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«Attenzione, eccola che entra super sexy… con il Super Attack.» Sorrido mentre strizzo il tubetto per far uscire una quantità minuscola di colla. Devo applicare delle perline a un gilet a cui sto lavorando da ventiquattr’ore filate.
Di solito non sono il tipo che incolla le perline. Mi piace cucirle, da brava artigiana, ma quando il tuo cameriere preferito al ristorantino/karaoke bar sotto casa ti chiama con pochissimo preavviso, pregandoti di ravvivargli il gilet per la sua prima esibizione da solista, devi essere pronta a infrangere le regole.
«Ahi!» urlo sentendo la colla che mi brucia i polpastrelli già pieni di calli. A questo punto della mia vita dovrei praticamente essere rimasta senza nervi sulla punta delle dita, ma a quanto pare me n’è rimasto ancora qualcuno. «Piccolo bastardo imperlinato» sussurro rivolta al gilet mentre mi siedo a valutare la mia creazione.
Non male per un lavoretto di colla. Devo aggiungere ancora qualche perlina d’oro intorno al colletto, quindi avrò bisogno dei miei occhiali speciali. Prima però mi serve una piccola pausa.
Mi accomodo sulla sedia e non riesco a trattenere un sorrisetto quando noto che ora è. Le sei e mezza. Il che significa solo una cosa: sta per andare in onda il duo delle meraviglie.
Eeeeh!
Trovo il telecomando in tempo record, accendo la TV e salto da Bravo (il canale preferito della mia coinquilina) a DIY Network. Io e Farrah siamo migliori amiche dai tempi del liceo. Abbiamo un’enorme passione in comune: entrambe amiamo esprimere la nostra creatività – lei si occupa di moda –, ma questo è tutto. Per il resto siamo agli opposti. Io tendo a cercare il lato positivo in ogni aspetto della vita, mentre lei può essere piuttosto aggressiva. Però è anche socievole. Il bello del nostro rapporto è che, quando siamo insieme, il mio “bicchiere mezzo pieno” si unisce al suo “mezzo vuoto”, ed è così che offriamo al mondo un bel calice di vita. Quando abbiamo deciso di trasferirci a New York City, abbiamo concluso che saremmo state coinquiline perfette.
Il programma sta per iniziare e la sigla già risuona nel soggiorno. Mi avvio sculettando verso il prossimo round di perline.
Amo il fai da te.
Anzi, è una bugia: non lo amo soltanto. È la mia ragione di vita.
Avete presente quei tipi che sanno fare un po’ tutto ma non eccellono in niente? Be’, sono io. A parte il fatto che sono la regina di qualsiasi forma di artigianato.
Vi serve qualcuno che sappia cucire, che se la cavi con l’uncinetto, la maglia, il punto croce? Sono a disposizione.
Vi occorrono perline, decorazioni, gioielli, stampi? Segnatevi il mio numero.
Cercate una sarta, una ricamatrice, un’esperta di lettering? Ehi, eccomi! *Applausi*
Sono eclettica, ho talento, riesco in tutto ciò che faccio e possiedo una creatività che sprizza da tutti i pori e implora ogni giorno di essere messa a frutto. Ecco perché curo uno dei migliori profili del mondo su Etsy e sono la prima artista di fai da te under trenta ad avere vinto un Webby per il mio fantastico canale YouTube. Ecco perché posso permettermi un appartamento a Manhattan e sono super ricercata per abbellire gilet da spettacolo nel giro di ventiquattr’ore.
Mi infilo gli occhiali e regolo la lente d’ingrandimento per osservare più da vicino il mio lavoro, come fanno le nonne.
Questo è il mio tipico venerdì sera: rannicchiata alla scrivania, gli occhiali appesi al collo, la TV in sottofondo, il tè a portata di mano. Non esco molto, di sicuro non sono sommersa da appuntamenti galanti, e giuro su Dio che non riesco a ricordare l’ultima volta che ho visto un uomo nudo. Ma va bene così, perché ho trent’anni, non sono esattamente una seduttrice, ma sono splendida e nel fiore dell’età.
«Ti sposi nei prossimi mesi? Te la cavi con il fai da te? Hai tutto quello che serve per organizzare un matrimonio con un budget di diecimila dollari a New York City?»
Conosco quella voce. L’aspetto impazientemente.
Alzo la testa dal gilet e mi sistemo gli occhiali per mettere a fuoco la TV.
È lei. La dea di tutti i mestieri.
Ho gli occhi a cuoricino mentre osservo l’unica, meravigliosa, talentuosa Mary DIY.
Avete presente Martha Stewart e il modo in cui ha conquistato il mondo intero negli anni Novanta? E poi Chip e Joanna Gaines, che ci hanno incantato con case rivestite in legno e porte rustiche, seducendo ogni negozio e qualsiasi fascia e settore di pubblico? Bene, Mary DIY è l’ultima tendenza. Di umili origini, si è fatta strada lavorando da Michaels, approfittando dello sconto dipendenti per cimentarsi nelle più disparate forme di fai da te. Da allora ha costruito un impero a partire dal suo canale YouTube, Mary DIY.
È creativa e piena di talento e la sera tardi – con le dita intorpidite a forza di ricamare – mi piace sognare… Siamo migliori amiche, ci divertiamo insieme su prati di pizzo e spago…
Sono sicura che se un giorno ci incontrassimo davvero, andremmo così d’accordo che ci scambieremmo i numeri di telefono per inviarci buffi meme sul fai da te.
(Ammetto di averne già qualcuno nella memoria del cellulare… non si è mai troppo prudenti).
Sebbene Mary DIY sia la mia anima gemella – per quanto inconsapevole, al momento – non è per lei che sto alzando il volume della TV. È per The Wedding Game.
«Cerchiamo coppie divertenti e fuori dal comune, disposte a mettere alla prova il loro rapporto con una serie di sfide. Voi e la vostra famiglia sarete in grado di creare un fantastico matrimonio low cost? L’America decreterà il vincitore e il premio è un meraviglioso attico nel cuore di Manhattan, il posto perfetto per sistemarsi dopo aver detto “Lo voglio”.»
«Porca… miseria» mormoro, col cuore che batte all’impazzata, la mente rapita in un vortice di idee. «Cohen deve assolutamente provarci.»
Cammino su e giù per il mio appartamento. Mentre aspetto mio fratello e il suo fidanzato, mi ripeto allo sfinimento tutti gli argomenti che ho intenzione di tirar fuori.
È una di quelle occasioni che capitano una volta nella vita.
Puoi lasciar perdere la cerimonia in municipio e avere davvero il matrimonio che hai sempre sognato.
Con il mio aiuto, puoi vincere.
Puoi lasciare il Queens, venire a vivere vicino a me, tagliare sulle spese di trasporto.
Puoi costruire la famiglia che hai sempre desiderato…
Me lo sento: era destino che vedessi quella pubblicità. Ci deve pur essere una ragione se negli anni mi sono esercitata tanto con il lettering a mano.
Non mi resta che convincere Cohen.
Sì, convincere. Diciamo che il mio fratellone è uno che si tiene per sé i suoi sentimenti e di certo non ama essere al centro dell’attenzione.
Ma conosco i suoi desideri più profondi: sogna di diventare un padre di famiglia, sposarsi e avere uno di quei matrimoni magici di cui la gente continua a parlare per anni.
Visto che lavora nel ramo delle costruzioni e il suo fidanzato insegna in una scuola pubblica in città, hanno deciso di dare una bella sforbiciata ai costi e sposarsi in comune.
Argh, un’assurdità. Soprattutto perché so bene che basta un bicchierino di tequila e in un attimo mio fratello scioglie quelle spalle perennemente rigide e si lascia davvero andare.
Toc. Toc.
I miei occhi si fiondano verso la porta e l’ansia mi sommerge come un maremoto, facendomi affogare tra respiri affannosi e tremiti incontrollabili.
Piano, ragazza. È solo tuo fratello.
Sì, mio fratello.
Colui che merita quel premio più di chiunque altro e che vincerebbe davvero, con il mio aiuto. Sono perfettamente in grado di organizzare un matrimonio che farebbe impazzire l’America intera e che rifletterebbe il rapporto intenso e amorevole che lega Cohen al suo fidanzato, Declan.
Non ho nessun dubbio su questo.
Apro la porta con un respiro profondo ed eccoli, in piedi davanti a me. I due uomini più importanti della mia vita.
«Ehi, sorellina» esclama Cohen, avvicinandosi per stringermi in un abbraccio, con un bacio sulla fronte. «Come stai?»
Con la testa gli arrivo a malapena al mento, la distanza perfetta per un abbraccio. È una cosa che adoro. «Alla grande.» Mi libero dalla sua presa e getto le braccia al collo di Declan, stringendolo altrettanto forte.
Ricordo ancora il momento in cui Cohen ha fatto coming out. Era un giorno di pioggia, in Connecticut, sulla costa. I nostri genitori ci portavano sempre lì in vacanza. Il vento era così forte che sembrava che la casa stesse per volare via. I fulmini lampeggiavano e i tuoni ruggivano come se si fosse scatenata una guerra nel cielo, appena fuori dalla nostra finestra. In mezzo a tutto questo, mentre giocavamo a Uno, si è fermato, mi ha guardato e ha detto: «Luna, sono gay.»
Io avevo dodici anni, lui sedici.
Ho sbattuto le palpebre. I suoi occhi si sono riempiti di lacrime.
Ho messo giù il mazzo e lui ha fatto lo stesso.
L’ho stretto forte. Ha pianto sulla mia spalla.
Gli ho accarezzato la schiena. Si è aggrappato a me come un naufrago si aggrappa a un’ancora.
Non ricordo quasi niente di quello che ho farfugliato in risposta, so solo di aver detto «Ti voglio tanto bene» più e più volte, finché non ha smesso di piangere e si è liberato dal mio abbraccio, con gli occhi gonfi e arrossati.
Mi ha confessato di avere troppa paura di dirlo a mamma e papà. Ho ribattuto che in ogni caso sarei rimasta al suo fianco – sarei stata la sua roccia.
Cohen era gay. Non me lo sarei mai aspettato. Non mi ero mai neppure sognata di avere una conversazione simile con lui, ma in quel momento ho capito che avrei fatto qualsiasi cosa, qualsiasi, per evitare che la preoccupazione che gli vedevo stampata in fronte gli impedisse di vivere la vita che meritava.
Quando l’ha detto ai nostri genitori, gli ho tenuto la mano.
Quando hanno sbattuto un po’ troppo le palpebre, gliel’ho stretta più forte.
Quando l’hanno abbracciato, mi sono aggrappata a lui mentre piangeva sulla mia spalla.
Quando gli hanno risposto che gli avrebbero voluto bene sempre e comunque, gli ho dato una lieve gomitata, del genere Te l’avevo detto.
Quando ha deciso di trasferirsi a New York, l’ho seguito subito, portandomi dietro Farrah.
E quando mi ha presentato Declan, l’ho spinto da parte e ho accolto tra le braccia quel bellissimo insegnante cino-americano dal cuore d’oro.
«Come sta il mio maestro preferito?» gli chiedo mentre mi stacco dal suo abbraccio e la mia mente torna al presente.
«Bene. Oggi a ricreazione ho dovuto interrompere una sola rissa, la considero una vittoria.»
Li faccio entrare e chiudo la porta. Guardo Cohen che – come sempre – fa il suo ingresso nel mio appartamento scuotendo la testa.
«Quand’è che comincerai ad appendere al muro dei quadri veri al posto di quei nastri?»
Come tutti sanno, gli appartamenti a Manhattan non sono molto spaziosi, almeno non quelli economici. Così, quando io e Farrah ci siamo messe alla ricerca di un posto dove vivere, l’unica cosa che ci interessava era trovare due camere da letto in una zona decente. Il resto l’avremmo sistemato, prima o poi.
Cosa che abbiamo fatto, ma abbiamo dovuto ricorrere a una bella dose di creatività.
A casa nostra, ogni centimetro di ogni singola parete è coperto di scaffali, cassetti e contenitori, per conservare tutti i miei materiali in modo decorativo e stiloso. Ho guadagnato migliaia di follower su Instagram solo per le mie tecniche di stoccaggio creativo. Gli hashtag organizzativi vanno fortissimo.
Ma tutto questo fa impazzire Cohen; è molto ordinato e… sobrio quando si tratta di decorazioni. Lui e Declan sono a dir poco dei minimalisti.
«Lascia stare i miei nastri, se non vuoi che venga fino al Queens a riempirti le pareti di impronte glitterate.»
«A casa nostra il fai da te è off limits» risponde Declan, superandomi con un sorriso per dirigersi verso un bouquet a cui sto lavorando per un matrimonio. La sposa mi ha inviato un centinaio di decorazioni con fiori in acrilico e mi ha commissionato bouquet e boutonnière per le sue nozze vintage. È stato un lavoro meticoloso e difficile, soprattutto perché sono estremamente pignola e ho voluto riflettere sulla posizione di ogni singolo petalo, ma per fortuna ho quasi finito. «Interessante,» Declan prende in mano il mazzo di fiori, «ti è rimasto qualche dito?»
Alzo le mani nella sua direzione.
«A malapena.»
Cohen si dirige in cucina, ho preparato il nostro gulasch preferito. È la sua unica richiesta, ogni volta che viene qui.
Non vuole che lo difenda quando la gente si gira a guardare lui e Declan. Non pretende che partecipi a marce e proteste per i suoi diritti, non mi chiede mai una mano quando è in difficoltà. Ma se parte da Astoria e si fa tutto il tragitto fino all’Upper West Side per accomodarsi al mio tavolo ingombro all’inverosimile di roba lasciata lì dalla notte prima – quando lavoro su un progetto artigianale pare sempre che ci sia stata un’esplosione – pretende che gli prepari la ricetta speciale della nostra famiglia: un sostanzioso gulasch rivisitato in chiave italiana. Ormai non deve più neppure chiedermelo. È anche il mio piatto preferito. Farrah ne va pazza e di solito deve lottare con Cohen per conquistarsi gli avanzi. Lei rivendica i suoi privilegi di coinquilina, lui si gioca la carta della consanguineità. È una battaglia epica a cui non vedo l’ora di assistere ogni volta che la pentola ribolle sul fuoco.
Declan dà un’occhiata ed esclama: «Incredibile, di nuovo gulasch».
«Ehi,» gli do una spinta, per gioco, «non vorrai mica criticare un’antica ricetta?»
«Antica?» chiede Declan, aggrottando la fronte. Si avvicina al lavello e solleva un barattolo vuoto di salsa Prego. «Da quando in qua il sugo in scatola è diventato un’antica ricetta?»
«Prego è una marca antica. Dal 1981.»
«Cazzo, 1981? Incredibile» ribatte Declan, facendoci ridere tutti. «Se volete assaggiare una ricetta antica, provate quella di mia nonna per la zuppa di fiore d’uovo.» Si china e mi stampa un bacio sulla fronte. «Ma adoro il tuo gulasch, anche se non ti vuoi piegare alla salsa fatta in casa.»
Mi fa l’occhiolino e io ricambio con un sorriso. «Magari un giorno, Declan. E, a proposito, procurami la ricetta della zuppa.»
«È sacra. Non credo che la nonna la cederà troppo facilmente.»
«Dille che è per la tua futura cognata, che vuole onorare anche il tuo lato della famiglia.»
«Be’, in tal caso consideralo fatto.» Mi dà un bacio sulla guancia mentre Cohen fa un respiro profondo e si dirige verso la pentola sul fuoco.
«Che profumo, Luna. Quanto manca?»
«Il ragazzo è affamato» scherza Declan. «Per tutto il viaggio in treno non ha fatto che lamentarsi di aver mangiato solo un panino al prosciutto, oggi al lavoro.»
Lancio un’occhiata al mio muscoloso fratello e gli sorrido. È sempre stato un uomo d’appetito.
«Fammi indovinare: il misero pasto ha lasciato insoddisfatta la tua fame vorace?»
Vado nella minuscola cucina, prendo le scodelle di porcellana italiana – un regalo della nonna prima che morisse – e verso una porzione abbondante di gulasch a testa. Poi guarnisco col parmigiano appena grattugiato che ho comprato stamattina in gastronomia.
Cohen prende due piatti e ne porge uno a Declan. Ci sediamo tutti al tavolo bar, io da una parte, i ragazzi dall’altra, e iniziamo a darci dentro.
Cohen chiude gli occhi e si lascia sfuggire un mormorio felice. «Molto meglio di un panino al prosciutto.»
«Forse dovresti provare a portarti al lavoro qualcosa di più sostanzioso. Ti rendi conto di quante calorie bruci con tutta quell’attività fisica?»
«La nostra pausa pranzo non è un granché e non è facile mandare giù un pasto abbondante a metà giornata.» Cohen divora il suo piatto e mi viene da ridere vedendo il brodo che gocciola sul suo mento scolpito. Ve lo potete immaginare un po’ come la versione italiana di Bruce Wayne, con la camicia a quadri e tutto il resto, più un pizzico di accento newyorkese.
Nel giro di pochi minuti mio fratello si è già alzato di scatto dalla sedia, pronto per la seconda porzione, mentre io e Declan ci guardiamo increduli, entrambi con le scodelle ancora piene.
«Oh, vacci piano» esclamo mentre balza sul suo sgabello. È già pronto ad aggredire il piatto fumante.
Non risponde e si precipita sul gulasch. «Un bouquet, eh?» chiede tra un boccone e l’altro.
Cohen. Il mio gulasch lo conquista ogni volta.
«Eh sì. Un lavoro da mille dollari. Ci ho già perso due giorni. Sono rimasta un po’ indietro con gli altri progetti e le scorte del negozio, ma ci tenevo a cimentarmi in questa sfida, quindi ho accettato il fuoriprogramma. Recupererò.»
«Mille dollari per due giorni di lavoro da casa, guardando la TV.» Declan scuote la testa. «Ragazzi miei, ho scelto la professione sbagliata.»
«Ma che dici?» ribatto. «Certo, vieni pagato di merda, torni a casa col raffreddore almeno una volta al mese, e ti hanno preso a calci negli stinchi un centinaio di volte. Ma puoi plasmare le menti delle future generazioni. Come può non essere gratificante?»
Ride. «Se la metti così…»
«Declan ti ha raccontato del genitore che sta sollevando una vera tempesta di merda con il preside?»
«Cohen» lo ferma Declan.
«Cosa?»
Si parlano in silenzio, solo con gli occhi – quel genere di conversazione che possono permettersi solo le coppie che stanno insieme da anni.
Mi sporgo per impedirgli il contatto visivo. «No, non me l’ha detto, ma ti prego, illuminami.»
«Non è niente» risponde Declan, tornando a fissare il cucchiaio.
Sospiro. «Declan, puoi dirmelo tu ora, o me lo dirà Cohen quando non ci sei. Sai bene come funzionano le cose tra noi. Condividiamo tutto.» Alzo un sopracciglio. «Fino al più piccolo dettaglio.»
«Non proprio ogni dettaglio» si affretta ad aggiungere Cohen mentre poggia una mano sotto il tavolo, sulla coscia di Declan. «Fidati… non tutti.»
«Lo spero con tutto il cuore. Certe faccende devono rimanere tra uomo e uomo.»
Appoggio il mento sulla mano e mi metto a osservare la mia coppia preferita. Dio, quanto li amo. La confidenza, l’affinità. Le piccole provocazioni, gli sguardi complici, le tacite intese. I gesti confortanti e affettuosi che riesco a scorgere solo quando siamo tra noi. Non te lo spiattellano in faccia, il loro amore, ma glielo leggi negli occhi. Basta vedere come si preoccupano l’uno per l’altro. Un’altra ragione per cui voglio davvero che partecipino a quel gioco a premi.
«Adesso però non stiamo parlando di quelle faccende.» Cohen si gira verso di me. «Il genitore di un alunno di Declan ha scoperto della festa di fidanzamento che gli hanno organizzato a scuola e ha dato di matto.» Fissa la sua scodella, le labbra strette in una morsa. «Non vuole che suo figlio venga educato da un gay.»
«Oh Gesù.» Alzo gli occhi al cielo, contrariata dall’ignoranza che ancora dilaga nel mondo. Semplicemente assurdo. Sto per spolverare il mio pulpito e attaccare con la predica, ma mi rendo conto che l’ultima cosa di cui Declan e Cohen hanno bisogno in questo momento è una filippica. Hanno bisogno di essere confortati – e nel miglior modo possibile. «Quell’idiota deve aver letto l’articolo.»
Declan alza un sopracciglio. «Quale articolo?»
«Quello sul rischio di prendersi “la malattia gay”. Non l’hai letto? Diceva che se vieni toccato da un omosessuale mentre sta bevendo una tazza di tè col mignolo alzato, puoi trasformarti in uno di loro. Una lettura devastante. Sembra che sia scoppiata un’epidemia di “frociaggine” giù a SoHo, a un reading di poesia. I gay con il mignolo alzato stavano attaccando gli hipster uno alla volta. Un vero scandalo. Hanno dovuto chiudere quel caffè rampante e cannabis friendly, disinfettarlo col testosterone e riaprirlo come esclusivo bar di motociclisti barra fight club di cui teoricamente nessuno sa niente ma che è sulla bocca di tutti.» Prendo un boccone, mentre Declan e Cohen incrociano le braccia sorridendo loro malgrado. «Davvero non avete beccato quell’articolo… col vostro gay radar? Ragazzi, state proprio invecchiando se vi perdete una notizia così importante.»
Mio fratello mi fissa. «Non è così che funziona il gay radar.»
«Nel mio cervello sì.» Faccio l’occhiolino, ed entrambi scuotono la testa tornando alla loro cena. «Non ci pensare, Declan,» dico, facendomi seria, «quel genitore è un idiota. Prima o poi si renderà conto della sua ignoranza e si pentirà non solo di aver tolto al figlio l’opportunità di imparare qualcosa sulle diversità umane, ma anche di non aver capito che incredibile gioiello sei.»
Lui mi fa un lieve sorriso, «Grazie, Luna.»
«Qualsiasi cosa per il mio futuro cognato. Il che mi porta al motivo per cui vi ho fatti venire.» Mi sfrego le mani, e Cohen mi fissa stringendo gli occhi in due fessure.
«Non mi piace quando ti sfreghi le mani. Significa sempre guai per me.»
«Non guai, fratellino. Opportunità.»
«Opportunità uguale guai.»
«Ascoltami e basta.»
Irrigidisce le spalle. «Ogni volta che inizi una frase con “Ascoltami e basta” so già che ci sarà di mezzo un tubetto di colla.»
È possibile che mi abbia aiutato un paio di volte, quando ero in ritardo con gli ordini. Ma non è questo il caso.
«Potrebbe entrarci della colla…»
«Non contare su di me.» Cohen mi liquida scuotendo la testa. «Non se ne parla, di qualunque cosa si tratti, la riposta è no. Mi spiace, sorellina.»
«Ascolta quello che ha da dire» ribatte Declan, dandogli un colpetto sulla spalla. Ecco uno dei mille motivi per cui amo così tanto quest’uomo. Quando mio fratello diventa chiuso e scontroso, lui sa come farlo uscire dal guscio.
Cohen prende il tovagliolo e si pulisce la bocca, poi si mette a sedere con le braccia incrociate. Mi rivolge quello sguardo, quello con cui sono cresciuta, l’espressione pensierosa e guardinga che tira fuori ogni volta che aspetta di sentire la mia prossima “follia” – almeno è questo l’appellativo con cui etichetta le mie idee. «Okay, perché mi vedo già con la colla in mano?»
«Allora,» mi sporgo in avanti con le braccia sul tavolo, «voi ragazzi non avete sempre desiderato di venire a vivere a Manhattan, in un appartamento spazioso, e di mettere su famiglia?»
«Sì…?» fa Cohen scettico.
«E se vi dicessi che potreste vincere un attico semplicemente sposandovi?»
«Risponderei: “Non sono interessato”.» Torna a concentrarsi sulla sua scodella, senza degnarmi di uno sguardo. Declan – che persona adorabile – gli dà di gomito spingendolo a rialzare la testa e dire: «Sputa il rospo, Luna.»
Ora o mai più. Mi preparo a incassare una delusione epica e sgancio la bomba.
«Bene. The Wedding Game… hai presente lo show su DIY Network? Cercano concorrenti a New York. Gente che si sposi nei prossimi mesi, che viva in città e sia disposta a organizzare un matrimonio con meno di diecimila dollari. I vincitori sono scelti col televoto, e hai già la vittoria in tasca anche solo per quell’aura da bellimbusto gay che ti ritrovi. Vai e colpisci, e torni con le chiavi di un fantastico appartamento in cui dare inizio alla tua nuova vita.»
Cohen mi fissa.
Sbatte le palpebre.
Manda giù un’altra cucchiaiata e risponde: «No».
«Dai, perché no?» mi lamento. «Potrebbe essere la tua grande occasione, Cohen. Potresti avere il matrimonio che hai sempre sognato. Ricordi? Sei stato tu a dirmi che non vuoi sposarti in comune…»
«Luna,» ribatte secco, «no.»
«Cos’è che non vuoi?» chiede Declan, girandosi sulla sedia.
Ahia…
Non lo sapeva?
Merda.
Mi faccio piccola piccola, cercando di fondermi con lo sgabello. Non è piacevole trovarmi in mezzo tra mio fratello e Declan. Non finisce mai bene, e di solito dopo la confusione del momento ci guadagno una bella strigliata. Dal modo in cui Cohen mi fulmina con lo sguardo, posso già segnarmelo sull’agenda: mi aspetta una lezioncina più o meno verso le dieci di sera.
«Niente» risponde stringendo i denti.
Anche le nove e mezza.
«Non vuoi sposarti in comune?» chiede Declan e Cohen mi lancia un’altra occhiata, con le sopracciglia che quasi si toccano in mezzo alla fronte.
Gulp.
Le nove. Sì, alle nove mi aspetta una bella strigliata.
Fa un sospiro profondo e si rivolge al compagno: «Niente di cui tu ti debba preoccupare, e niente in cui Luna dovrebbe ficcare il naso. Ho detto di no, è la mia ultima parola.»