17
Appoggiato al muro fuori da Dining Hall, con le mani in tasca e gli occhi che perlustrano le strade silenziose, aspetto che Luna si faccia viva. Amo questo quartiere. È così tranquillo, l’esatto opposto del centro. Sembra un piccolo mondo nascosto, un rifugio in cui trovare conforto in questa città folle.
Mi fa strano pensare che per tutto questo tempo io e Luna abbiamo abitato a pochi chilometri di distanza e non l’ho mai notata.
Guardo l’ora sul telefono. È in ritardo di un minuto. Tecnicamente, siamo entrambi in ritardo di mezz’ora. Ma ora lei è in ritardo di trentuno minuti e questo mi fa venire una paura fottuta che mi abbia dato buca.
Mi hanno già dato buca in passato, ai tempi del college, quando pensavo che farsi crescere i baffi fosse da fighi. Allora ero un po’ uno stronzo e non me ne importava un granché. Mi sono alzato, ho chiamato i miei amici e siamo andati a bere.
Ora invece penso che se lei mi desse buca finirei la serata seduto sul divano, a fissare il muro con un panino preso da asporto – troppo arrabbiato per restare a mangiare alla tavola calda.
Arrabbiato e triste.
Probabilmente più triste che arrabbiato, perché cazzo, Luna è riuscita a fare una cosa che non mi aspettavo.
Mi ha fatto venire voglia di avere una relazione.
Sì, una relazione.
Ne ho avute un po’ nella mia vita, ma niente che mi abbia mai ispirato il desiderio di impegnarmi davvero per far funzionare le cose. Di mettermi seriamente in gioco per dare una possibilità all’amore.
Luna è diversa. Mi ha visto crollare a terra e, invece di andarsene, ha messo da parte la nostra antipatia iniziale e mi ha aiutato.
È stata capace di andare oltre le nostre differenze ed è arrivata a conoscermi a un livello più profondo.
Ha girato la copertina e ora che il libro è aperto, non riesco più a chiuderlo, nonostante il mio cuore spaventato.
«Ehi.»
Alzo lo sguardo dalle mie scarpe e mi trovo davanti Luna che sorride, inguainata in un’adorabile tutina rossa. Sulle spalle le scende una cascata di capelli e il vestito richiama perfettamente il colore delle sue labbra.
Accidenti, sta proprio bene.
«Ehi.» Sussulto rendendomi conto del profondo sollievo che si percepisce con chiarezza nella mia voce.
Immagino se ne sia accorta anche lei, perché aggiunge: «Scusa, sono un po’ in ritardo. Mentre uscivo mi si è rotto il cinturino dei sandali e ho dovuto mettermene un altro paio. Il che mi ha fatto pensare che tanto valeva cambiarsi del tutto, ma poi mi sono detta: chi se ne frega se le scarpe non sono perfettamente abbinate ai vestiti.»
Le prendo la mano e intreccio le dita alle sue. «Sei splendida, Luna.»
Lei sorride e tocca i bottoni della mia camicia verde scuro. «Anche tu stai abbastanza bene.»
«Solo abbastanza?» scherzo. «Mi sono stirato questa camicia da solo.»
«Ma guardati, che perfetto uomo di casa. Sa cucinare torte e pure stirare camicie.»
«Non torte generiche. Torte nuziali. Ti ricordo che c’erano di mezzo degli strati. Vari.»
«Per quanto tempo hai intenzione di continuare a parlare di quel dolce?»
Vorrei che si avvicinasse un po’ di più, così da poterla baciare, ma non ho idea di cosa sia appropriato e cosa no a questo punto. Decido di accontentarmi di stringerle la mano.
«Mi vanterò di questa vittoria per molto tempo.»
Sospira e sbatte appena la spalla contro la mia. «Andiamo a prendere qualcosa da mangiare? Sto morendo di fame.»
Apro la porta della tavola calda e la faccio passare avanti. Io entro subito dopo, con la mano ancora nella sua. Fay sta trasportando un vassoio di bibite gassate quando ci vede. «Sedetevi pure dove volete.» Butta un occhio alle nostre mani intrecciate e si blocca, inclinando la testa. «Chissà perché mi aspettavo di vedervi arrivare qui dentro insieme, prima o poi.»
Senza lasciarci il tempo di rispondere, si allontana verso un tavolo molto rumoroso all’angolo. Indico il lato opposto del locale, più tranquillo e appartato. Luna accetta e ci dirigiamo verso un tavolino per due accanto alla finestra.
«Di solito non mi siedo mai qui» fa lei guardandosi intorno.
«Nemmeno io. Mi fa un po’ strano, in effetti.» Do un’occhiata in giro. «Non mi sembra nemmeno di essere nello stesso posto di sempre.»
«Vuoi sederti da qualche altra parte?»
Scuoto la testa. «Nah, sto bene. Questo può essere il nostro angolino.»
«Sei così sicuro di te da chiamarlo già “il nostro angolino”?»
Annuisco. «Sì.» Prendo il menu e lo sfoglio, anche se so esattamente cosa ordinare.
«Dove prendi tutta questa sicurezza?» Incrocia le braccia.
«Sei tu quella che ieri sera mi ha toccato un capezzolo.»
Increspa le labbra e alza un sopracciglio. «L’ho solo sfiorato accidentalmente.»
«Oh sì, certo.» Metto giù il menu e le faccio l’occhiolino. «Accidentalmente. Ho capito. Proprio come è stato accidentale che la tua lingua sia finita nella mia bocca.»
«Perché sei così insopportabile?»
Faccio una smorfia. «Sto esagerando?»
Lei alza le dita unendo l’indice e il pollice. «Solo un tantino.»
«Va bene, la smetto. Forse dovremmo ricominciare da capo, cambiare marcia.» Mi schiarisco la voce. «Ehi, tu,» le lancio una lunga occhiata, «sei bella da mozzare il fiato.»
Lei abbassa gli occhi e sorride. «Questo me l’hanno già detto: Cohen e Declan continuamente, e anche qualche fidanzato passato.» Mi guarda sbattendo le ciglia. «Ma tu sei la prima persona che mi ci fa credere davvero. E non te lo sto dicendo perché tu mi faccia altri complimenti. È un modo per farti capire che mi fido di te, e questa per me è una novità.»
«A essere onesti…» Poso sul tavolo le posate con cui stavo giocando. «Non ero propriamente interessato a incontrare una ragazza in questa fase della mia vita, ma c’è qualcosa nel tuo carattere, nel modo in cui mi hai aiutato senza esitare, che mi ha davvero colpito. Mi sono proprio preso una cotta per te. Bella grossa. Voglio dire, ho sempre pensato che fossi bellissima, dal primo momento in cui ti ho vista, ma il tuo disprezzo generale mi aveva portato fuori strada.»
«Non ti scordare dell’abbaiare.»
Rido. «Quello è stato sicuramente bizzarro.»
«È stato una novità anche per me.»
«Davvero? Sembrava una cosa rodata, considerato il tono perfetto di alcuni di quei guaiti.»
Si attorciglia i capelli. «Grazie. È probabile che abbia fatto pratica allo specchio un paio di volte prima di arrivare sul set. Non mi piace farmi trovare impreparata.»
«Quindi era una cosa pensata apposta per me?» Lei annuisce. Mi porto una mano sul petto. «Ne sono onorato.»
Fay si ferma al nostro tavolo e tira fuori una penna da dietro l’orecchio. «Mi sa che non c’è bisogno di scrivere.» Agita la penna tra me e lui. «Due croque monsier, una Sprite, una Coca. Patatine fritte croccanti.»
«Perfetto» rispondiamo io e Luna all’unisono.
La nostra cameriera sospira. «Avrei dovuto combinarvi un incontro mesi fa.»
Si allontana verso la cucina.
Fay a volte sa essere un po’ rude, ma non c’è tavola calda che si rispetti che non abbia un dipendente burbero: lei fa quadrare i conti e dà al locale un sacco di carattere.
«Croque monsier, eh?» chiedo, appoggiandomi al tavolo. «Ha ragione. Avrebbe dovuto farci incontrare mesi fa.»
«Pensi che mi avresti chiesto di uscire?»
«Molto probabile.»
«Anche in pieno hangover, coi pantaloni del pigiama e l’alito che puzza di alcol della notte prima?»
Rido.
«L’alito avrebbe potuto scoraggiarmi per una frazione di secondo, ma ci sarei passato sopra dopo aver visto i tuoi occhi.»
«Che adulatore» ribatte mentre Fay lascia le nostre ordinazioni sul tavolo e se ne va senza dire una parola.
Entrambi beviamo un sorso con la cannuccia appoggiata a un lato della bocca. «Allora,» chiedo dopo che abbiamo rimesso giù le lattine, «quando hai capito che volevi guadagnarti da vivere con l’artigianato?»
«Al liceo.»
«Davvero?» chiedo sorpreso. «Mi aspettavo che dicessi qualcosa tipo “quando avevo quattro anni”.»
«Alle elementari volevo fare la veterinaria. Giocavo al dottore coi miei animali di peluche: prendevo gli appuntamenti e li visitavo uno alla volta, curando tutte le loro malattie. Il nostro cane di famiglia, Ralph, era un labrador color crema, si sedeva al mio fianco e mi faceva da infermiere.»
«Cazzo, che scena adorabile. Riesco a immaginarmela alla perfezione.»
«Mia madre ha tante di quelle foto… ma poi… Ralph si è ammalato.»
«Oh, no.» Mi gratto la guancia. «Prevedo un finale triste.»
«Eh già.» Sospira. «Ho fatto il possibile per farlo stare meglio, ma nessun bacio è in grado di fermare il cancro. Qualche mese dopo l’abbiamo dovuto sopprimere.»
«Mi dispiace.»
«Ero a dir poco distrutta. Non potevo curarlo, e questo mi ha davvero sconvolta. Dopo che Ralph è morto ho abbandonato i miei sogni di diventare una veterinaria. Non era la stessa cosa senza di lui. Ed è stato allora che ho iniziato ad appassionarmi agli acquerelli. Passavo ore a dipingere i suoi ritratti.»
«Cristo, Luna, mi stai facendo male al cuore.» Vorrei far sparire il tavolo in mezzo a noi, o quantomeno ricavarmi abbastanza spazio per passare dal suo lato e abbracciarla. «Quanti ritratti hai fatto?»
«Trenta. Grandi e piccoli. Li ho appesi per tutta la casa, ma soprattutto nella mia stanza. “Ode a Ralph”, è così che ho chiamato la mia prima mostra.»
«Mostra?» le chiedo perplesso.
«Sì. Ho fatto dei cartelli e dei volantini e li ho distribuiti. Poi ho pulito la casa, ho preparato della limonata e dei biscotti alle mandorle e ho invitato un po’ di gente all’inaugurazione. Quel giorno ho venduto anche un’opera d’arte, a una signora che abitava in fondo alla strada. Era un quadro astratto di Ralph, ma lei ha detto che le ha toccato il cuore.»
«E tu non hai capito che era quella la tua strada?»
Lei scuote la testa. «No, ma sapevo che c’era una parte di me che amava essere lodata per il mio lavoro. Da allora ho iniziato a cimentarmi nel fai da te in tutte le sue forme o quasi. Spendevo un sacco di soldi nei negozi di artigianato ma a mamma e papà non importava, erano solo contenti che mi tenessi occupata e non mi mettessi nei guai.»
«Hai dei bravi genitori» dico chiedendomi come sarebbe stato avere una madre e un padre così presenti nella mia vita.
«Per loro era molto importante che avessi qualcosa da fare. Comunque, quando ero al liceo mia madre ha trovato un volantino di una fiera d’artigianato. E io ormai avevo creato così tante cose, quindi ha pensato che fosse giunto il momento di provare a venderle. Se non altro per recuperare un po’ dei soldi che spendevamo per i materiali.»
«Ha senso. E che hai fatto?»
«Be’, la location era terribile. Ho ancora una foto a casa dei miei. Una piccola palestra, nel paese accanto al nostro. Ero così orgogliosa, senza un vero motivo in realtà. Non ho messo neppure i prezzi. Ero solo entusiasta di essere lì.»
«Scommetto che te la sei cavata alla grande, ho ragione?»
Si piega in avanti sul tavolo. «È stata una lunga giornata. Davvero lunghissima. La gente passava, mi faceva i complimenti per le mie creazioni, ma non comprava mai niente. Finché non è arrivata questa donna. La signora Rose Waters.»
«Rose Waters?»
Ride. «Sì. Sua figlia aveva appena avuto un bambino e voleva regalarle qualcosa fatto a mano. Io avevo una coperta arcobaleno. In origine doveva essere per Cohen, ma avevo sbagliato le dimensioni. Quei colori, però, hanno colpito molto la signora Waters: una creazione così vivace e ben realizzata avrebbe di sicuro reso felice chi l’avesse usata, ha detto. Così l’ha comprata. Avevo chiesto quindici dollari, ma lei me ne ha dati cinquanta e mi ha detto di non svendermi.» Sorride. «Qualche mese dopo ho ricevuto una sua e-mail – avevo scritto il mio indirizzo su dei biglietti da visita. Mi ha mandato una foto della sua nipotina avvolta nella coperta. Ha significato molto per me: era la dimostrazione che qualcosa che avevo fatto io poteva avere un impatto sulla vita di un’altra persona. Ed è stato allora che ho capito.»
«Che era questo il tuo destino.»
«Esatto. E i miei genitori mi hanno sostenuta molto. Mi hanno scarrozzato in giro per tutto il nord-est per darmi la possibilità di vendere i miei lavori in diverse fiere dell’artigianato. Ma…» sorride e beve un sorso, «al mio ultimo anno di liceo, quando mi hanno chiesto a che facoltà avessi intenzione di iscrivermi, sono rimasti decisamente sorpresi dalla mia risposta.»
«Non erano d’accordo con la tua idea di guadagnarti da vivere con il fai da te?»
Lei scuote la testa. «Neanche un po’. Intendiamoci, sono due persone piuttosto accomodanti. Ora che noi figli siamo cresciuti, non fanno che viaggiare per il mondo. Torneranno dall’Australia giusto in tempo per il matrimonio. Ma non erano per niente contenti che non facessi l’università.»
«Penso che la maggior parte dei genitori reagirebbe nello stesso modo. I miei non l’avrebbero mai tollerato, anche se nessuno dei due era abbastanza presente da permettersi di avere voce in capitolo.»
Luna mi rivolge un sorriso dolce. «Considerando che si sono dati così poco da fare con te, direi che sei venuto su piuttosto bene.»
Un’ondata di calore mi imporpora le guance e penso che è la prima volta che arrossisco di fronte a una ragazza. Non sono il tipo che arrossisce. Mai stato. Anzi, sono più il tipo che fa arrossire le ragazze, riempiendole di complimenti. Ma mentre il mio viso va in fiamme, mi rendo conto di quanto è importante ciò che Luna pensa di me.
Mi schiarisco la gola. «Allora, cos’è successo? Siete scesi a patti?»
Lei scuote la testa. «No. Sono rimasta ferma sulle mie posizioni e ho detto ai miei che obbligarmi ad andare al college sarebbe stato uno spreco dei loro soldi e del mio tempo. Sapevo bene cosa volevo.»
«Che coraggio. Raccontami tutto»
«Mi ricordo quella conversazione a memoria. È successo durante una riunione di famiglia.»
«Facevate delle riunioni di famiglia?»
«Oh sì,» sorride dolcemente, «siamo una di quelle famiglie in cui i genitori indicono una riunione e tutti sono tenuti a partecipare, qualunque cosa accada. E dal loro tono di voce potevi capire esattamente a cosa stavi andando incontro. Perché le riunioni potevano essere facili o terribili… e questa era una di quelle terribili.» Si sporge in avanti e posa la mano sulla mia. «Avevano preparato una presentazione in PowerPoint, come a dire che si stava discutendo di affari.»
«Oh merda, addirittura un PowerPoint?» Rido. «Era una cosa seria.»
«Col puntatore e tutto il resto. Eravamo persone precise in casa Rossi. Entrambi i miei genitori erano insegnanti, quindi per me è un po’ strano che Cohen stia per sposare proprio un prof, ma eviterò di entrare nei particolari di quest’incubo psicologico.» Ridiamo entrambi. «Sono stati totalmente all’altezza dei loro strumenti di presentazione. Hanno esaminato tutti i pro e i contro e hanno cercato di essere obiettivi nel sottolineare gli uni e gli altri. Solo che i pro dell’opzione college erano chiaramente più convincenti. C’erano foto e tutto il resto.» Alza gli occhi al cielo. «Una roba ridicola. Ed è allora che mi sono seduta al loro computer e li ho sorpresi facendo partire la mia presentazione.»
«Era una figata, dico bene?»
«Sì. Dopo la prima conversazione sul college, avevo chiamato Cohen. Lavorava già nel ramo delle costruzioni: un altro figlio non laureato. Ero l’ultima speranza dei nostri genitori, ecco perché erano così distrutti. Ma quello che mi ha detto mio fratello mi rimarrà impresso nella mente per sempre. Ha detto che dovevo seguire i miei sogni. Se quella era la mia passione, allora dovevo dimostrare a mamma e papà che ero in grado di basare la mia vita sul fai da te – non solo finanziariamente, ma anche mentalmente ed emotivamente. Avevano bisogno di sapere che sarei stata bene.»
«Ed è quello che hai dimostrato con un PowerPoint.»
«Esatto. Cohen era con noi al telefono, naturalmente – perché tutta la famiglia doveva essere presente – e posso ancora sentire la sua risata di fronte alla sorpresa di mamma e papà. Gli ho spiegato tutto. Ho fatto un’analisi completa delle mie finanze. Ho mostrato il mio conto in banca, il mio sito web, i miei tutorial. Ho descritto come mi sarei approcciata al mondo del fai da te, come avrei trovato degli sponsor, che non solo mi avrebbero finanziato i materiali, ma mi avrebbero anche pagata per consigliare su internet i prodotti che mi piacciono. Insomma, ho illustrato il meraviglioso mondo dei social media e gli ho fatto capire che ne avrei fatto parte.»
«Li hai impressionati?»
«Mio padre ha sospirato, si è appoggiato allo schienale della sedia e mi ha fatto un lunghissimo applauso.»
«Davvero?» Rido. «Dev’essere stata una grande soddisfazione.»
«Più di quanto tu possa immaginare. Naturalmente mia madre l’ha zittito e gli ha fatto cenno che ne avrebbero riparlato, ma prima di andarsene, lui mi ha fatto l’occhiolino e il pollice in su. C’è voluta qualche altra settimana, ma alla fine hanno ceduto. Sono venuti da me e mi hanno detto che mi avrebbero concesso un anno di tempo per trovarmi un lavoro col fai da te. Se dopo quell’anno non fossi stata in grado di vivere in modo dignitoso con il mio stipendio, sarei dovuta andare all’università.» Scuote la testa incredula. «Non ho mai lavorato così tanto in vita mia. Mi davo da fare ogni sera: facevo video, creavo contenuti per il web. Sono stata estremamente severa con me stessa, ma ero determinata a dimostrare ai miei che potevo farcela.»
«E ci sei riuscita.»
Fa un sorriso a trentadue denti.
«Sì.»
Fay si avvicina al nostro tavolo e ci posa sopra due piatti, sempre senza dire una parola. Da brava cameriera qual è, ci lascia anche del ketchup e se ne va.
Io e Luna allunghiamo contemporaneamente la mano per afferrarlo, ma la lascio vincere, guardandola mentre ne spreme un po’ accanto al panino. Quando me lo passa, innaffio le mie patatine fritte. Lei sospira forte e si porta una mano al petto.
«No, dimmi che non è vero. Hai… messo il ketchup direttamente sulle patatine?»
«Sì» rispondo senza nessun imbarazzo. Poi ne prendo una e me la metto in bocca. «Buonissime.»
«Non lo so.» Si appoggia all’indietro. «Non sono sicura di poter rimanere. Un appuntamento con un uomo che usa il ketchup in questo modo… Fammi indovinare,» sussurra, «tieni la carta igienica in modo che si strappi da dietro invece che da davanti.»
«Be’, le posizioni da dietro hanno il loro perché.»
«Il conto, prego!» grida Luna. «Il conto!»
«Cosa ti ha spinto a fare l’avvocato?» chiede Luna. È tornata in sé dopo gli scoop di poco fa, ma di certo non ha alcuna intenzione di farmela passare liscia. Per metterla a suo agio, ho dovuto spremere un po’ di ketchup sul bordo del piatto e prometterle di provare a sistemare la carta come dice lei… almeno per una volta. Le ho detto che avrei fatto una foto del rotolo una volta rientrato nel mio appartamento.
Per un po’ l’ho vista titubante, ma ora credo che siamo di nuovo sulla strada giusta.
«Mia madre» rispondo con sincerità. «Sai, cercavo giustizia per quello che non aveva ottenuto da mio padre. Be’… non necessariamente per lei – non è stata esattamente uno spiraglio di luce nella mia vita. È una vera maga dei rapporti disfunzionali e non si può certo dire che siamo affiatati. Credo più che altro di cercare giustizia per le famiglie. Ovvero, nel novantanove virgola nove per cento delle volte, per le mogli. Di solito sono loro che prendono in affidamento i figli.» Alzo le spalle. «Se non fossi arrivato al college così pieno di astio, credo che avrei fatto qualcos’altro della mia vita.»
«Tipo cosa?» Si mette in bocca una patatina. I nostri piatti sono praticamente vuoti, a parte qualche avanzo.
«Be’, probabilmente preparare torte, dopo ieri.»
Luna alza gli occhi al cielo e mi lancia un’occhiata che vuol dire “avanti, sii serio”. «Era una buona torta. Passiamo ad altro, Baxter.»
«Ti piacerebbe, eh? Vuoi dimenticare il dolore della sconfitta?»
Lei alza di nuovo la mano. «Il conto!»
«Smettila» dico sporgendomi sul tavolo e tirandole giù il braccio. «Stai ferendo il mio ego.»
«Oh, povero Alec.» Ride. «Sul serio, cosa faresti se non fossi diventato un avvocato?»
Mi appoggio al sedile e allungo un braccio sullo schienale. «Non lo so. Qualcosa per aiutare le persone, quella parte del lavoro mi piace. Rappresento solo donne che vengono fregate dai mariti. È una soddisfazione vedere quegli uomini lasciare l’aula con le facce rosse di rabbia, ma so che nella vita c’è di meglio che dare una bella lezione a persone come mio padre. Non è una dinamica particolarmente sana, sai? E i soldi non mi interessano un granché.»
«L’ho notato» fa lei lanciandomi un’occhiata timida. «Sapendo che sei un avvocato, mi aspettavo un attico gigante, ma tutto sommato vivi in modo abbastanza modesto.»
«Non ho bisogno di cose materiali, solo di essere felice.»
«E lo sei?»
Mi gratto la nuca e guardo fuori dalla finestra. «Penso di poterci arrivare. Prima di The Wedding Game ti avrei detto onestamente di no. Uscivo a malapena dal mio ufficio, e anche quando capitava non era per fare qualcosa che aggiungesse valore alla mia vita. Ho praticamente ignorato Thad per molto tempo e non ricordo nemmeno l’ultima volta che ho visto mia madre o mio padre. Per un sacco di anni mi sono sforzato di mantenere le distanze, evitando ogni contatto con loro. Facevo il mio lavoro, sopravvivevo, ma non vivevo.» Le lancio un’occhiata. «Forse non ho risolto il rapporto coi miei, ma per la prima volta dopo tanto tempo sento davvero che nella mia vita c’è molto di più di questo, e che forse potrei essere felice.»
Mentre guardo gli occhi neri di Luna dentro di me succede qualcosa che non so spiegare. Una specie di clic. Come se la nuvola scura che aleggiava sulla mia testa si fosse allontanata, facendo finalmente posto a un po’ di sole. Vedere Thad con Naomi, o anche Cohen con Declan, mi ha mostrato cosa significhi avere una relazione.
Proteggersi a vicenda, amarsi, esserci quando l’altro ne ha più bisogno. Un rapporto non è solo disgrazia e sventura, soprattutto quando trovi la persona giusta.
«Davvero?» chiede lei.
«Sì… e naturalmente tu non c’entri niente» scherzo. Lei prende il tovagliolo, lo appallottola e me lo lancia contro. Mi colpisce proprio in mezzo agli occhi, ma non batto ciglio.
«Argh, quanto sei fastidioso.»
«Eppure sei ancora qui.»
«Comportamento autodistruttivo. Vado sempre dietro ai ragazzi sbagliati.»
«Tipo quali?» chiedo, curioso di scovare informazioni sulla sua vita sentimentale.
«Tutti i tipi.» Sospira. «Ho attraversato la fase “artisti”. Mi piacevano i ragazzi la cui missione nella vita era giudicare le opere d’arte altrui e sentirsi superiori. Questo finché non gli mostravo il mio lavoro e loro inevitabilmente mi dicevano che mi stavo svendendo, o che non ero una vera artista perché non morivo di fame. Cose così.»
Mi viene da ridere. «Non c’è bisogno di fare i morti di fame per essere artisti. Che idioti. Puoi creare qualcosa e farci anche dei bei soldi.»
«Sì, è quello che ha detto Cohen. Così mi sono allontanata dai tipi artistici e sono passata agli sportivi.»
«Ah sì? Dovrei preoccuparmi della tua tendenza a incasellare gli uomini in categorie precise?»
Lei si limita a fare spallucce. «Sto solo tastando il terreno – e non comportarti come se tu non l’avessi fatto con le ragazze al college.»
«Hai ragione,» agito la mano, «continua.»
«Dicevo, sono passata agli sportivi, e l’unica cosa che posso dire è… gnam, gnam? Argh, le braccia di quei ragazzi; nessuno di loro aveva i tuoi addominali ma i loro ca…»
«Okay, niente dettagli. Dimmi solo perché non ha funzionato.»
Ride e alza le sopracciglia con aria furbetta. «Stavo scherzando. Sono uscita per un anno con uno sportivo, ma poi ha cambiato squadra e si è trasferito in California. E questo ha messo fine alla nostra relazione. Conosci Nyatt Sampson?»
Sta scherzando?
«Se conosco Nyatt Sampson? Il giocatore di football, tre volte MVP del campionato? Il quarterback che sta conquistando la nazione? Quello che è appena stato immortalato sulla copertina di un giornale con una palla da football davanti all’inguine?»
«Oh, quindi ne hai sentito parlare.»
«Ogni singolo essere umano di questo Paese ne ha sentito parlare. Sei uscita con Nyatt Sampson? Per un anno? E vi siete lasciati solo perché lui si stava trasferendo in un altro Stato – anche se puoi fare il tuo lavoro dovunque? Ti rendi conto che lo stanno per inserire nella Hall of Fame, vero?»
«Sì, sì, certo, ma non mi importava.»
«Si è comportato male con te?»
«Cosa?» Scuote la testa. «No. In realtà era fantastico. È stato il primo ragazzo che ho amato. Siamo ancora in ottimi rapporti e parliamo anche di tanto in tanto. Ma c’era una cosa che non potevo portarmi in California… Cohen. Non potevo lasciarlo» dice con una voce dolcissima. «Quando stavo con Nyatt, mio fratello attraversava un periodo molto difficile. Non aveva ancora incontrato Declan, e aveva un sacco di problemi con la sua sessualità. Stava faticando tantissimo per sentirsi a suo agio con la persona che era, soprattutto perché lavorava in un campo ipermaschile. Sapevo che non gli avrebbe fatto bene se me ne fossi andata, così sono rimasta a New York.»
«Wow.» Faccio un respiro profondo. «Sei… cazzo, Luna, sei una persona straordinaria.»
«Ho avuto i miei momenti di gloria.» Fa spallucce e guarda verso la porta. «Che ne dici se usciamo di qui? Il grasso sta iniziando a otturarmi tutti i pori.»
«Sì, certo» rispondo, con la vaga sensazione che potrei aver detto qualcosa di sbagliato. Lei è davvero meravigliosa e spero di non averla spaventata dicendoglielo chiaro e tondo. Ho esagerato? Lascio un po’ di soldi sul tavolo – oltre a saldare il conto, ci scappa anche una bella mancia per Fay – e mi alzo dal tavolo. Le porgo la mano e lei la prende con disinvoltura.
Fuori dalla tavola calda, mi tira per il braccio e chiede: «Ti va di… fare una passeggiata?»
«Certo.» Mi sento ancora nervoso mentre svoltiamo a sinistra appena fuori dal locale. Camminiamo lentamente su una strada fiancheggiata da case in arenaria, in direzione del lungofiume. Il verde degli alberi spicca lungo il marciapiede illuminato dai lampioni. New York è questo per me: tenere per mano una bella ragazza mentre passeggio accanto a dei palazzi antichi, immergendomi nella quiete dell’aria estiva. La nostra piccola fetta di Upper West Side è così tranquilla. La strada è quasi deserta, quindi le nostre voci non vengono soffocate dal traffico. «Ho detto qualcosa di sbagliato prima?»
«Cosa? No, certo che no. È solo che… sei così diverso da tutti gli altri ragazzi con cui sono uscita. Nyatt era fantastico, ma era un po’ immaturo, cosa che ha perfino ammesso dopo che ci siamo lasciati. Non era pronto per una relazione seria, non se la sentiva di impegnarsi a esserci davvero per un’altra persona. E anche dopo di lui, stesso problema – erano tutti ragazzi, non uomini.»
«Capisco.»
«Tu, invece,» mi stringe la mano, «quando sbagli lo ammetti, confessi di avere dei difetti, e sei disposto a cambiare, a crescere.»
«Stai dicendo che io sono un uomo, Luna? Perché hai ragione. Un uomo che sa cucinare una torta eccezionale.»
Mi blocco e la tiro delicatamente per il braccio in modo che si fermi anche lei. Poi la faccio voltare verso di me, mi poggia una mano sul petto per mantenere l’equilibrio. I capelli le ricadono sul viso e alcune ciocche le si attaccano alle labbra. Mi avvicino e gliele tolgo, lasciando vagare la mia mano sopra la sua pelle per qualche secondo. Ci fermiamo accanto a una vecchia chiesa di mattoni rossi in ristrutturazione. Le impalcature ci tengono al riparo dalle luci.
«Quando dici queste cose mi fai venire voglia di baciarti… baciarti davvero intensamente, cazzo.»
Le si illuminano gli occhi, si appoggia a me. Ha un sorriso furbetto. «Allora fallo.»
Parole che mi tentano. Che mi fanno tremare.
Cosa non darei per assaggiare di nuovo quelle labbra, per sentire il gemito più dolce del mondo risuonare nella sua bocca, mentre la preme contro la mia. Allungo una mano, alzandole il mento con un dito.
Mi lecco le labbra. La fisso, facendole capire le mie intenzioni.
Il suo petto che si alza e si abbassa velocemente, il piccolo movimento della sua lingua, il suo respiro che accelera mentre mi avvicino ancora di qualche centimetro.
Ho voglia di baciarla… di brutto.
Ma anche lei lo vuole.
E vedendo che lo desidera così tanto faccio una smorfia malvagia e dico: «Aspetterò.»
Lei sussulta, la bocca aperta, gli occhi spalancati.
Mi dà una spinta giocosa. Io rido, riprendendo a camminare, mentre lei mi segue con un bel broncio.
«Che vuol dire che non hai mai mangiato un ananas?» chiede Luna con gli occhi quasi fuori dalle orbite. Siamo seduti su una panchina sul prato lungo l’Hudson, a un isolato dal condominio di lei, con un gelato in mano. La luna pende su di noi come una lampada, illuminandoci quanto basta perché io possa notare la piccola differenza di colore tra le sue iridi e le sue pupille.
«No, mai. La frutta gialla mi spaventa.»
«Che significa? Hai mai mangiato delle banane?»
«Sì, ma le banane sono più color carne quando togli la buccia. L’ananas invece…» Scuoto la testa. «Che razza di produttore riempie quella roba di colorante giallo?»
«Ehm… Madre Natura» risponde Luna, facendo l’offesa. «Ti prego, dimmi che stai scherzando.»
«No. Mi dispiace.»
«Non so più cosa fare con te. L’ananas è un frutto così semplice.»
«Un frutto che una volta era un lusso. I miei genitori sono cresciuti pensando che fosse un privilegio esotico.»
«Motivo in più per goderselo. Mio Dio, Alec, quanti anni hai sprecato senza conoscere il sapore di quel frutto buonissimo? E perché ho la sensazione che domani mi presenterò a casa tua con un ananas?»
«Come se fosse un sacrificio.» Aggrotto le sopracciglia.
«Il vero sacrificio è uscire con un ragazzo che non ha mai mangiato un ananas.»
«“Uscire con un ragazzo”?» chiedo contento del suo piccolo lapsus. «Questo significa che ci sarà un secondo appuntamento?»
«Argh, smettila – lo sai che sta andando alla grande, a parte la storia della frutta gialla. Certo che ci sarà un secondo appuntamento.»
«Che ne dici di organizzarne uno per domani sul presto? Oppure possiamo direttamente prolungare questo fino alla mattina. Ho un letto molto comodo, vuoi provarlo?»
Mi sporgo verso di lei, ma mi prende il viso tra le mani e lo spinge via. «Che dolce che sei anche solo a pensare che sia un’opzione.»
«Non lo è?»
«No,» si mette in bocca una cucchiaiata di gelato, «non lo è. Farrah mi ucciderebbe. È ancora un po’ arrabbiata perché non le ho detto subito di te. E non è esattamente la tua fan numero uno. Se passassi la notte con te andrebbe su tutte le furie.»
«Capisco. Quindi devo conquistare anche la migliore amica?»
«Oh, di sicuro. Continua a mandarmi messaggi per chiedermi quando torno a casa e se deve prepararsi a prenderti a calci nelle palle.»
«È un po’ violenta.»
«Solo quando serve.»
Dopo aver finito il mio gelato, mi alzo e le tendo la mano. «Che ne dici di andare adesso a risolvere il problema?»
«Tipo, a casa mia?»
«Sì,» la aiuto ad alzarsi, «fammi strada.»
Mi lancia un’occhiata sospettosa. «Non so se sei pronto per affrontarla.»
«Credo che non lo sarò mai. Ma è meglio farla finita subito, perché non le permetterò di prolungare oltre l’inevitabile.»
«E quale sarebbe l’inevitabile?»
«Un amichevole pigiama party – con tanto di pigiami coordinati e visione di Grease.»
«Uh-huh.» Luna ride e mi fa strada verso il suo appartamento.