino di fronte a lui ci sono un bicchiere e una bottiglia mezza vuota di Jack Daniel’s. Spero non l’abbia aperta oggi. Faccio qualche passo, mi tolgo le scarpe e appoggio la borsa a terra. Non so bene in che casino mi stia mettendo. Mi avvicino al mio ragazzo, indossa un paio di pantaloni della tuta e una semplice maglietta bianca. Ha i capelli ritti e tutto il suo corpo sembra irrigidito da una tensione dolorosa.
Mi siedo al suo fianco e gli poso una mano sulla coscia. Ci mette sopra la sua e le nostre dita si intrecciano.
Strofino delicatamente il pollice sul dorso della sua mano. «Alec, che sta succedendo?»
Si gira verso di me quel tanto che basta per farmi vedere i suoi occhi, rossi di lacrime. Un momento che mi spezza il cuore. Gli tocco la guancia e mi avvicino ancora.
«Alec» sussurro proprio mentre una lacrima gli riga una guancia. La asciugo, incerta. Non voglio mettergli pressione, quindi gli tengo la mano e aspetto.
Aspetto mentre la sua testa ricade in avanti.
Aspetto mentre prende un altro bicchiere e la bottiglia e butta giù due dita di whisky in un colpo solo.
Aspetto mentre si appoggia di nuovo alla spalliera del divano e si preme una mano sulla fronte.
Incapace di sopportare ulteriormente quello strazio, mi giro e mi metto a cavalcioni sulle sue gambe, appoggiandogli le mani sul petto. Posa i palmi sulle mie cosce e fa un lungo respiro.
«Non mi vuole bene» dice finalmente mentre gli scende un’altra lacrima. «Cazzo…» Si copre gli occhi con il braccio. «Perché non mi vuole bene?»
Considerato com’è andata oggi, immagino che stia parlando della madre. E questo pensiero mi distrugge. Non riuscirei mai a vivere una vita in cui la donna che mi ha partorito non mi vuole bene, non vuole vedermi, non ha nemmeno l’intenzione di provare a creare un rapporto con me. E nel suo caso questa follia riguarda entrambi i genitori!
Come faccio a rispondere? In questo momento è così fragile che se dicessi la cosa sbagliata potrei peggiorare ulteriormente la situazione. Così mi limito a fargli da cassa di risonanza.
«Oggi non è venuta.» È un’affermazione, non una domanda, ma Alec scuote la testa.
«No. “Notte difficile”. Ha detto così.» Ha l’alito che puzza di whiskey. «Una cazzo di notte difficile. Sapeva che doveva venire sul set oggi.» Si pizzica il naso, il suo petto inizia ad alzarsi e abbassarsi più rapidamente, la tensione nel suo corpo aumenta. «Lo sapeva. Ha idea di quanto sia stato difficile fare quella chiamata? Mandare giù tutto il dolore che mi porto dietro per provare a comunicare?»
Gli accarezzo il petto.
«È sempre la stessa storia» continua. «Thad fa finta di niente ma io ho visto il suo cassetto dei medicinali, ho visto i cocktail di farmaci che ha iniziato a farsi quando lei e mio padre hanno cominciato a litigare. So esattamente come trascorre le sue notti: a furia di pillole e vodka.» Si passa una mano sulla fronte. «E ora eccomi qui, a comportarmi proprio come lei, ad attaccarmi alla bottiglia quando le cose si fanno difficili. Cristo…» Mi fa alzare, prende il Jack Daniel’s e si incammina verso la cucina. Lo lancia nel lavello. Salto in aria quando vedo il vetro che si rompe e il liquore che schizza per tutta la stanza.
Lui si allontana e si appoggia alla parete della sala da pranzo, prima di sprofondare a terra, piegato in due. Singhiozza con la testa tra le mani. Il suo dolore è così forte, così potente, che mi sembra di poter sentire ogni singola lacrima che cade dai suoi occhi, come se fosse mia.
Con il cuore a pezzi, gli do l’unica cosa di cui sono sicura che abbia bisogno in questo momento… un po’ d’amore. Mi alzo dal divano, gli prendo la mano. Quando alza lo sguardo verso di me, gli faccio cenno di seguirmi e lo aiuto ad alzarsi.
Lo accompagno in camera da letto, non mi preoccupo neppure di accendere la luce.
Tiro indietro le coperte. Poi mi giro verso di lui e gli sfilo la maglietta. Lui rimane lì, lasciando che assuma io il controllo, mentre gli abbasso anche i pantaloni della tuta. Se li toglie e li abbandona sul pavimento.
Mi tolgo velocemente i miei e corro alla cassettiera, rovistando finché non trovo una delle sue magliette. Me la infilo.
Ci stendiamo nel letto, lui sdraiato di schiena, io raggomitolata al suo fianco, così posso guardare il suo bel viso. Gli accarezzo la guancia, sentendo la barba corta e ruvida. Gli asciugo le lacrime prima di dargli un delicato bacio sulle labbra. Rimango ferma per qualche secondo, aspettando che mi baci anche lui. Appena lo fa, sento il mio cuore che accelera.
Non c’è niente di sessuale nel nostro bacio, zero lingua, nessun desiderio.
Non è nient’altro che una connessione pura e rassicurante con un altro essere umano.
Mi ritraggo e gli prendo il viso tra le mani. «Sei importante per me, Alec. Davvero tanto. Non posso parlare per tua madre, ma io divento improvvisamente felice solo all’idea di vederti, per non parlare di quando ricevo una tua chiamata o un messaggio. So che probabilmente non significa molto, ma volevo farti sapere che io… ci tengo a te.»
«Significa molto più di quanto pensi» risponde con gli occhi pesanti.
«Allora mi credi?»
Lui annuisce. «Ti credo.»
«Bene.» Premo di nuovo la bocca contro la sua e anche se adesso il bacio è dolce e intenso, e mi fa desiderare molto di più, non mi spingo oltre. Non voglio che la nostra prima volta succeda… così.
Mi allontano lentamente e mi stringo a lui, appoggiandogli la testa sulla spalla. Il suo braccio mi avvolge la vita tenendomi stretta. E così, con la tristezza e la frustrazione della giornata che ci schiacciano, ci addormentiamo.
Zzzz.
Zzzzzz.
Zzzzzz.
Cos’è questo rumore?
Alec si sposta accanto a me, col braccio ancora avvolto intorno alla mia vita.
«Ah, cazzo» borbotta. La sua voce ha il suono della carta vetrata sul legno. «La mia testa.»
«Che cos’è?» chiedo mentre mi premo una mano sugli occhi.
«Un telefono?» fa lui. Mi è già capitato di sentire la voce di un uomo appena sveglio, calda e roca, ma devo ammetterlo: Alec vince il premio per il timbro più sexy.
«Che ore sono?» chiedo staccando il corpo intirizzito dal suo.
«Ehm…» Si volta verso il comodino. «Otto e cinquantadue.»
«Otto e cinquanta… oh mio Dio, Alec, abbiamo otto minuti per arrivare sul set.» Mi alzo di scatto dal letto. «Arriveremo entrambi in ritardo.»
«Merda» borbotta per poi mettersi a sedere molto lentamente. «Cazzo, mi scoppia la testa.»
Prendo i vestiti. Per fortuna per esigenze sceniche dobbiamo indossare gli stessi abiti di ieri. Certo, avrei preferito lavarli. Mi tiro su i leggings e mi infilo la maglietta. Corro nel suo bagno, senza nemmeno preoccuparmi di fare pipì, e mi sciolgo i capelli prima di tirarli su in uno chignon.
Alle mie spalle Alec si muove.
Al rallentatore, ma si muove.
«Prendo il tuo dentifricio!» grido. Poi ne metto un po’ sul dito e lo strofino sui denti. Non è molto efficace, ma è il meglio che posso fare.
«Il collutorio è sotto il lavandino» aggiunge. Lo sento aprire e chiudere l’asciugatrice in camera. «Almeno io ho avuto la decenza di lavarmi i vestiti.»
«Stai zitto!» grido correndo a prendere la borsa e poi di nuovo in bagno. Decido di portarmi i trucchi sul set per un ritocchino veloce. Più tardi sarò molto contenta di questa scelta.
Alec entra in bagno pigramente, a torso nudo, coi jeans che gli scendono bassi sui fianchi e uno sguardo maledettamente sexy.
Smetto per un momento di armeggiare con l’eyeliner. «Com’è possibile che tu abbia questo aspetto dopo una sbronza del genere, mentre io non ho bevuto neanche un millilitro e sembro la sorella della bambola assassina?»
Mi dà una rapida occhiata e si gratta il petto. «Per me sei sexy.»
«Credo che tu abbia gli occhi ancora offuscati dal sonno.»
Accende il rubinetto e immerge tutta la testa nel lavandino, bagnandosi la faccia e i capelli. Io lo guardo affascinata, mentre prende una saponetta, se la strofina addosso e poi si sciacqua.
«Che diavolo era quello?» chiedo mentre si sfrega addosso l’asciugamano e lo getta di lato.
«Doccia nel lavandino.» Prende lo spazzolino e ci spreme sopra del dentifricio. «Tutto con una sola saponetta. E funziona a meraviglia.» Si appoggia al lavandino, gli addominali si contraggono mentre si lava i denti.
Ma perché dev’essere tutto così facile per gli uomini? Irritata, finisco di truccarmi e di rimettere in borsa le mie cose. Guardo il telefono. Le nove in punto. Siamo ufficialmente in ritardo.
«Merda. Io… inizio ad andare, così almeno non ci presentiamo alla stessa ora. Ci vediamo lì.»
«Ehi.» Alec sputa il dentifricio e si sciacqua la bocca, afferrando contemporaneamente la mia mano. Mi tira all’indietro e mi cinge la vita. Dopo essersi pulito le labbra col braccio, si china e mi dà un bacio delicato. «Grazie.»
«Oh… non ho fatto niente» dico cercando di fare la disinvolta, per quanto possibile.
«Hai fatto moltissimo, invece.» Mi fa scivolare la mano lungo la schiena, fino al collo. «Non riesco a ricordare l’ultima volta in cui qualcuno mi ha consolato come hai fatto tu ieri. Grazie, Luna Moon.»
Mi alzo in punta di piedi e lo bacio, perdendomi un momento tra le sue labbra. «Io ci tengo a te. Non dimenticartelo.»
«Non lo farò» risponde, prima di lasciarmi andare. «Cercherò di prendere tempo. Tu fai attenzione per strada.»
Annuisco e parto, pensando a qualche scusa, e l’unica cosa che mi viene in mente è… dovevo consolare il mio ragazzo in crisi.
Non sono sicura che funzionerebbe. Mi toccherà inventarmi qualcosa lungo il tragitto.
«Luna, posso parlarti un secondo?» chiede Marco Vitally, giudice amatissimo dal pubblico e genio assoluto della carta.
Cosa ci fa qui? I giudici non vengono mai la domenica. Mary DIY è l’unica che è obbligata a presentarsi per contratto, ma poi passa quasi tutto il tempo nel suo camerino. Non ci siamo ancora mai parlate davvero, il che è un peccato, la ammiravo così tanto. È sempre una delusione incontrare il tuo idolo e scoprire che è una persona orribile, nonostante abbia un gusto fantastico in fatto di pizzi.
Cerco di riprendermi dal vortice di questa mattina e gli faccio un sorriso. «Certo.»
Cohen e Declan mi lanciano uno sguardo interrogativo mentre seguo Marco al tavolo dei giudici.
«Accomodati» dice. Si siede anche lui, ma non proprio al mio fianco, lascia un posto in mezzo. Poi si gira verso di me.
«C’è una vista diversa da qui» dico. «Dev’essere divertente guardarci correre come pazzi.»
Lui ride. «È tutto piuttosto comico da questa prospettiva. Specialmente quando Helen fa una delle sue sfuriate. Quei momenti non hanno prezzo.»
Rido. «Sono sicura che quando mi si è seduta sopra, la prima settimana, sia stato il top.»
«Quello passerà alla storia. Uno dei miei momenti preferiti in tutto il programma.»
«E uno dei miei più umilianti, ma ormai riesco a riderci su.»
«Buono a sapersi.» Si schiarisce la gola. «Ma… in realtà volevo parlarti dell’invito che hai creato la settimana scorsa.»
«Oh, sì. Avrei voluto avere più tempo per lavorare sul design, ma sono felice di quello che siamo riusciti a fare.»
«Era davvero impressionante, in realtà.»
«Oh, sul serio?» chiedo con le farfalle nello stomaco.
«Sì. Volevo vedere a cos’altro stavi lavorando, così ho controllato i tuoi profili social, e sei davvero una straordinaria tuttofare.»
«Sono un po’ matta, quindi mi è difficile scegliere una cosa o l’altra. Mi piace molto creare.»
Annuisce. «È proprio questo che mi ha colpito: l’amore che metti in tutto quello che fai. Ho mostrato alcuni tuoi lavori al mio team.» Oh Dio, non piangere, non piangere. Ha mostrato i miei lavori al suo team… non piangere, cazzo. «Erano tutti entusiasti del tuo occhio e delle tue combinazioni di colori. Ci piacerebbe collaborare con te per una nuova linea di inviti di nozze.»
Oh Signore Dio. NON. PIANGERE.
«Wow, questa è…» Mi si gonfiano gli occhi. Merda. «Questa è…» Agito la mano davanti al viso e Marco sorride dolcemente.
«Va tutto bene, Luna, puoi piangere.»
Le lacrime mi scorrono sulle guance e mi scuso immediatamente. «Mi dispiace tanto. Non volevo farmi prendere dall’emotività, ma partecipare a questo programma è stato molto impegnativo, e penso che mi stia arrivando la botta tutta in una volta… volete davvero collaborare con me?»
«Sì. Vogliamo dare un tocco di freschezza al nostro design, creare una linea che sia un po’ più appariscente e moderna, più grintosa. So che per tuo fratello stai lavorando a un matrimonio rustico, ma i disegni sul tuo profilo sono esattamente quello che stiamo cercando per soddisfare le esigenze di una sposa al passo coi tempi. Vogliamo che i nostri inviti parlino alle donne che non cercano qualcosa di tradizionale.»
«Mi piace molto l’idea, e non lo dico solo perché volete collaborare con me. Io sarei assolutamente una di quelle spose. Colori vivaci, un certo stile grafico, ma senza prendersi troppo sul serio…»
«Esattamente.» Marco mi spara un sorriso radioso. «Ti piacerebbe fare un salto nel nostro ufficio dopo i matrimoni? Così parliamo un po’ e ti faccio incontrare il mio team. Non voglio rubarti del tempo adesso, ma appena sarà finito il programma, ci piacerebbe davvero sederci a tavolino e vedere cosa possiamo inventarci insieme.»
«Ne sarei davvero onorata» dico. «Questo è un sogno per me, Marco. Non hai idea di quanto ne sia felice.»
«Be’, siamo molto emozionati per te.»
«E se nel frattempo cominciassi a pensare a qualche idea? Non voglio fare il passo più lungo della gamba, ma la mia mente sta già viaggiando alla velocità della luce.»
«Allora lasciala viaggiare. Disegna pure quello che vuoi. Poi portaci ciò che hai e lo esaminiamo insieme.»
«Fantastico.» Ci alziamo entrambi e lui mi tende la mano. Gliela stringo.
«Ti farò inviare alcuni modelli di contratto e cose del genere via e-mail, così possiamo metterci subito al lavoro dopo i matrimoni. Che ne pensi?»
«Invia pure.»
Conosco qualcuno che può dargli un’occhiata…
«Va bene, buona settimana.» Mi fa l’occhiolino. «Faccio il tifo per il Team Rossi.»
«Grazie, Marco.» Torno da Cohen e Declan, l’entusiasmo che mi esce da tutti i pori. Ma poi con la coda dell’occhio scorgo qualcosa che cattura la mia attenzione.
Alec è appoggiato a un muro, con la testa tra le mani e le spalle piegate. Esito per un momento – il mio primo istinto è quello di correre a consolarlo. Ma poi mi rendo conto di dove mi trovo.
In pubblico.
«Che cos’è successo, Luna?»
«Eh?» dico girandomi verso Cohen e Declan, che aspettano impazienti che io dica qualcosa. «Oh.» Sorrido di nuovo, ma questa volta sembra un po’ forzato. «Marco vuole collaborare con me per degli inviti di nozze.»
«Davvero?» chiede mio fratello. Si illumina. «Porca puttana, Luna, è fantastico!»
Mi abbraccia forte e mi alza da terra facendomi fare la giravolta. Intravedo l’espressione interrogativa di Alec, ma Thad lo chiama dai camerini e lui scompare.
«È fantastico» fa Declan, abbracciandomi a sua volta. «Sapevo che partecipare a questo programma sarebbe stata una grande occasione per te. Me lo sentivo.»
«Non ho fatto domanda per…»
«Lo sappiamo, lo sappiamo» fa lui alzando gli occhi al cielo. «Ma è un bonus in più. Un enorme bonus.»
Cohen mi abbraccia un’altra volta. «È una notizia incredibile. Devi chiamare mamma e papà stasera stessa e dirglielo.»
«Lo farò» rispondo facendo i calcoli sul fuso orario in Australia. «A proposito, quando tornano?»
«Ho parlato con loro ieri sera. Arriveranno il lunedì prima del matrimonio e hanno un sacco di cose buone per noi.»
«Oh… che meraviglia.» Rido e faccio un lungo sospiro, premendomi una mano sullo stomaco. «Wow, okay, non me lo aspettavo.»
«Nemmeno io» fa mio fratello. «Ma non posso dire di essere sorpreso. Sei incredibile, sorellina.»
«Anche tu sei piuttosto sorprendente.»