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Chapter 21

Capitolo 20


20

«Non mi prendere in giro.»

«Non lo farei mai» ribatte Luna con un sorrisetto sfacciato.

«Non sto scherzando, non ti è permesso ridere.»

«Dai, Alec, per favore.»

Sospiro e le mostro il bozzetto del mio centrotavola – lei si copre immediatamente la bocca per non sghignazzare.

«Ti ho detto di non ridere, cazzo.»

«Non sto ridendo. Io, ehm… mi è entrato un insetto nel naso.»

«Non ci sono insetti nel mio appartamento» ribatto gettandole un’occhiata seria.

«Ci sono, invece, però sono microscopici. Non puoi vederli perché sei un uomo e gli uomini hanno una vista tremenda.»

«E chi lo dice?»

Lei agita una mano. «Qualsiasi specialista te lo potrebbe confermare.»

«Che tipo di specialista?» Stringo gli occhi.

«Lo sai,» il suo sorriso si allarga, «quelli che fanno ricerca.» Le viene di nuovo da ridere.

Lancio il mio foglio in un angolo e mi appoggio al divano. «Cazzo, sei proprio gentile, sai?»

«Non fare così» dice mentre sale sulle mie ginocchia. Proprio dove avrei voluto.

Funziona come una magia.

Le metto le mani sulle gambe e la accarezzo fino ad arrivare alla vita, ma lei mi ferma.

«Brutto imbroglione. Bel tentativo, signore, ma stasera non succederà niente di ciò che pensi.»

«Ma come?»

Mi toglie le mani dalle cosce e me le rimette sulla mia pancia. «È tutta la settimana che lo facciamo. Hai due giorni per progettare un centrotavola. Invece di pomiciare con me, faresti meglio a concentrarti su ciò che presenterai ai giudici sabato.»

«Ma le tue tette mi aiutano a pensare. I tuoi capezzoli sono come due pulsantini magici. Fammeli succhiare… Sono sicuro che mi verrà un’idea in pochi secondi.»

«Sì, come no. Ieri sera me li hai succhiati e non è venuto fuori niente.»

«Be’, qualcosa è venuto fuori.»

Lei sbuffa e scende dalle mie gambe, lasciandomi col cazzo duro e pieno di desiderio. «Dove stai andando?»

«Devi farti venire qualche idea. Speravo che il tuo bozzetto fosse abbastanza buono da permetterci di passare il resto della serata a infilarci reciprocamente le mani nelle mutande, ma sembra che invece dovremo esercitarci.» Prende la borsa di tela pesante che ha portato con sé e la appoggia sul divano. Apre la cerniera rivelando una serie di strumenti: c’è tutto ciò di cui abbiamo bisogno per fabbricare un centrotavola.

«Ehm, sai, oggi mi sono parecchio stancato al lavoro. Penso sia meglio optare per la storia delle mani nelle mutande. Sembra più rilassante.»

Lei mi lancia uno sguardo del genere “almeno sforzati di inventarti una scusa più credibile” e inizia a tirare fuori oggetti dalla borsa.

«Sono serio.» Fingo uno sbadiglio e mi stiracchio. «Sai, credo che dovremmo tornare nel mio letto.»

«Se sei così stanco, come farai ad avere una buona performance?»

Agito le dita nella sua direzione – le stesse dita che ieri l’hanno fatta venire per ben due volte. «Queste non sono stanche.»

Le spinge via. «Perché sei così serio come avvocato e così immaturo quando si tratta di sesso?»

«Non ti ho sentita lamentarti ieri, né martedì.»

«Calmati.» Cerca di nascondere un sorriso, ma io me ne accorgo.

«Ah, ammettilo, ti piace quando faccio lo scemo immaturo.»

«Non lo ammetterò mai.» Smette per un momento di svuotare la borsa. Ha in mano un tubetto di colla e una scatoletta di glitter. «Ammetto che hai una buona bocca e delle dita niente male.»

«Anche tu.» Le faccio l’occhiolino.

Diventa tutta rossa. So a cosa sta pensando: a quando mi ha tirato giù i pantaloni ieri. Non solo mi ha fatto la sega migliore della mia vita, ma alla fine me l’ha anche preso in bocca. Nessuna ragazza potrà mai reggere la concorrenza. Il modo in cui succhiava e succhiava… Dio.

«Mi sta venendo duro» dico.

«Davvero, Alec?»

«Che posso farci?» Alzo le spalle. «Sei sexy, fai dei bei pompini e sei intelligente, tutte cose che mi eccitano un sacco.»

«Fai dei bei pompini, pensi che dovrei metterlo sul curriculum?»

«Ehm… no.»

Lei ride e continua a tirar fuori oggetti dalla borsa. «Ci stiamo concentrando sui centrotavola. Ti ho detto che ti avrei aiutato a farti venire qualche buona idea ed è quello che intendo fare. Vuoi aiutare Thad… giusto?» Solleva un sopracciglio.

«Sei una stronza malvagia, lo sai?» Mi passo una mano sulla fronte e lei fa una risata. Mi siedo ed esamino i diversi oggetti che ha portato: nastri, ramoscelli, un tubetto di colla e delle piume, molte piume. «I centrotavola non si fanno con dei fiori giganti o roba simile?»

«Sì, ma ti ricordi il tuo tema, Flamingo Dancer? Dobbiamo trovare qualcosa di adatto. E se non ricordo male, non avete preso nessun fiore, il che significa che devi fare qualcosa con le piume.»

«Oh, so io cosa fare con le piume.» Le scocco un sorriso malvagio.

«Basta, vado a casa.» Si alza in piedi, ma prima che possa fare un solo passo, la tiro di nuovo giù sul divano. Rido mentre la riempio di baci su tutto il collo.

E lei mi lascia fare.

«Ho detto: non ti muovere.»

Luna è sdraiata sul mio letto, indossa solo il reggiseno. Stringe la spalliera, le gambe divaricate sulle lenzuola nere. Il respiro pesante, il petto che si alza e si abbassa.

Io invece porto solo i boxer. Prendo una piuma bianca dal comodino e mi inginocchio sul letto. I centrotavola sono stati dimenticati nel momento stesso in cui ho iniziato a far scorrere questa piuma lungo il suo braccio, poi sul collo e infine di nuovo giù. Appena ho sentito che dalla bocca le sfuggiva il primo gemito, ho capito esattamente come sarebbe andata a finire.

«Alec, ti prego.»

La ignoro e traccio dei piccoli cerchi con la piuma intorno al suo ombelico. Adoro il modo in cui il suo stomaco si contrae a ogni tocco. Non ho bisogno di metterle una mano tra le gambe per sapere che è bagnata. Lo vedo dal modo in cui si dimena quando la sfioro e dallo sguardo impaziente nei suoi occhi.

Ho intenzione di divertirmi un po’.

Struscio la piuma lungo la sua vita, fino all’osso pubico. Poi la muovo avanti e indietro, sfiorando appena la sua fessura. Lei respira affannosamente e allarga di più le gambe. Riporto la piuma sulla sua pancia e sfioro la chiusura anteriore del reggiseno. Piegandomi in avanti, lo sgancio facendolo cadere e lasciando in mostra le sue tette perfette.

Porto la piuma tra i seni e le disegno un cerchio intorno a un capezzolo, che si indurisce immediatamente. Passo all’altro, offrendogli lo stesso trattamento. Vado avanti e indietro e osservo il suo respiro che accelera, gonfiando sempre di più il petto. Deglutisce e si dimena sotto di me, con le mani che fremono.

«Stai tremando?» chiedo riportando la piuma al centro.

«Sì» ansima.

«Vuoi la mia bocca sul tuo clitoride?»

«Sì,» annuisce, «tanto.»

Faccio risalire la piuma sul suo corpo, intorno ai capezzoli, tra i suoi seni e poi riparto da capo, formando un otto. Solleva il petto, le sue tette sembrano implorare di essere toccate, gli occhi luccicano di desiderio.

Ce l’ho così duro che mi fa quasi male. Se fossi meno uomo le direi di mollare la testiera del letto e di dedicarsi al mio cazzo, passandoci su e giù la mano, lavorando per alleviare la tensione dolorante e pulsante.

Ma non sono quel tipo di persona. Muovo la piuma su e giù un’altra volta, le sfioro leggermente le cosce e la provoco. Le sue gambe non fanno che fremere e fremere.

Quando la sento emettere un lungo gemito, mi posiziono tra le sue cosce e tasto col dito la fica. Cazzo com’è bagnata.

La divarico con due dita e poi ci immergo la testa, premendo la lingua sul clitoride. Le strappo un sibilo.

Muovo la bocca su e giù. Piano. Quanto basta perché possa sentirla, ma senza spingerla oltre il limite.

Solo per provocare.

«Cazzo» geme. «Alec… ti prego.»

Adoro che continui a ripetere il mio nome… invece di invocare Dio. Continuo a muovere la lingua su e giù.

«Sì, così. Oh Alec… oh sì, proprio lì.»

Sposto le mani dalle sue gambe ai seni e pizzico contemporaneamente entrambi i capezzoli.

Dalla sua bocca esce un suono incomprensibile e muove le anche contro di me. La lascio cavalcare la mia bocca sentendo il suo piacere che sale, sale, sale…

«Alec, sì, come sei bravo. Come sei bravo.»

Accidenti, questo me lo fa diventare ancora più duro. Il mio cazzo sbatte contro il materasso e faccio ruotare la lingua sentendo il sapore della sua eccitazione finché…

«Oh, Dio.» Si dimena sulla mia faccia urlando il mio nome e sento l’orgasmo attraversarla più rapido e più forte che mai. «Sì… oh, Alec, sì» La testa le ricade di lato e inizia a riprendere fiato.

Dopo alcuni secondi, i suoi bellissimi occhi si aprono e un sorriso pigro le illumina il viso. «Togliti gli slip» dice. «Mettiti a cavalcioni sulla mia faccia, così posso succhiartelo.»

Porca puttana, potrei benissimo amare questa donna.

«A cosa stai pensando?»

«Eh?» Luna mi guarda rigirandosi una piuma tra le dita. «A niente.»

«Bugiarda.»

Lei guarda la piuma e poi me. «È quella che abbiamo usato ieri sera?»

«No, quella la conservo nel comodino. Sai, in caso tu voglia farmela scorrere su e giù per l’uccello un’altra volta.»

Il respiro le si blocca in gola, le guance diventano rosse. Sto iniziando a capire una cosa. Luna è una sporcacciona, ma se gliene parli il suo lato innocente emerge subito.

Ieri notte, dopo averla fatta venire, stavo per eseguire i suoi ordini e mettermi a cavalcioni sul suo viso, ma poi mi ha spinto all’indietro sul materasso e mi ha provocato con la piuma. Cristo, è bastato questo a farmi raggiungere l’orgasmo. È stato un po’ imbarazzante venire così forte solo per una piuma, ma se potessi, lo rifarei anche ora.

«Possiamo farlo di nuovo, sai…»

«No,» si gira di scatto verso di me, «domani è un giorno importante. Non ci distrarremo.»

Indica il centrotavola lasciato a metà sul tavolino. «Concentrati, Alec.»

«Okay.» Sospiro e prendo un ramoscello che ho immerso nella vernice dorata. «Almeno raccontami qualcosa, così non penserò al sesso ogni volta che sfioro con le dita una di queste maledette piume.»

Ride. «Spero che domani non ti venga duro davanti alla telecamera, mentre ci lavori.»

«Cazzo, non ci avevo pensato. Per voi donne è facile: non si vede quando siete eccitate.»

«Per noi donne è facile? Hai davvero detto una cosa del genere?»

Faccio una pausa e rifletto sulle mie parole. «Vorrei che fosse cancellato dai verbali.»

«Lo consideri fatto.»

«Grazie, avvocato.» Alza gli occhi al cielo.

«Sai essere davvero melenso a volte. Lo sai, vero?»

«Sì, ma so anche che a te piace, perché ogni volta che faccio lo sdolcinato mi onori con questo sorriso perfetto.»

«Ed ecco il seduttore.» Le rispondo con un occhiolino e mi volto di nuovo verso il centrotavola. Comincio a pasticciare con un ammasso di piume mentre mi chiede: «Allora… sei nervoso per domani?»

«Non proprio. Voglio dire, penso di aver fatto del mio meglio, date le risorse e il tema.»

«No,» Luna posa sul tavolo i suoi strumenti, «intendevo alla prospettiva di vedere tua madre.»

«Oh.» Mi appoggio alla spalliera del divano, lei si avvicina e mi mette una mano sulla gamba, con fare rassicurante.

«Non sono proprio nervoso, direi più che altro preoccupato. Di quello che dirò, di come reagirò. Ho un sacco di rabbia repressa. Sono anni che rimugino su delle cose di cui non le ho mai parlato. Non voglio che tornino tutte a galla sul set, capisci?»

«Capisco. Forse se ne parli con me puoi toglierti un peso dallo stomaco. Così domani potrai passare una bella giornata, e poi penserai a risolvere i problemi con tua madre.»

«Forse.» Sospiro. «Ma non ho nessuna voglia di parlarne. Se ora apro quel vaso di Pandora, poi non sarò in grado di chiuderlo.»

«Magari hai ragione.» Distoglie lo sguardo. «Allora dimmi qualcos’altro, qualcosa che ti aiuti a staccare la mente da tutto questo. Che tipo di carne preferisci?»

«Cosa?» Rido. «Davvero speri di distrarmi così? Parlandomi di carne?»

«Sono andata nel panico. Non volevo che ti arrabbiassi con me per averti chiesto di tua madre. È la prima cosa che mi è venuta in mente.»

«Ci vorrà molto di più di questo per farmi arrabbiare con te, soprattutto dopo quello che hai fatto ieri sera con quella piuma.» Fa un sorrisetto diabolico. «Ma se vuoi sapere qual è la mia carne preferita, direi la bistecca.»

«Bistecca, una scelta piuttosto popolare. Filetto?»

«Fiorentina.»

Arriccia il naso. «Davvero? Con tutto quel grasso in eccesso?»

«Si mastica bene.»

«Bleah» fa lei fingendo di avere i conati di vomito. «Oh mio Dio, forse… forse possiamo chiudere questo discorso.»

«Non vorrai lasciarmi in sospeso su quale sia la tua carne preferita! Non è giusto.»

«Be’, non la bistecca.»

«Credo che questo l’abbiamo chiarito. Allora quale?»

«Ehm… Mi piace molto il pollo.»

«Pee!, risposta sbagliata» dico simulando il suono di un pulsante elettrico. «Avresti dovuto dire: “è il tuo pene, Alec”.»

«Oh mio Dio.» Si tira indietro mentre rido. «Che diavolo hai che non va? Ti sei laureato alla Columbia, Dio santo. Mostra un minimo di classe.»

Incrocio le mani dietro la testa e appoggio le gambe sul tavolino. «Mi dispiace, Luna Moon, non ne ho.»

«Si vede.»

«Stai sudando?» chiede Thad.

«Cosa? No.» Scruto il set alla ricerca di una persona che non vedo da anni.

«Sembra proprio che tu stia sudando, invece. Vedo le goccioline.» Mio fratello si sporge in avanti e lo scaccio con un gesto secco.

«Non sto sudando, cazzo.»

«Oh, non c’è bisogno di dire parolacce. Siamo in famiglia.»

Mi premo una mano sulla fronte.

Vorrei che Luna avesse passato la notte da me, almeno così avrei potuto svegliarmi tenendola tra le braccia, farmi dire cose rassicuranti, e magari toccarla un po’ prima di uscire. E invece no, è tornata a casa sua… di nuovo.

Sono nervoso – lo so.

E non sto sudando, è solo la tensione. Tra poco arriverà mia madre. Vorrei saltare il momento della sorpresa iniziale: sarebbe molto più facile se potessi abbracciarla, andare oltre l’imbarazzo, e poi magari uscire insieme a cena più tardi, o qualcosa del genere. Iniziare il processo di guarigione.

«Ehi, hai visto i bozzetti del Team Hernandez?» sussurra Naomi, raggiungendo quasi di corsa il nostro tavolo di lavoro. «Hanno una specie di triangolo con dei fiori… e una piuma.»

«Cosa?» esclama Thad. «Siamo noi quelli delle piume. Non hanno visto la nostra vision board? Quella roba è letteralmente ricoperta di piume. Non posso credere che ci stiano fregando le idee.»

«È solo una piuma, Thad» rispondo. Mi rendo conto che è la cosa più sbagliata da dire nel momento stesso in cui le parole mi escono dalla bocca.

«Solo una piuma? Solo una piuma?» esclama un po’ più forte. «Si comincia così, e poi si viene a sapere che stanno cercando di organizzare un matrimonio boho-chic del cazzo con un’atmosfera da notte a Miami. Non ho intenzione di tollerarlo.» Sbatte un pugno sul tavolo.

«Non succederà, perché le location sono già decise» gli ricordo. «La settimana prossima c’è la gara di arredamento e sono sicuro che andranno avanti con i loro pizzi di merda.»

«Se usano le piume, mi metto a urlare. Urlerò proprio qui sul set.»

Gesù Cristo. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno sono altre urla.

«Non farlo, per l’amor del cielo.» Tiro fuori un foglio di carta dalla tasca posteriore e lo dispiego mostrando il mio bozzetto per il centrotavola. Due semplici vasi dipinti di rosa con la bomboletta spray, adornati con grandi cascate di piume. Si addice al nostro tema. «Mi stavo esercitando per la sfida di oggi e mi è venuto in mente questo. È un po’ particolare, ma potrebbe funzionare.»

Thad prende in mano il foglio, lo esamina con quello che chiama “il suo occhio buono” e poi lo posa sul tavolo. «È orribile.»

«Che?» chiedo sorpreso. «Non è orribile. È classico.»

«Questo non è un matrimonio classico. Questo è un matrimonio creativo. Vogliamo che sia sfavillante.» Alza il pugno in aria con fare drammatico.

«Guarda che non sei gay.»

Thad sbuffa. «Wow, questo è un commento davvero molto stereotipato da parte tua, Alec. Non c’è bisogno di essere gay per essere sfavillante e non devi per forza essere sfavillante per essere gay. Guarda Declan e Cohen – non avrei mai immaginato che fossero omosessuali.»

«Non volevo dire questo.» Mi prendo la testa tra le mani. «Cazzo, non lo so nemmeno io cosa volessi dire. Sono solo…» Mi guardo intorno, niente. Non la vedo. «Quando cominciamo?»

«Tra cinque minuti» risponde Naomi lanciandomi un’occhiata confusa. «Va tutto bene?»

Guardo l’orologio. Dovrebbe essere già arrivata. «Devo solo fare una chiamata veloce. Dammi un secondo.»

Esco dal set e mi trovo un angolino più o meno appartato. Tiro fuori il telefono e compongo il numero di mia madre per la seconda volta in una settimana.

Uno squillo. Un altro. Un altro.

Poi finalmente: «Pronto?»

«Mamma?» chiedo. Perché la sua voce mi sembra così distante?

«Alec?»

«Sì, sono io. Dove sei?»

Sento dei fruscii. «A casa.»

Mi sale il sangue al cervello. «Cosa vuol dire che sei a casa? Pensavo che dovessi venire alle registrazioni oggi.»

«Be’, è successa una cosa. Non posso più venire.»

«Cosa? E perché no?» chiedo. La rabbia comincia a prendere il posto dell’imbarazzo e dell’angoscia.

«È stata una notte difficile.»

Una notte difficile… cosa significa esattamente? Quando ero al liceo, un giorno trovai un mucchio di farmaci nel cassetto di mia madre. Le chiesi a cosa servissero e lei mi mandò via dicendomi che erano scaduti. Ma io sapevo bene cos’erano, soprattutto perché, dopo la mia partenza, Thad mi disse che la vedeva prendere delle pillole di continuo. Quindi posso immaginare la causa di questa “notte difficile”.

«Mi hai detto che saresti venuta, quindi perché non te ne sei stata buona stanotte sapendo che avevi un impegno… la mattina presto?»

«Risparmiami la predica, Alec.»

«Non ti sto facendo la predica, mamma. Sto solo cercando di capire cosa può mai esserci di più importante di venire a trovare i tuoi figli.» Mi passo una mano sulla fronte, sforzandomi di intuire cosa può averla spinta a ricadere nelle solite dinamiche disfunzionali. Qual è stato il detonatore?

«Non capiresti.» Quella risposta mi manda completamente fuori di testa. Quelle parole.

Quando ero piccolo, appena Thad si addormentava e papà usciva di casa, andavo nella stanza di mamma per cercare di confortarla. Ma lei mi respingeva con quelle stesse parole. Si allontanava e mi escludeva dalla sua vita.

«Hai ragione, non capisco.» Mi passo una mano tra i capelli, con rabbia. «Non capisco come tu possa prendere un impegno e poi non presentarti nemmeno. Pensavi che non fosse un problema? Ti rendi conto di quanto sia stato difficile per me fare quella chiamata, cercare di comunicare con te, di ricostruire ciò che abbiamo perso?»

«Ti sento arrabbiato. Forse dovremmo riprovarci un altro giorno, quando ti sarai calmato.»

«Quando mi sarò…» Faccio un respiro profondo. «Sì, riproviamoci un altro giorno.» Riattacco prima che lei possa rispondere e mi infilo il telefono in tasca. «Incredibile» mormoro, camminando avanti e indietro con le mani tra i capelli.

«Un minuto!» urla un assistente.

Fantastico.

Prendo un altro respiro profondo, cercando di allentare la tensione nelle spalle, di mandare giù il nodo che ho in gola e di trattenere le lacrime di rabbia che minacciano di inondarmi gli occhi da un momento all’altro.

Pensavo che sarebbe venuta. Pensavo che avrei avuto un’occasione di chiarirmi con lei, e invece mi ha deluso ancora una volta. Non sono abbastanza importante per mia madre. Non mi merito un vero, sincero sforzo. Non me lo sono mai meritato.

Probabilmente non me lo meriterò mai.

Quando torno alla postazione, Thad mi lancia un’occhiata. «Sei tutto rosso.»

«Puoi smetterla di guardarmi, cazzo?» urlo. L’intero cast e la troupe si girano verso di noi.

Riesco a sentire gli occhi di Luna su di me. Percepisco le sue domande silenziose, ma non mi volto a guardarla. Non posso, non quando sono così sconvolto.

«Fratello, calmati. Ci stanno guardando tutti.»

«Fantastico, e tu lasciali guardare, cazzo.» Strappo il bozzetto sul tavolo e lo accartoccio. «Facciamola finita con queste stronzate.»

Thad sospira. «E pensare che per un attimo ho creduto che avessi voltato pagina. Invece sei sempre lo stesso vecchio Alec.»

Prima che possa rispondere, Diane urla: «Silenzio sul set!» e indica Mary, in piedi davanti al tavolo degli oggetti misteriosi.

Tutto questo è semplicemente fantastico.