15
«Cos’è quella barba?» chiede Thad avvicinandosi e sedendosi su uno degli sgabelli della nostra postazione. Passa il dito sull’ammaccatura che ci ha lasciato sopra qualche settimana fa quando ha sbattuto le forbici sul tavolo – un momento da vera diva, che è rimasto stampato nel mio cervello, soprattutto per l’espressione folle che aveva negli occhi.
Mi gratto la guancia. «Ti piace?»
«È folta. Dura.» Thad esamina per qualche secondo il mio viso, ma poi si vede che gli torna in mente che è ancora arrabbiato con me, perché si gira dall’altra parte e inizia a tirare fuori dei fogli dalla borsa di Naomi. Si è offerto di portargliela in studio, perché è un uomo sicuro di sé che se ne frega di quello che dice la gente.
«Ehi.» Gli do una pacca sulla spalla e lui mi spinge via. Il set è tranquillo. La maggior parte dei concorrenti deve ancora arrivare o sta facendo colazione, quindi decido di provare a far pace con mio fratello.
«Thad.» Si allontana ancora di più. «Thaddeus.» Ancora niente. «Thaddeus Marlene Baxter.»
Si volta di scatto, con gli occhi lucidi, e si sporge verso di me. «Come osi pronunciare in pubblico il mio secondo nome.»
«Allora, smettila di ignorarmi, cazzo. Sto cercando di parlare con te.»
«Per tua informazione, Alec, io non voglio parlare con te.»
«Be’, questo renderà difficile vincere questa sfida.»
«E perché? Tanto non è che tu sia molto utile di solito.»
Okay, questa me la sono meritata.
«A proposito, mi dispiace per essere stato poco partecipativo.»
«Poco partecipativo è un eufemismo» ribatte continuando ad armeggiare coi fogli. Lo prendo per una spalla e lo costringo a girarsi.
«Thad, ti sto chiedendo scusa. Mi piacerebbe che mi guardassi, almeno.»
«Wow, alla faccia delle scuse.»
Cristo. Mi prendo il viso tra le mani. «Senti, non ho voglia di litigare. Anzi, voglio esattamente il contrario. Voglio… che torniamo in confidenza, voglio far parte della tua vita. E intendo davvero, non passandoti a trovare una volta ogni sei mesi.»
La sua espressione si ammorbidisce e appoggia i gomiti sul tavolo. «Sarebbe bello.»
«Anche per me.» Gli do una leggera spinta sulla spalla. «Mi manchi, fratello.»
«Davvero?»
«Sì.»
Mi guarda. «Okay. Pace.» Percepisco però che non ha ancora sepolto del tutto il rancore, e non posso certo biasimarlo.
«E riguardo alla sfida di questa settimana… ce l’ho in pugno.»
Mi scruta sospettoso. «Cioè? Ti ho già detto che non corromperemo i giudici. Mi rifiuto di vincere in questo modo.»
«Mi sono esercitato.»
Thad tira su col naso e il suo moccio mi gocciola su una mano.
Che schifo. Mi pulisco sui suoi pantaloni.
«Dico sul serio» aggiungo.
«Pff… tu… Alec… che ti eserciti?»
«Proprio così.»
«Okay,» alza gli occhi al cielo «ti ho chiesto di esercitarti con me un’infinità di volte e ti sei sempre rifiutato, e adesso vieni a dirmi che hai fatto tutto da solo? Di tua iniziativa?»
Tiro fuori il cellulare dalla tasca, trovo rapidamente una mia foto con la torta – senza Luna – e gliela sbatto in faccia.
«Mi sono esercitato davvero.»
Thad sussulta e si avvicina il telefono. «L’hai fatta tu?»
«Ebbene sì, testa di cazzo. Quindi se ti dico che ho la vittoria in pugno, puoi credermi.»
«Porca puttana» sussurra fissando la foto. E poi aggiunge lentamente: «Vinceremo.» Sembra Tom Hanks in Ragazze vincenti. Guarda prima me e poi il telefono. «Vinceremo, cazzo». Si gira, si piega e mi punta contro il sedere. «Dammi un pizzicotto sul culo. Così sarò sicuro che non sto sognando.»
«Levati dalle palle.» Lo spingo via e mi riprendo il cellulare. Non voglio che scorra le foto e scopra che c’era anche Luna.
«Non ci posso credere. Alec… fratello.» Spalanca le braccia e prima che io possa scansami, mi stringe forte. «Allora ci tieni davvero.»
«Ci tengo… a te» dico a bassa voce, perché non voglio condividere un momento così importante con l’intera troupe. Per fortuna, in questo preciso istante siamo gli unici concorrenti in postazione.
«Mi stai facendo piangere, proprio ora che ho bisogno di mettere su la mia poker face.» Mi dà una spinta e si asciuga gli occhi. «Okay, questo significa che non dobbiamo preparare la torta al cioccolato che avevo previsto. Grazie a Dio. Ieri sera ho provato a fare la glassa e lo zucchero a velo mi è entrato perfino nel naso.» Non ha idea di quanto lo capisco. «Va’ a prendere un caffè o qualcosa del genere. Lasciami solo.»
Scuoto la testa e mi allontano. «Vedi di non fare cazzate e di non rovinarmi i piani, oggi. Capito?» urlo. «Niente sorprese “alla Thad”. Dovrai seguire i miei ordini.»
Lui alza le mani. «Se sei in grado di preparare una torta come quella che mi hai fatto vedere, obbedirò a ogni tuo ordine.»
Sarà meglio per te.
Lo lascio da solo e mi dirigo verso l’area caffè, dove vedo Luciana e Amanda che confabulano a bassa voce.
«Buongiorno, signore.»
«Ciao» fa Luciana in tono brusco.
«Buongiorno» risponde Amanda, gettandomi una lunga occhiata. Si allontanano entrambe.
Che cazzo è successo? Voglio dire, so di non essere stato la persona più amabile del mondo, ma quell’occhiataccia… Però poi capisco. Abbasso lo sguardo sui miei mocassini. Avranno intenzione di dirlo a Helen, l’“esperta di moda”? Probabilmente sì. Sembra che il cielo continui a mandarmi dei segnali per non farmi indossare quelle scarpe sul set. Sul serio, cos’hanno che non va?
Decido di non pensarci più e mi preparo una tazza di caffè.
«Ehi.» Un brivido mi corre lungo la schiena nel sentire quella voce dolce e ormai familiare. Mi giro e mi trovo davanti Luna che mi sorride. Devo reprimere l’impulso di sporgermi a darle un bacio. Ha i capelli raccolti in uno chignon e il rossetto rosso. Non posso fare a meno di fissare le sue labbra per qualche secondo, prima di restituirle il sorriso.
«Buongiorno.» Mi porto la tazza alla bocca e ci soffio sopra prima di bere un sorso. Abbasso lo sguardo, noto la sua maglietta… e ho bisogno di tutto il mio autocontrollo per non sputare il caffè. Scoppio in una sonora risata e mi sbrodolo un po’. Luna mi porge un tovagliolo, con un sorrisetto furbo.
«L’hai fatto davvero, cazzo» dico pulendomi il mento.
Si illumina ancora di più. «Te l’avevo detto.»
«Mi bagno per le torte.» Così recita la scritta. Rido, incredulo. Cazzo, questa ragazza è proprio adorabile.
«Non la capirà nessuno.»
«Noi sì» fa lei con un’alzata di spalle. Si versa del tè verde. La osservo mentre aggiunge un cucchiaino di miele e una spruzzata di limone. «È bello condividere con qualcuno delle battute che nessun altro può capire, no?» Si volta di nuovo verso di me e il suo sorriso mi rischiara la giornata.
«È vero.»
Mi fa un cenno a indicarmi un angolo della sala. La seguo in una zona isolata vicino alle telecamere, lontani da cibo e bevande. Mi appoggio al muro. «Mi aspettavo un tuo messaggio ieri sera, tipo una foto di te con un’altra torta, giusto per farmi vedere che ti sei impegnato davvero.»
«Vuoi sapere un segreto?»
«Certo.» Si piega verso di me, stringendo al petto la tazza di tè.
«Ho fatto un po’ di glassa in più ieri sera. E mi sono accertato di averla montata abbastanza a lungo.»
«Davvero? E su cosa l’hai messa?»
Allungo la mano. «Sulle mie dita; e poi me le sono leccate.»
«Ah, le classiche “dita ghiacciate”, quindi, eh? Ti prego, dimmi che c’era di mezzo una cena.»
«Prima di tutto, che accidenti significa “dita ghiacciate”? E certo che c’era di mezzo una cena. Ho finito il gulasch che mi hai lasciato.»
Sentendo nominare il suo piatto, mi fa un sorriso così tenero che vengo sopraffatto dal desiderio di stringerla a me e baciarle gli angoli della bocca, per far risplendere quel sorriso ancora di più.
«E le “dita ghiacciate” sono un tipo di dolce.»
«Davvero?» Alzo un sopracciglio. «Ora lo cerco.» Tiro fuori il telefono ma lei mi butta giù la mano.
«No. Non sono sicura sia l’espressione corretta. Però l’ho sentita usare spesso.»
«Guarda che è inutile che ti sforzi di copiare lo slang: non ti fa sembrare più giovane, soprattutto considerando che sei una professionista dell’uncinetto.»
Spalanca gli occhi. «Mi stai dando della vecchia?»
«Be’…» faccio spallucce.
«Attento, Baxter.» Mi punta il dito contro. «Sono ancora in tempo a usare la ricetta che ti ho concesso e a strapparti la vittoria dalle mani.»
Mi piacerebbe più che altro che mi strappasse i vestiti.
«Perché i tuoi occhi si sono illuminati?»
«Eh? Cosa?» Cristo Dio. «Ti sbagli.»
«Sì, invece. È come se qualcuno ci avesse passato una mano di lucido.»
«Be’… tu… ehm…»
Di’ qualcosa, Alec. Qualsiasi cosa… che non riguardi lei che ti strappa i vestiti.
Batte il piede a terra e si tamburella il dito sul polso, come a indicare un orologio immaginario. «Sto ancora aspettando.»
«Ehm… sei… ehm… bello il rossetto.»
È una frase senza senso, ma i complimenti fanno sempre piacere, giusto?
Mi studia, accigliata. «Ti comporti in modo strano.»
Sarà perché nel giro di pochi secondi sono passato dall’essere semplicemente attratto da te al cadere in preda all’euforia per il solo fatto di averti visto. Sarà perché il tuo saluto stamattina è stato come una ventata d’aria fresca. Sarà perché sono un uomo passionale che sta iniziando a fare pensieri sporchi su di te. Sarà perché mi piace davvero tutto di te, cazzo.
«È l’emozione della gara» rispondo dondolandomi sui talloni, con una mano in tasca mentre sorseggio il caffè.
Adesso il suo sguardo è più comprensivo. «Andrai benissimo. Ricorda solo quello di cui abbiamo parlato. Non mescolare troppo forte, e per l’amor del cielo, non far toccare niente a Thad.»
Rido di cuore. «Fidati, l’ho già avvertito stamattina. Non gli è permesso aiutarmi in nessun modo. Può leggermi la ricetta, ma nient’altro.»
«Allora te la caverai alla grande.» Mi fa l’occhiolino e io mi sciolgo come un budino. «Devo trovare Cohen e Declan per ripassare la nostra ricetta. Buona fortuna.»
Fa per andarsene quando esclamo: «Ehi, Luna?»
Lei si gira.
«Le mie scarpe… pensi davvero che siano brutte?»
Abbassa lo sguardo solo per un istante. «Che importanza ha?»
«Prima quelle del Team Hernandez si sono messe a ridere. È stato un brutto colpo per il mio ego.»
«Be’, se hai bisogno di rinfrancarlo, ti sei rivolto alla persona sbagliata. A ogni modo, non posso far nulla per lenire le tue ferite finché indossi quelle scarpe.» Sorride e si allontana.
«Cosa c’è che non va nelle mie scarpe?»
Nessuna risposta.
Sorseggio il caffè sorridendo tra me e me. Me lo sento: sarà una grande giornata.
«Un minuto!» urla Mary.
Il sudore mi inzuppa la schiena, mi tremano le gambe.
Ancora un minuto.
Tieni ferma la mano, amico. Tieni ferma la mano.
Ho resistito alla tentazione di guardarmi intorno. Ho ignorato completamente il caos che infuriava intorno a noi. Al contrario, nell’ultima ora e cinquantanove minuti, mi sono concentrato solo e soltanto sulla torta.
Un dolce a tre strati è molto più impegnativo di quello che ho preparato con Luna. Ma lei mi ha spiegato come comportarmi, mi ha aiutato a dosare gli ingredienti in modo perfetto e mi ha persino mostrato tutti i trucchi del mestiere per evitare che l’ultimo livello si rovesci o si afflosci.
Fin qui tutto bene.
Gli strati sono soffici e solidi allo stesso tempo, il che significa che devono essere anche buoni. Ho ordinato a Thad di rileggermi le quantità degli ingredienti a ogni step che facevo, per non tralasciare nulla. E ho chiesto a Naomi di aiutarmi con le misure, dato che mi tremavano troppo le mani. La glassa è venuta benissimo e ora dobbiamo solo finire le decorazioni.
«Trenta secondi.»
«Penso che potrei farmela addosso, anzi, mi sa che me la faccio addosso davvero» esclama Thad, saltellandomi accanto. «Oh Dio, sto per fare pipì, che bello.»
«Puoi smettere di parlare di pipì mentre sto cucinando? Cristo, Thad.»
«Mi dispiace. Sono troppo emozionato.»
Appoggio l’ultimo mirtillo e mi allontano.
«Merda, la menta.» La prendo dal tavolo e la posiziono accanto a un mucchietto di frutti di bosco, un istante prima che scatti il timer.
La troupe applaude mentre tutti ci allontaniamo dalle nostre postazioni.
Mi appoggio le mani sulle ginocchia mentre fisso la mia torta incredulo.
Tre strati di pan di spagna perfettamente dorati e ricoperti di semplice glassa bianca – l’ho raschiata leggermente lungo i bordi, ma ricopre alla perfezione la parte superiore di ogni livello. I frutti di bosco decorano l’ultimo strato e scendono a cascata lungo i lati. Non ha nulla del caos delle solite creazioni del Team Baxter, ma i colori brillanti della frutta e i bordi ancora grezzi mi ricordano comunque Thad.
«Porca puttana» sussurro. È opera mia. L’ho fatta io, cazzo. Con le mani ancora sulle ginocchia, lancio un’occhiata alla mia destra e vedo Luna che mi fissa, con un enorme sorriso di approvazione.
Cazzo.
Vorrei correre da lei e abbracciarla. Vorrei sollevarla in aria e farla volteggiare e poi appoggiarla sul tavolo e baciarla. Ringraziarla. Mostrarle tutto quello che provo.
Gratitudine. Felicità. Orgoglio.
Ho anche dei sentimenti più profondi, che non riesco ancora a elaborare – sentimenti che non avrei mai pensato di provare, figuriamoci di ammettere. Sarà stato vedere Naomi e Thad così felici insieme, o partecipare a una competizione che celebra tutto ciò che demolisco giorno dopo giorno… comunque sia, tutto questo… be’, mi ha ammorbidito. Mi ha spinto a riconsiderare le mie idee sulle relazioni, in tutte le loro forme, e sull’impatto che possono avere sulla vita della gente.
Di sicuro, qualsiasi cosa stia succedendo tra me e Luna… ha un impatto incredibile su di me. E non voglio lasciarmelo scappare.
Thad mi dà una pacca sulla spalla. «Sei incredibile.» Gli metto un braccio intorno al collo.
Registro l’espressione stupita sul volto di Naomi, ha le lacrime agli occhi. Le faccio cenno di unirsi all’abbraccio e stringiamo Thad, uno da una parte e una dall’altra.
Ci stiamo comportando come se avessimo appena sbancato lo show intero. E cazzo, mi sento come se fosse davvero così. Dopo aver accumulato fallimenti su fallimenti, riuscire a fare qualcosa di buono è una sensazione bellissima.
Diane urla di fermare le riprese e poi dice che bisogna pulire tutto prima di passare alle votazioni. Gli assistenti si sbarazzano rapidamente degli utensili sporchi, il che mi dà alcuni secondi per guardare le altre due torte.
Al tavolo vicino al nostro, sembra che Luna abbia preparato una red velvet. Non me l’aspettavo, visto che ci siamo esercitati con la vaniglia. Pensavo che si sarebbe limitata a modificare la glassa o il ripieno, invece ha cambiato tutto. Mi chiedo se l’abbia fatto per me, per far sì che il mio dolce spiccasse tra gli altri.
Segretamente, lo spero.
Le faccio un sorriso e lei ricambia, con gli occhi scuri che luccicano. Poi guardo il Team Hernandez e sento il cuore che mi si riempie di speranza. Sono completamente ricoperte di farina e Helen sembra mezza morta. Ha la faccia schiacciata sul tavolo e gli assistenti le girano intorno preoccupati.
Dovremmo chiamare un medico?
Né Amanda né Luciana sono troppo in pensiero per quella povera donna accasciata accanto a loro. Perciò mi convinco che si tratti di una delle solite scenate drammatiche di Helen e mi concentro sulla loro torta.
È al cioccolato – almeno, spero per loro che quello sia il colore del cioccolato, non del pan di spagna bruciato. La glassa è molto semplice, anche se non mi pare che sia una scelta voluta, come nel mio caso; più che altro l’impressione è che non abbiano finito in tempo. Non ci sono decorazioni e un lato del dolce è completamente spoglio.
A giudicare solo dall’aspetto delle torte, penso che ci siamo assicurati almeno il secondo posto.
«Ehi, guarda Helen» esclama Thad, in piedi accanto a me. «Pensi che le servirà dell’ossigeno dopo tutto quello sbraitare?»
«Stava sbraitando?» chiedo. «Non me ne sono neppure accorto.»
«Eri così preso che non avresti sentito nemmeno una cannonata. Helen urlava fortissimo, avrei voluto strangolarla. Non mi stupisce che il loro dolce sia venuto così male» interviene Naomi.
Thad si gira verso di me e mi viene da ridere vedendo la sua espressione esaltata. «Fratello, penso che almeno il secondo posto ce lo aggiudichiamo di sicuro. Altrimenti mi metto a urlare come una femminuccia.»
«Cosa che nessuno di noi desidera.» Gli do una pacca sulla spalla e faccio un respiro profondo. «Penso che sia fatta.»
Sono seduto sul mio divano, coi piedi appoggiati sul tavolino di fronte a me e la testa riversa all’indietro. Respiro profondamente e sento la tensione abbandonare il mio corpo.
Oh Dio… Toc. Toc.
Mi giro verso la porta e guardo l’ora sul cellulare. Le nove. Chi cazzo è?
Mi trascino in avanti, con le gambe indolenzite dopo un’intera giornata passata in piedi. Controllo lo spioncino e mi trovo davanti un paio di occhi a cui sto cominciando ad affezionarmi.
Apro la porta. «Non mi aspettavo di vederti.»
Lei mi fissa. Ha una mano sul fianco e con l’altra stringe un tupperware. «Fammi entrare immediatamente.»
Apro la porta ridendo e Luna passa sotto il mio braccio. Si sfila le scarpe, va in cucina e tira fuori dal cassetto due forchette. Poi si dirige verso il mio divano e mi indica di seguire il suo esempio.
«Siediti. Ora.»
Incapace di trattenere un sorriso, faccio come mi dice. Lei si siede accanto a me e apre il tupperware; dentro ci sono due fette di torta, una della sua e una della mia.
«Vuoi spiegarmi perché sei qui?» chiedo.
«Voglio solo assicurarmi che tu non abbia corrotto i giudici. Il tuo dolce era fantastico, ma come ha potuto battere il mio? Ho fatto alcune ricerche sulla giuria e so per certo che la red velvet è la torta preferita di tutti i membri, quindi a meno che tu non li abbia pagati…»
Rido così forte che mi fa male lo stomaco. «Luna Rossi, non sarai mica una che non sa perdere?»
«Sono una sportiva. Se pensassi davvero che il tuo dolce è il migliore, ti stringerei la mano e me ne andrei per la mia strada.»
«Ah sì? Ammetteresti la sconfitta?»
«Se fosse meritata, allora sì. Ma ti dico che la mia torta supera di gran lunga qualsiasi cosa tu abbia mai mangiato. Non è possibile che sia arrivata seconda.»
Sì, avete sentito bene: il sottoscritto si è conquistato il primo posto. Ho ancora nelle orecchie il grido di gioia di Thad. Il Team Rossi è arrivato secondo e lo sfortunato Team Hernandez terzo. Hanno dovuto chiamare i soccorsi per rianimare Helen. Sosteneva che la gara si dovesse ripetere, perché lei stava male e non aveva potuto contribuire. Ma secondo la produzione aveva contribuito anche troppo durante le riprese. Naomi e Thad avevano ragione: la signora non aveva tenuto la bocca chiusa nemmeno per un istante.
Non mi sono mai sentito meglio in vita mia per una vittoria. Specialmente dopo che ho lanciato un’occhiata a Luna e lei mi ha rivolto un sorriso sornione, scuotendo la testa. Stasera mi aspettavo un messaggio, non una visita. Comunque non posso dire di esserne dispiaciuto.
«C’è un unico modo per scoprirlo.» Prendo la forchetta. «Quale dovremmo provare per prima?»
«La mia, naturalmente» risponde mettendo il tupperware in mezzo. «Assicurati di prendere anche la glassa.»
«Lo so come si mangia, Luna.»
Sorride con un luccichio malvagio negli occhi. «Sarà.» Infilza un pezzo di torta e poi avvicina la forchetta alla mia. «Cin cin» le fa tintinnare, poi dà un morso. Guardo le sue labbra muoversi lentamente sulla posata e i suoi occhi chiudersi per un istante. Cazzo, sarei pronto a regalarle la vittoria solo per lo spettacolo a cui mi sta facendo assistere.
Prendo anch’io un boccone per evitare che mi sorprenda a fissarla e… accidenti se è buona. Crema di mascarpone e pan di spagna ripieno di piccole scaglie di cioccolato… Cazzo, è deliziosa.
«Allora?» chiede impaziente. «Che ne pensi?»
Alzo le spalle, solo per fare un po’ lo stronzo. «Non è male.»
«Bastardo.» Mi dà una spinta con la gamba e ride. «Ti ho visto con quegli occhi a pesce lesso. Te la vuoi sposare, questa torta.»
«Non esageriamo.»
«Allora dimmi la verità.»
«Va bene,» mi schiarisco la gola, «è incredibile.»
«Lo sapevo.» Stringe il pugno guardando il soffitto. «Lo strasapevo. Sapevo che avrebbe dovuto…»
«Prima di iniziare a festeggiare, devi ancora provare la mia.» Fa una pausa, sa che ho ragione. Pulisce la forchetta con un tovagliolo. «Assicurati di prendere anche la glassa» sottolineo mentre la sua posata scivola senza sforzo nel pan di spagna.
Aspetta che prenda il mio pezzo anch’io. Poi alza la forchetta, la fa tintinnare di nuovo contro la mia ed entrambi procediamo con l’assaggio. So già che sapore ha la mia torta, perché ne ho mangiata qualche fetta sul set, ma l’espressione sul volto di Luna è una delle cose più gratificanti che abbia mai visto. Ha appena scoperto il mio ingrediente segreto.
Stringe gli occhi in due fessure. «Bastardo» sussurra.
Rido così forte che per poco non mi strozzo.
«Come facevi a saperlo?»
Mi prendo un secondo per deglutire e poi scoppio di nuovo a ridere. Poi aggiungo: «Anch’io so fare delle ricerche. Proprio ieri sera ho scoperto una cosetta che mi ha fatto fare le ore piccole con le “dita ghiacciate”.»
«Estratto di mandorle» esclama, come se stesse denunciando un crimine.
Mi sfrego le mani con una cattiveria degna di un antagonista dei film. «Non riuscivo a smettere di pensare: e se Luna si presentasse con la mia stessa torta? Come posso migliorarla? Così ieri, invece di approfondire un caso di lavoro, mi sono messo a fare ricerche di pasticceria.» Sorride. «Mi stavo documentando su come fare la crema, quando ho realizzato che avrei dovuto aggiungere al mio dolce un tocco personale, un dettaglio che sia Thad che Naomi avrebbero adorato. La nostra cara giudice esperta di torte, Katherine Barber, non ha tanto a cuore il sapore di una torta, quanto la storia che si cela dietro il risultato finale. È andata in fibrillazione quando ha saputo che mio fratello e la sua compagna condividono la passione per le mandorle.»
«E in più Katherine è ossessionata dalla combinazione tra mandorle e vaniglia. Maledetto» fa Luna accasciandosi sul divano, sconfitta.
«Ho fatto alcune ricerche sui diversi tipi di glassa alle mandorle non appena sono tornato a casa dal lavoro – dopo aver dato un’occhiata al mio caso, ovviamente…»
«Ovviamente.»
«E ho iniziato a sperimentare un po’ di ricette. Come un pazzo. Ho tagliato un pezzo della torta che abbiamo fatto insieme, ho tolto la glassa e ho iniziato a provarcene altri tipi. Nel momento esatto in cui ho trovato questa combinazione, ho capito. Avevo tra le mani il dolce che si sarebbe aggiudicato il primo posto.»
«Non posso credere che tu l’abbia fatto davvero.» Fa per darmi uno schiaffo sulla coscia, ma io lo schivo e le prendo la mano.
Vedo la sorpresa sul suo volto, ma non mi fermo. Intreccio le dita alle sue, palmo contro palmo. La sua mano è così piccola in confronto alla mia. È morbida, eccetto per i polpastrelli callosi, che ora sfiorano i miei. «L’ho fatto per due motivi.»
«Quali?» chiede con gli occhi fissi sulle nostre mani.
Strofino il mio pollice contro il suo palmo. Lentamente, ma con trasporto. «Be’, volevo vincere questa sfida per mio fratello, per cominciare a ricucire il nostro rapporto.»
«E ci sei riuscito?»
«È stato un inizio» rispondo, contento che lei non abbia ritratto la mano. Sembra che le piaccia che l’accarezzi.
Seduti, mano nella mano, i nostri corpi a pochi centimetri di distanza, mi sento di nuovo un adolescente. L’eccitazione, la vulnerabilità, la paura, la sensazione che ogni cosa sia possibile… mi si riversa tutto addosso come una marea, sommergendomi completamente e facendomi dimenticare ciò che pensavo di sapere sulle relazioni.
«E l’altro motivo?» chiede.
Faccio un respiro profondo e la guardo dritto negli occhi. «L’altro motivo sei tu.»
Le si blocca il respiro. Voglio farle vedere ogni cosa: quanto la desidero, quanto ha cambiato il mio modo di vedere la vita.
Distoglie lo sguardo e, per un attimo, mi si ferma il cuore. Ma poi vedo spuntare un sorrisetto, giusto agli angoli della bocca. Quello che ho appena detto non l’ha spaventata. Neanche un po’. Piega timidamente la testa di lato e chiede: «Perché proprio io?»
Eccolo qui. L’assist. Provo un sacco di sentimenti per questa ragazza, cose che non vivevo da tanto tempo. Forse non le avevo mai conosciute. Luna è speciale – me ne sono accorto fin dal primo giorno, quando ho cercato di “scusarmi” e lei non ha voluto sentire ragioni. È così forte nelle sue convinzioni, e allo stesso tempo così piena d’amore. Incredibilmente piena d’amore. Quando mi sono confidato con lei su Thad, mi ha rovesciato addosso una carica di empatia che mai avevo visto in vita mia.
E in quest’ultima settimana, abbiamo deposto i nostri scudi e ci siamo davvero parlati come due esseri umani. C’è ancora così tanto che non so di questa ragazza, ma voglio scoprire tutto.
«Perché tu?» Guardo di nuovo le nostre mani giunte. Il cuore mi batte forte e ho lo stomaco completamente in subbuglio, ma raccolgo tutto il mio coraggio e le dico la verità. «Perché voglio fare colpo su di te, Luna, così quando ti chiederò di uscire,» alzo gli occhi, «non ci sarà pericolo che tu mi dica di no.»
Il suo sguardo si ammorbidisce e si sporge verso di me. «E secondo te era necessario vincere una gara di torte?»
«È un modo come tanti.»
«Dimmene un altro.»
Cristo, mi sta provocando.
Ho voglia di baciarla, disperatamente.
Quanto ho pensato a quelle labbra.
Mi sono chiesto che sapore abbiano, come sarebbe sentirmele scivolare sul corpo. Mi sono chiesto se ci pensasse anche lei. Dal modo in cui si sporge verso di me e i suoi occhi si spalancano colmi di dolcezza, direi proprio di sì.
Le giro la mano e comincio a tracciarle dei cerchi sul palmo. «Potrei provare con un nuovo paio di scarpe.»
Ride e si mette in ginocchio sul divano, con un fianco appoggiato alla spalliera. Poi si avvicina ancora di più.
«Delle scarpe nuove non sarebbero male.»
«Con Helen funzionerebbe di sicuro. Quella vecchia strega mi ha messo gli occhi addosso, me lo sento. Mi prende in giro, ma nel profondo, non le dispiacerebbe avere un pezzetto di tutto questo ben di Dio» dico, con un ampio gesto a indicare il mio corpo.
«Davvero? Credi che Helen abbia un debole per te?»
«Non mi stupirebbe.» Ho ancora un dito sul suo palmo. Comincio a girarlo nell’altra direzione. «La storia delle scarpe è una copertura. Cerca di farmi credere che non le piaccio, ma in realtà sta solo aspettando che la porti con me nel confessionale.»
«Wow, questa sì che è una fantasia erotica. Non sono sicura che sia Helen ad avere un debole per te. Sembra piuttosto il contrario.»
«Be’… quando si è seduta su di te nella prima sfida, mi ha fatto davvero eccitare. Non so resistere a una donna capace di usare il suo culo come un’arma.»
Lei ride e scuote la testa. «Sei un pervertito. Ho rischiato la vita. Sarà anche piccola ma è piuttosto pesante. Riuscivo a sentire il suo osso sacro, mi ha lasciato dei lividi sullo stomaco.»
«E adesso chi è che esagera?»
«Okay, forse non proprio dei lividi, ma di sicuro ho sentito tutte le ossa del suo sedere, ed è stato parecchio strano. Non sono cose che si dovrebbero sentire.»
«Non potrei essere più d’accordo. Mi piacciono i culi carnosi.»
«Oh!» Alza le sopracciglia. «Ti piacciono i culi?»
«Non proprio. Apprezzo l’intero corpo femminile.» Abbasso lo sguardo verso la sua bocca.
«Specialmente le labbra.»
Tira fuori la lingua e se le lecca.
Devo girarmi dall’altra parte per non iniziare a elaborare pensieri troppo sporchi.
Mi schiarisco la mente e chiedo: «E tu? Che parte del corpo preferisci in un ragazzo… o ragazza?» aggiungo, così, per prudenza. Meglio non rischiare con queste cose.
Lei ride. «La mia parte del corpo preferita in un ragazzo… uhm,» si tocca il mento, «direi il pene.»
«Cosa?» Trattengo a stento le risate.
«Il pene, hai presente?» Indica il mio inguine. «Quella specie di spaghetto che hanno i ragazzi in mezzo alle gambe.»
«So cos’è un pene» dico quasi soffocando. «Solo che… wow, sei una che va dritta al sodo.»
«Cosa ti aspettavi che dicessi? Gli occhi? Perché sono le finestre dell’anima?» Scuote la testa. «No, so riconoscere quello che conta davvero. È tutta una questione di pene.» Alza la mano prima che io possa ribattere. «Non fare il moralista con me: non venirmi a dire che preferisci le labbra perché sono come delicati petali di tulipano. Lo so che è per i pompini.»
«Be’…» Rido. «Di sicuro è una bella cosa da fare con le labbra, ma in realtà mi piace anche limonare. Mi piace sentire sulla pelle la bocca di una donna. Mi piace che mi si lecchi il petto e… essere baciato. Sugli addominali, sui fianchi… sul pene… ma sì, come dicevo le labbra sono una bella cosa.»
«Una bella cosa in cui mettere il cazzo. Ho capito il tuo gioco. Certo, la bocca è fondamentale, specialmente quando si trova tra un paio di gambe.» Cristo, questo è un lato di Luna che non mi sarei mai aspettato. Mi chiedo che tipo di avventure le piacciano. «Ma un bel pene sicuro di sé per me è la chiave.»
«Un pene sicuro di sé? Non sapevo che i peni potessero provare emozioni.»
«Oh, eccome se possono. Quelli tristi sono sempre mogi. Quelli eccitati, invece, non fanno che bussare alla tua porta per chiederti di giocare…»
«Okay.» Rido. «E com’è fatto un pene sicuro di sé?»
«Un pene sicuro di sé non deve per forza essere grande e grosso. Può anche essere piccolo, può darsi che debba ancora crescere, può essere perfino un po’ storto. Forse ha così tanta pelle che può confondere.»
«Ok, l’immagine della “troppa pelle” mi ha appena fatto venire voglia di vomitare.»
«Ti viene da vomitare? Pensa alla povera signora che se lo deve succhiare.» Agita la mano libera. «Ma non divaghiamo. Un pene sicuro di sé sa come usare i doni che la natura gli ha dato.»
«Ti interessa solo il pene? E tutte le altre parti del sesso, i preliminari?»
«Fidati, mi interessano anche quelli.» Mi prende la mano e se la mette sul ginocchio, a palmo in su. Ora tocca a lei.
«Ogni pene sicuro di sé che mi è capitato di incontrare era attaccato a un corpo con una certa esperienza in ambito sessuale.»
Ogni pene che le è capitato di incontrare?
Con quanti uomini è stata?
Non che abbia importanza, ma comunque, il pensiero che abbia avuto abbastanza uomini da farsi un’idea chiara del tipo di pene che le piace è scoraggiante.
Strofina lentamente la punta delle dita sulla mia mano. «Ti ho spaventato?»
«No,» scuoto la testa, «mi hai solo spinto a domandarmi se il mio sia un pene sicuro di sé.»
La sua risata riecheggia nel silenzio dell’appartamento. «Io ne sono certa.» Si porta una mano alla bocca. «Ora devo andare. Domani ci aspettano ben due turni di confessionale. È l’ultima cosa che avrei voglia di fare…»
«A chi lo dici.»
Si alza dal divano e si stiracchia allungando le mani sopra la testa. Quel movimento le fa aderire la maglietta ai seni. Da quello che posso vedere, mi sembra che siano della stessa identica misura dei miei palmi. Semplicemente perfetti.
«Puoi tenere la torta.»
«Eh?» chiedo sbattendo gli occhi.
Lei sorride e mi chiedo se mi abbia beccato a fissarla. «La torta. Tienila pure. Non voglio che la prova della sconfitta campeggi sul tavolo della mia cucina.»
Mi alzo anch’io. «Non sia mai che la grande e potente Luna Rossi debba ingoiarsi il suo orgoglio, vero?»
«Mai.» Va verso l’ingresso e si infila le scarpe prima di mettersi la borsa in spalla e porgermi la mano. «Congratulazioni. Una vittoria meritata.»
Cazzo, è adorabile. Adorabile e incredibilmente sexy.
Provocante.
Tutto in lei mi fa girare la testa: dalla sua mano nella mia, al discorso sui peni sicuri di sé. Ho bisogno di averla. Faccio un passo verso di lei. Quando i miei occhi cadono sulle sue labbra, lei ci passa rapidamente la lingua sopra. Come per prepararsi a qualcosa di più di una stretta di mano.
È un piccolo movimento – quasi impercettibile – ma mi dà il coraggio di attraversare la linea del confine.
Mi avvicino ancora e le prendo di nuovo la mano, tirandola verso di me. Mi posa l’altra mano sul petto. Apro la porta e la spingo delicatamente contro lo stipite. Inspira ed espira sempre più forte, mentre mi fissa, in attesa.
«Non mi piacciono molto le strette di mano.»
«No?» chiede con voce appena tremante. «E cosa ti piace?»
Non rispondo. Le prendo il mento tra l’indice e il pollice e lo inclino verso di me. Avvicino la bocca alla sua, ma mi fermo, a pochi millimetri di distanza, per assicurarmi di non aver interpretato male i segnali. Voglio essere certo che sia questo ciò che vuole.
I suoi occhi cercano i miei e, con un respiro profondo, fa scivolare la mano lungo il mio petto fino alla guancia, annullando finalmente lo spazio che ci divide e premendo le labbra contro le mie.
Il primo tocco è morbido, timido. Le nostre bocche sono leggermente aperte, in esplorazione. Agile e leggero: proprio come pensavo che sarebbe stato il nostro primo bacio. Ma poi sposta la mano sulla mia nuca per baciarmi più a fondo e una scossa di eccitazione mi attraversa dalla testa ai piedi. Non so come abbia fatto, ma ha reso tremendamente deboli le mie ginocchia.
Afferro lo stipite della porta per tenermi ben saldo e le poso l’altra mano sul fianco, tenendola stretta. Sento il suo sapore.
Cazzo, le sue labbra hanno un gusto così dolce. Come la mia torta alla crema di mandorle e frutti di bosco. Anzi, è più dolce della torta.
Sento la sua gamba scivolare tra le mie. Muove una mano sul mio petto, accarezzandomi il capezzolo nel modo giusto per far arrivare una scossa direttamente al mio uccello.
Gemo, la bocca ancora attaccata alla sua.
Lei fa lo stesso. Mi stringe più forte.
Le mie dita premono sulla sua pelle.
Apre la bocca.
Ci faccio scivolare dentro la lingua.
Ci baciamo.
Ed è incredibile. Le nostre lingue si muovono l’una sull’altra, si scontrano, diventiamo sempre più voraci. È come se tutta la tensione e le discussioni delle ultime settimane non fossero stati che preliminari – preliminari di cui ignoravamo la natura fino a questo momento.
Il desiderio si fa sempre più pressante, come in un crescendo.
Voglio di più.
La voglio da morire, cazzo.
Ma poi stacca le labbra dalle mie e mi appoggia la testa sul petto. Fa un respiro profondo.
«Oh Dio, ti ho baciato.»
«Eh sì.» Rido goffamente pregando che non se ne sia pentita. «È una cosa brutta?»
Trattengo il respiro mentre mi lancia una lunga occhiata, col mento in su. «No, è solo… be’, è successo.»
«Hai paura?» Le sollevo il viso. «Perché?»
«Per tanti motivi. È che tu sei… sei…» Si morde il labbro e distoglie lo sguardo.
«Cosa sono?»
Sospira e si appoggia allo stipite della porta. «Alec, tu sei fuori dalla mia portata.»
Rido. Proprio una risata di pancia, di quelle che arrivano dal profondo del diaframma.
«Che stai dicendo, Luna? Sei impazzita?»
«Sono seria.» Mi pizzica la pancia, sospirando. Poi mi solleva l’orlo della camicia e mi osserva gli addominali. «Oh mio Dio, è proprio di questo che sto parlando.» Mi scopre ancora un po’ e io rimango fermo, godendomi ogni suo movimento. «Guarda qui! Una cavolo di tartaruga. Non ho mai baciato un ragazzo con la tartaruga.»
«Sono contento di essere il primo.» Le faccio l’occhiolino.
Mi punta l’indice contro il viso. «Hai un fascino francamente ingestibile. Fino a una settimana fa ti odiavo, e guardami ora: in piedi sulla tua porta di casa, dopo averti praticamente mangiato la faccia. È come se mi avessi lanciato un incantesimo. Non so come hai fatto, ma è successo, e mi dà i nervi.»
«Vuoi che torni a comportarmi da stronzo? Perché sono piuttosto bravo a farlo.»
«E vogliamo parlare del tuo modo di scherzare? Sei divertente e sexy. Questa combinazione non dovrebbe essere legale in un singolo essere umano.» Distende la mano. «O sei divertente,» distende l’altra, «o sei sexy.» Congiunge i palmi. «Ma tutte e due le cose insieme…» Scuote la testa. «No, non dovrebbe essere consentito.»
«Anche tu sei divertente e sexy.» La afferro per i fianchi.
«E questi complimenti devono finire, hai capito?» Mi preme le mani sul petto, come per mantenere una certa distanza, ma è tutta scena, non ce la facciamo proprio ad allontanarci. «Sono letali e mi stanno praticamente uccidendo.»
«Davvero?» Annuisce. «Be’, se la metti così, ti ho detto che penso che tu abbia gli occhi più maledettamente belli che abbia mai visto? Sarei capace di perdermici dentro per ore.»
«Ah-ah, ho capito il tuo gioco.»
«E le tue labbra: sono le più morbide che abbia mai avuto il privilegio di baciare.»
«Oh-oh, non attacca.»
«E quello sguardo così concentrato quando sei nel bel mezzo di un lavoro – cazzo, è troppo sexy.»
Si tocca le labbra e guarda il soffitto, sospirando profondamente. «No, non succederà. Non cadrò.»
«E l’amore che leggo nei tuoi occhi quando vedi arrivare Cohen, quando parli con lui. È la prima cosa che mi ha affascinato di te. Volevo sapere come ci si sente a essere guardati con quell’adorazione da una come Luna Rossi.»
Spalanca gli occhi. Apre la bocca. Gonfia leggermente il petto.
L’aria intorno a noi sembra fermarsi, e poi finalmente…
«Accidenti, Alec.» Si alza in punta di piedi e preme di nuovo le labbra contro le mie, facendo incontrare le nostre lingue. Io gemo e mi abbandono completamente. Faccio scorrere le mani sulla sua schiena. Proprio quando sto per prenderla tra le braccia, si stacca dalla mia presa e si allontana.
Afferra la cinghia della borsa che le pende dalla spalla. I suoi occhi così magnetici, ora pieni di desiderio, si concentrano sulla mia bocca.
«Tutto questo è… non possiamo… non possiamo farlo sul set.»
Afferro lo stipite della porta e mi avvicino a lei. «Vuoi dire che non posso portarti in qualche angolo buio e far scorrere la mia lingua sulle tue labbra meravigliose?»
Scuote la testa con forza. «No, niente di tutto questo.»
«E quando mi passi accanto, non vuoi che ti prenda la mano, solo per sentire il tuo palmo contro il mio?»
«No,» sospira, «niente mano nella mano.»
«E quando ti vedrò domani, non potrò dirti quanto sei bella?»
«Be’… puoi mandarmi un messaggio.»
Sorrido. Vorrei stringerla di nuovo, ma stavolta mi mantengo a distanza di sicurezza. «Mi risponderesti?»
«Dipende da quanto è bello il messaggio.»
«Bellissimo.»
«Questo sarò io a giudicarlo.» Alza le spalle e fa per andarsene.
«Esci con me domani sera.»
Si ferma. «È una richiesta o un ordine?»
Avrei dovuto saperlo: non bisogna essere così perentori con Luna. «Una richiesta. Domani sera, alla nostra tavola calda.»
Ci pensa un po’. «Forse.»
Imbocca il corridoio e io le urlo dietro: «Cosa devo fare per ottenere un sì?»
Si volta verso di me, camminando all’indietro. «Dipende da quanto saranno belli i tuoi messaggi domani.»
«Mi stai sfidando, Luna Rossi?»
«Sì. Ma spero che tu vinca, Alec Baxter.» Fa l’occhiolino e mi dà le spalle, scomparendo dietro l’angolo.
Cristo.
Chiudo la porta e mi ci appoggio, con un sorriso gigantesco sul volto. Non sono il tipo di uomo che si emoziona per un appuntamento, ma, cazzo, quella ragazza mi ha davvero rapito nel suo seducente mondo fatto a mano.