19
Fisso il cellulare coi nervi a pezzi.
Sono rimasto immobile per dieci minuti, il dito sul tasto di chiamata.
Fallo e basta, cazzo.
Mi massaggio la fronte mentre premo il verde. A ogni squillo la mia voglia di vomitare si fa sempre più pressante finché…
«Pronto?»
Cazzo, è stato un errore, un enorme errore. Che diamine mi è saltato in testa?
«Pronto?» Quella voce rauca è così piena di ricordi spiacevoli. Mi fa attorcigliare lo stomaco, e non in senso buono.
Dovrei riagganciare. Premere il pulsante rosso e…
«Pronto? Alec?»
Cazzo. Mi schiarisco la gola e avvicino l’orecchio al telefono. Poi dico: «Ehi, mamma.»
«Alec» fa lei con voce neutra. «Mi stai chiamando?»
Già, questa telefonata non sarà per niente imbarazzante.
«Sì.» Annuisco, anche se non può vedermi.
«Thad e Naomi stanno bene?»
«Sì, stanno bene.»
E questo è tutto. Niente “Come va la vita? È un po’ che non ci sentiamo.” D’altronde, perfino io che l’ho chiamata non riesco a trovare le parole.
Dopo aver parlato con Luna ieri sera, sono stato colto da un bisogno irrefrenabile di sentire mia madre. Se davvero voglio essere felice, devo ricucire gli strappi nella mia vita, uno dei quali è il rapporto con lei. Pensavo che chiamarla fosse solo il primo passo, ma se è già così difficile, come mi sentirò quando dovrò vederla di persona?
«Be’, se va tutto bene…»
Merda. Di’ qualcosa prima che riattacchi.
«Ehm, ti andrebbe di vederci… sabato?» Deglutisco a fatica. «Thad ti ha detto del programma, giusto?»
«Sì» risponde lei. Sembra confusa. Non la biasimo. Non saprei dire quand’è stata l’ultima volta che abbiamo parlato, figuriamoci che ci siamo visti di persona. «È molto bello da parte tua aiutarlo. Mi ha detto che hai fatto una torta meravigliosa.»
Certo che gliel’ha detto.
«È stata una bellissima sfida» dico, rigido come un robot. «Ehm, nel prossimo episodio possiamo invitare un ospite se vogliamo. Ho pensato che sarebbe stato divertente fare una sorpresa a Thad.»
«Oh sì, sono sicura che ne sarebbe contento. Non vedo né lui né Naomi da un po’ di tempo… Come te, del resto.»
«Lo so.» Sospiro immaginando il suo sguardo di disapprovazione. «Io, ehm… mi dispiace. Sono stato un po’ preso da altre cose.»
«Non c’è alcun bisogno di dare spiegazioni, Alec.»
Invece sì. Forse non al telefono, però.
Ignorando l’elefante nella stanza, chiedo: «Allora, pensi di farcela per sabato? Posso inviarti un messaggio con tutte le indicazioni.»
«Sì, non ho niente da fare. Va bene.»
«Okay, d’accordo. Grazie… mamma.»
«Di niente. Qualsiasi cosa per Thad.»
Già. Qualsiasi cosa per Thad.
Stringo gli occhi sentendomi invadere dal senso di colpa – per essere stato via così a lungo, per non aver pensato che la mia famiglia fosse abbastanza importante da meritare tutto il mio impegno, per aver sprecato così tanto tempo che avrei potuto passare con loro.
Lei fa un respiro. «Bene, okay allora» risponde con voce tremante. «Ci vediamo sabato, Alec.»
«A sabato» rispondo. Poi riattacco. Lancio il telefono sul divano, mi passo le mani tra i capelli e tiro un sospiro di sollievo. Il primo passo è fatto, ora devo pensare a sabato e a come diamine farò a spiegare a mia madre perché sono stato assente per tutti questi anni, e anche perché ora voglio cambiare le cose, fare parte della loro vita.
Dal college in poi abbiamo avuto solo incontri sporadici, che si sono fatti sempre meno frequenti con il passare del tempo. Pian piano ci siamo limitati a stare insieme qualche giorno durante le vacanze e poi neanche più quello. Onestamente non riesco a ricordare l’ultima volta che ci siamo salutati. Di certo non mi viene in mente l’ultima volta che l’ho vista sobria e non drogata di psicofarmaci.
Imbottita di pillole e vodka, dice spesso cose cattive e piene di rancore.
Tipo: Sei proprio come tuo padre.
Hai un cuore di ghiaccio come lui.
Non ti è mai importato niente né di me né di tuo fratello.
Quelle belle parole che sanno colpire davvero il cuore di un figlio.
La relazione dei miei genitori era molto tumultuosa. Papà era completamente dipendente dai soldi e dagli investimenti, passava ore su ore a Wall Street, a fare la corte al grosso cliente di turno. Quando finalmente rientrava a casa la sera – sempre che non preferisse dormire chissà dove – la mamma gli dava addosso, rimproverandolo di non prestarle la minima attenzione. Curioso, non si è mai lamentata che non degnasse di uno sguardo i suoi figli. E poi iniziavano a comportarsi come due matti. Si lanciavano oggetti, si insultavano a vicenda. Era in quei momenti che io portavo via Thad, coprendogli le orecchie per proteggerlo dalla tempesta di odio che si stava scatenando in casa nostra.
Papà spariva per tutta la notte, andando a fare Dio sa cosa, fregandosene completamente di avere due figli. Mamma si faceva un bagno e affogava i suoi dispiaceri nell’alcol e nelle pillole, finché finiva strafatta.
E io restavo solo con Thad.
La parte più merdosa di tutto ciò è che stavo male per lei, anche se non riusciva a darsi una regolata, a esserci per me e Thad. Sto ancora male per mia madre, ma ho anche tanto risentimento nei suoi confronti. Avrebbe potuto andarsene prima, prendersi cura di noi, amarci… ma ha scelto di non farlo.
Mi alzo dal divano strofinandomi le mani sul viso. Mi dirigo verso il bagno e apro l’acqua della doccia. Non so quando verrà Luna – non so nemmeno se verrà – ma in ogni caso voglio farmi trovare pronto. Ho bisogno di lavare via le scorie di questa conversazione.
Mi ritrovo ancora una volta a fissare il cellulare, ma per un motivo completamente diverso. Sono le nove e non c’è traccia di Luna.
Nessun messaggio. Nessuna chiamata.
Nessuno che abbia bussato alla mia porta.
Ho pensato di scriverle almeno una decina di volte, ma non volevo metterle pressione. Sapevo di averle fatto una grande richiesta la sera prima: non era certo una sciocchezza mantenere il segreto su di noi, per il bene di Thad e del rapporto che volevo costruire.
Vorrei poter credere che mio fratello accetterebbe la cosa con maturità, ma io lo conosco bene, e so che di sicuro penserebbe che sono in combutta con Luna, che sto per bruciargli qualsiasi possibilità di vincere la gara e regalare una nuova vita alla sua famiglia.
Faccio zapping senza pensare, chiedendomi perché mai pago la TV via cavo.
La spengo frustrato e lancio via il telecomando insieme al telefono. Mi appoggio allo schienale del divano. Forse dovrei solo andare a letto. O leggere un libro. Fare un cruciverba. Prepararmi per la sfida di sabato, nonostante non sappia assolutamente nulla di centrotavola; almeno potrei concedere un minimo di tregua al mio povero cervello…
Toc. Toc.
Mi alzo di scatto dal divano prima ancora di capire cosa sta succedendo. Sbavo come il cane di Pavlov. Sbircio dallo spioncino ed ecco, dall’altra parte c’è Luna. Ha l’aria di essere molto nervosa.
Apro la porta e lei mi passa sotto il braccio ed entra in casa, senza dire una parola. Come tutte le volte che è venuta nel mio appartamento, si toglie le scarpe e poi si siede sul divano.
Cazzo. La situazione si preannuncia imbarazzate. Peggio di parlare con mia madre al telefono.
Ho la sensazione che non mi piacerà quello che ha da dire.
Con un sospiro sconfitto, chiudo la porta e mi siedo di fronte a lei. Luna appoggia il mento sulla mano e fissa la mia cucina, aggrottando la fronte.
Vorrei chiederle cosa c’è che non va, magari posso tirarla su di morale in qualche modo, ma la mia lingua è completamente paralizzata. Forse per la prima volta in vita mia non ho niente da dire. Restiamo seduti in silenzio. Io la fisso; lei fissa la cucina.
Silenzio.
Mi sembra che siano passate ore quando finalmente mi chiede: «Che programmi hai per il fine settimana?»
Okay, questa non me l’aspettavo. Ma si vede che è sulla difensiva, quindi immagino che non voglia parlare del vero motivo per cui è qui… Perché non la smettiamo tutti e due?
Mi schiarisco la voce e mi sposto sul divano. «Vuoi dire… per la sfida dei centrotavola?»
«Sì. Cos’hai intenzione di fare?»
Mi gratto il mento. «Non ci ho pensato granché. Probabilmente qualcosa con delle piume.»
«Credo che dovresti avere un piano. Devi prepararti, Alec. È così che funziona: ti devi preparare per ogni singola sfida. Se vuoi avere anche una sola possibilità di vincere, devi iniziare a fare dei bozzetti, o almeno a cercare su Google immagini di centrotavola con le piume. L’altro giorno ho letto su un blog un post su come riempirle di glitter per dare un tono un po’ bohémien. Sono sicura che Luciana e Amanda ci stiano già pensando, ma non sarebbe male far arrivare alcune delle loro idee a Thad. Certo, ammetto che potrebbe dare di matto se…»
«Ehi,» le appoggio una mano sulla gamba, «che ti prende?»
«Niente, ho solo pensato che dovresti prepararti, tutto qui. Cos’hai intenzione di fare sabato? Voglio dire, non puoi mica presentarti lì e basta. Porterai qualcuno sul set? Noi non abbiamo nessuno, ma non sapevo se…»
«Calma. Stai sproloquiando.»
«Sono nervosa. Okay.» Si preme la mano sulla fronte. «Sono nervosa e stavo quasi per non venire stasera, ma non sopportavo l’idea di non vederti, quindi… dimmi qualcosa. Dimmi qualsiasi cosa. Parlami di sabato. Distraimi da tutte le emozioni che mi frullano in testa.»
Okay, sta un po’ dando di matto. È evidente, basta guardare la luce selvaggia nei suoi occhi, che sfrecciano per tutta la stanza senza sosta. Ha bisogno di una distrazione, e io ho la soluzione. La soluzione perfetta.
«Mia madre verrà sul set… l’ho invitata io.»
Per la prima volta da quando è entrata nel mio appartamento i suoi occhi sono fissi su di me. «Hai invitato tua madre per le riprese? Tu?»
Annuisco. «Stasera. Le ho telefonato.»
Lei si ammorbidisce, rilassa le spalle, mi prende dolcemente la mano. «L’hai chiamata? Alec, è… wow, è fantastico.»
«Sei tu che, ehm… mi hai insegnato a tendere la mano, a sforzarmi di essere una persona migliore.»
«Alec…»
«Sono serio.» Con una mano sulla nuca, la fisso negli occhi. «Ho visto il rapporto che hai con Cohen, so quanto è forte il vostro legame. E le storie che hai raccontato sulla tua infanzia, sui tuoi genitori… Mi rendo conto che non potrò mai avere quello che hai tu, ma almeno posso cercare di sistemare le cose con la mia famiglia. Se per caso dovesse succedere qualcosa a qualcuno di noi – e prego proprio di no – non voglio ritrovarmi un giorno a guardarmi allo specchio e a maledirmi perché non ci ho mai nemmeno provato.»
«È… è fantastico, Alec.»
«È un passo nella direzione giusta.»
«Sì.» Sorride, e questo mi dà il coraggio di avvicinarmi a lei e stringerle forte la mano.
«Perché sei qui, Luna?»
Con il dito disegna delle dolci linee sul mio palmo. «Non voglio una pausa.» Un profondo sospiro. «Voglio vedere come vanno le cose.»
«Davvero?» Sono anche un po’ terrorizzato, in realtà: ho paura di esaltarmi troppo, di farle cambiare idea con il mio entusiasmo fuori controllo. Il suo corpo vibra di… energia: eccitazione o ansia, non so cosa sia, ma la sento, la vedo nei suoi occhi.
Annuisce. «Sì. Ne ho parlato con Farrah e mi ha fatto notare che per qualche settimana non casca mica il mondo. E io sono d’accordo. Posso tenere il segreto, per ora. Voglio che tu costruisca un vero rapporto con Thad e so che dovrai fare dei grossi sacrifici per arrivare al tuo obiettivo. Perciò lo capisco se non vuoi dirgli di noi. E francamente,» fa un sorrisetto malizioso, «il bacio che mi hai dato ieri sera mi ha lasciato più frustrata che altro.»
Anche il suo più minuscolo sorriso ha il potere di donarmi di nuovo il respiro.
«Volevi di più, eh?»
«Molto di più.»
«Allora vieni qui» dico, tirandola per la mano e guidandola fino a metterla a cavalcioni sulle mie ginocchia. Sento i suoi leggings sottili che strusciano contro i miei pantaloncini leggeri.
Si siede proprio sul mio inguine e comincia a ondeggiare, con una risatina che sembra sgorgare direttamente dal fondo della gola. Accosta la bocca alla mia proprio mentre le abbranco i fianchi. Poi stacca le labbra e comincia ad avvicinarle e ritrarle, con un ritmo profondo, sensuale. Il movimento della sua bocca sulla mia mi stordisce completamente, facendo crescere il desiderio. È come una droga.
Ne voglio ancora.
Il mio corpo vibra chiedendo di più.
L’afferro saldamente, implorandola di continuare.
La sua lingua scorre sulle mie labbra prima di infilarsi nella bocca aperta, stuzzicandomi, tentandomi. I suoi fianchi si muovono sui miei e, dopo pochi movimenti sensuali, il cazzo mi diventa duro come una roccia. Sentendolo sotto di sé, lei fa un sorriso e allontana la bocca dalla mia. Ma io la tiro verso di me e inizio a darle dei baci sul viso: prima lungo la guancia, poi giù fino al collo e poi di nuovo su. La mia barba le raschia lievemente la pelle, la mia lingua la percorre strappandole dei piccoli gemiti.
Mentre con le labbra mi prendo cura del suo lobo, le faccio scorrere le mani sotto la maglietta e poi su lungo la schiena, fino a raggiungere il gancio del reggiseno. Ho voglia di slacciarlo, di liberarla, di sentirla, ma poi ci ripenso e inizio a farle scivolare le dita lungo la spina dorsale. Troppo, troppo presto.
Non spaventarla.
Con mia grande sorpresa, fa un gemito di protesta e si porta le mani dietro la schiena, slacciandosi il reggiseno da sola. Riesce a sfilarselo senza togliersi la maglietta e poi mi porta le mani sul petto. Porca puttana. Mi ha colto di sorpresa, di brutto. Ma non ho nessuna intenzione di respingerla.
«Toccami» sussurra mentre le mordicchio l’orecchio proprio sotto il lobo.
«Lo sto facendo.»
«Sotto la maglietta.»
«Lo sto facendo» ripeto, incapace di controllare il mio sorriso.
Lei stringe i fianchi. «Toccami le tette, Alec.»
Oh… cazzo.
Rido e allungo una mano ma non la sfioro davvero, non ancora.
Muovo le dita appena sotto il seno e poi premo le mie labbra contro le sue, prima di infilarle tutta la lingua in bocca. Lei geme e muove le anche su di me, lenta, regolare – su e giù, su e giù – strusciandosi sul mio uccello in un modo che mi fa sentire un formicolio lungo la spina dorsale. Tremo dalla testa ai piedi. Sentire l’attrito tra i nostri corpi è meraviglioso. Dio, quanto sono eccitato. Se continua così rischio di avere un orgasmo nel giro di pochi minuti.
«Merda, Luna» dico, staccandomi per prendere fiato. «Così mi fai venire nei pantaloni.»
«Bene.» Prende l’orlo della maglietta e me la tira su fino a sfilarmela dalla testa. La getta via e si piega all’indietro per osservare il mio torso nudo. «Gesù» mormora, con le mani che mi scorrono lungo il petto e poi giù fino agli addominali, giocando pericolosamente con ogni rientranza, con ogni linea scolpita della pelle. «Grazie, Dio, per questi addominali e questi pettorali.»
Rido, cosa che la fa solo sospirare ancora più forte.
«Quando ridi, i tuoi addominali si contraggono e ti si muovono i pettorali. È super eccitante.»
«Guarda pure quanto vuoi, Luna Moon» dico portandole l’altra mano dietro il collo per avvicinare le sue labbra alle mie. Quando le bocche si toccano, qualcosa si scioglie dentro di lei – le sue mani mi risalgono il torso fino ai pettorali, afferrandoli con forza, mentre le sue labbra si muovono lentamente, con metodo. Un mix irresistibile che mi fa salire un calore per tutto il corpo. Sento mille goccioline di sudore lungo la schiena.
La mia mano trema dalla voglia di muoversi verso l’alto, di toccarla, di profanare il suo corpo, ma non voglio andare fino in fondo. Non ancora.
Anche se, cazzo, venire con lei che mi si struscia sull’inguine non sembra male come piano B.
Sentendo il sapore della sua pelle, muovo la bocca lungo la guancia, fino al collo, mentre faccio scorrere la mia mano sul suo seno e lo afferro, sfiorando con il pollice il capezzolo indurito.
«Oh Dio» geme. Tira la testa all’indietro e inizia a muovere i fianchi ancora più forte. «Alec… Potrei venire anche così… Dio, potrei venire così forte.»
«Allora fallo» dico leccandole il collo. «Vieni. Facci venire entrambi.»
Lei ruota le anche e io le do un morso. Fa un urletto spaventato. «Merda.» Sospiro.
«Scusa.»
«Fallo di nuovo» sussurra stringendomi ancora di più coi fianchi. Poi continua, e alla fine mi sento completamente stordito, incapace di controllare la pulsazione intensa che mi fa martellare le vene. Abbatte tutte le mie difese e mi lascia totalmente in balia del desiderio.
Le mordo di nuovo il collo e poi la bacio. Un morso e un bacio, un morso e un bacio. La testa abbandonata di lato, mi afferra le cosce.
Come avvolto da una nebbia, guardo il suo corpo, ho ancora una mano sotto la sua maglietta. Prendo il capezzolo che preme e spinge contro il tessuto. Le fisso il collo, il disegno delicato delle clavicole. Voglio passarci la lingua, e poi salire su fino alla bocca. Cazzo, la sua bocca.
Devo controllarmi. Le tolgo la mano dal seno, la sposto sulla schiena e scendo dal divano, guidandola verso il pavimento. La sdraio con cura e le sue gambe si avviluppano intorno ai miei fianchi. La aiuto ad aprirle di più e poi le prendo le mani e gliele sposto sopra la testa, tenendole bloccate.
Appoggio le labbra alle sue e ci diamo un bacio violento, divorandoci a vicenda. Le nostre bocche affamate chiedono sempre di più. Io voglio di più: a ogni tocco di lingua, a ogni morso che mi dà sul labbro. Muovo le anche e le metto il cazzo proprio sopra il punto magico, anche se non ci siamo ancora spogliati. Inizio a fare su e giù sul suo clitoride.
«Sì, Alec» grida.
Indietreggio quanto basta per scorgere il desiderio bruciante nei suoi occhi, così inebrianti mentre mi struscio su di lei.
Le sfugge un sospiro.
Le sue gambe si aprono ancora di più.
Mi stringe le mani.
Sempre più avido, faccio scivolare di nuovo le dita sotto la sua maglietta e trovo il seno. Non la spoglio ma sento con il pollice il suo capezzolo turgido. Piccolo, incredibilmente sexy. A ogni tocco, i testicoli mi si contraggono.
«Cazzo» esclamo sentendo arrivare l’orgasmo.
«Sì, così, proprio lì» fa lei ormai senza fiato. Le sue labbra trovano di nuovo le mie, e l’elettricità di quel tocco accende ogni nervo del mio corpo.
Mi struscio su di lei.
Lei si struscia su di me.
Gemo sulla sua bocca.
Lei geme contro la mia lingua.
Le stringo la mano.
Le sue dita graffiano il dorso della mia.
Stacco le labbra.
Lei mi preme la fronte sulla spalla.
Muovo le anche sempre più forte.
Sento il suo gemito attraversarmi tutto il corpo.
«Sì, oh Dio… sì, Alec!» grida, trema, scossa da brividi incontrollabili, e poi crolla sotto di me, dopo aver avuto un orgasmo proprio lì, sul tappeto del mio soggiorno.
«Oh… cazzo» mormoro con la spina dorsale che mi si tende, le palle che si stringono e l’uccello che mi si gonfia fino a scoppiare. E vengo nei pantaloni. Mi tremano le gambe a ogni schizzo. Senza fiato e scosso dai tremiti, continuo a cavalcarla sentendo esplodere entrambi i nostri orgasmi, fino a quando non rimane più niente. «Cazzo» esclamo esausto lasciandole andare le mani e poggiando il peso sugli avambracci, ancora sopra di lei.
Appoggio la fronte alla sua, mentre cerchiamo di riprendere fiato. Quello che abbiamo appena fatto ha resuscitato una passione che non sapevo neppure fosse morta dentro di me. È come se si fosse rotta una diga, e c’è solo una persona che devo ringraziare per questo.
«Luna Moon» dico scuotendo lievemente la testa. «Che cosa mi hai fatto, ragazza?»
Lei sorride e mi poggia le mani sulla nuca. «Cosa ti ho fatto? Cosa hai fatto tu a me, semmai! Non sono abituata a scoparmi i ragazzi nel loro soggiorno… non più, almeno.» Ride.
«Allora abbiamo appena fatto una cosa degna dei vecchi tempi.»
«Hai iniziato tu.» Le strofino il naso sulla guancia e la bacio sotto l’orecchio.
Lei sospira. «Non avevo scelta. Mi hai praticamente preso di peso. Dovevo lasciarti lì con l’uccello così duro?»
«Mi sarebbe andato bene lo stesso.» Alzo la testa in modo che capisca quanto sono serio.
Si avvicina e mi tocca la guancia. «Ma io non volevo. Anzi, volevo farti venire in modo imbarazzante nei pantaloncini da ginnastica.»
Non riesco a trattenere una risata. «Credimi, Luna Moon, ero tutt’altro che imbarazzato. Lo rifarei ancora e ancora.»
I suoi occhi si fanno dolci e sulle sue labbra si affaccia un sorriso. Ed è allora che la vedo: l’attrazione, il desiderio che sente per me. Sono stato io a provocare quello sguardo, con le mie parole. Io. Il ragazzo che sopportava a malapena l’idea di avere una relazione. E adesso eccomi qui. Più che pronto a farmi legare una corda al collo e a dichiararmi completamente e irrimediabilmente suo.
«Ti piaccio» la prendo in giro.
Lei alza gli occhi al cielo e cerca di spingermi via, ma io la tengo stretta. Restiamo piantati dove siamo. Bene così.
«Ti piaccio sul serio. Ti stai prendendo una bella cotta, vero?»
«Scendi dal piedistallo.» Ride, continuando a spingermi via.
«Luna più Alec uguale…»
«Oh, mio Dio.» Ride di nuovo. «Sei insopportabile. Grazie per avermelo ricordato.»
«Ma se ti fa impazzire» rispondo. Poi prendo le sue mani e le blocco di nuovo sopra la testa. Avvicino la bocca alla sua. Mi bacia. Le sue labbra bramano il contatto quanto le mie. «Resta» dico tra un respiro e l’altro. «Voglio solo dormire abbracciati.»
«Farrah mi sta aspettando.»
«Scrivile un messaggio. Ormai piaccio anche lei.»
Luna sorride con la bocca ancora vicinissima alla mia. «Sì, ma devo andare.» Continua a baciarmi. «Tu devi lavorare, e io ho un po’ di cose da organizzare e un sacco di progetti rimasti indietro.»
«Allora vediamoci domani. Vieni da me.»
«Questo si può fare.» Le lascio le mani e mi siedo sui talloni. Lei dà un’occhiata al mio inguine e ride. «Forse è meglio se vai a occuparti di quel problema.»
«Almeno non sono io quello che deve tornare a casa a piedi coi leggings tutti bagnati. In preda all’eccitazione.»
«“In preda all’eccitazione”? Mio Dio, quanti anni hai, cinquanta?» Si alza, prende il reggiseno e si sistema la maglietta. «Sono due passi, non di più.» Si piega per darmi un ultimo bacio, morbido, poi mi solleva la mascella. «Siamo solo io e te, nessun altro. Okay?»
È il suo modo di testare cosa c’è tra noi, di assicurarsi che io abbia in mente un rapporto esclusivo. Mi piace molto la sua schiettezza. Mi dimostra che ci tiene quanto me.
«Nessun altro» rispondo, gli occhi fissi nei suoi.
«Bene.» Mi dà un altro bacio e si avvia verso la porta. Si infila le scarpe e prende la borsa. «A domani, Chris E.»