14
Alec: Ho cercato di impressionarti preparando la glassa prima del tuo arrivo. Grande errore.
Sorrido leggendo il messaggio e gli rispondo mentre mi dirigo verso il suo appartamento.
Luna: Cos’è successo?
Alec: Lo vedrai.
Luna: Devo preoccuparmi?
Alec: Molto.
Luna: Tra cinque minuti sono lì.
Metto il telefono in borsa, stringo al petto il tupperware col gulasch e accelero il passo. Non solo perché voglio scoprire cos’è successo, ma anche perché sono emozionata.
Ieri sera è stato… intimo. Più di quanto mi aspettassi. Ho visto un nuovo lato di lui, un lato incredibilmente affascinante e sexy. Non sono molti gli uomini che sono in grado di ammettere i propri difetti, e invece Alec ce l’ha fatta, e con una tale facilità che ho cambiato completamente idea su di lui. Da fuori può anche sembrare più duro della pietra, ma sa essere gentile e premuroso e ha un cuore grande, di cui non mi ero accorta.
Dicevo sul serio ieri sera: Thad è così com’è grazie a lui. Non sarebbe possibile altrimenti, visto il ruolo fondamentale che ha avuto nel crescerlo. Non riesco neppure a immaginare cosa abbia passato. Ha dovuto proteggere il fratello dai suoi stessi genitori e rinunciare così alla sua infanzia.
Io e Cohen abbiamo avuto tutt’altra esperienza. La nostra famiglia era un nucleo solido e forte di quattro persone. Facevamo tutto insieme. I miei genitori litigavano, certo, ma mai davanti a noi, e anche quando ci accorgevamo che stavano discutendo al di là della porta, non abbiamo mai dubitato del loro amore.
E poi, Alec è… divertente. È diverso. Sa farmi ridere. È più alla mano di quanto mi aspettassi. In altre parole, è esattamente il mio tipo.
So che dovrei essere prudente con lui, visto il nostro inizio burrascoso. Senza considerare poi che siamo avversari. Ma accidenti, è inutile negare che voglio passare di nuovo del tempo con lui. Soprattutto dopo ieri sera.
Dio, ieri sera.
È stato molto più che intimo. È stato intenso.
Così intenso che ho avuto l’impressione che se fossi rimasta più a lungo, avrei potuto fare qualcosa di cui mi sarei pentita. Tipo sporgermi verso di lui e baciarlo, accarezzare i suoi pettorali, far scorrere la mano fino all’ombelico.
Perché Dio sa se ci ho pensato. Ci ho pensato quando stavamo versando l’impasto nelle teglie, quando gli ho posato la mano sul braccio, sentendo tutti i muscoli. Ci ho pensato mentre ci stavamo salutando, quando lui mi ha dato la buonanotte con un gesto goffo e io ho sorriso come una stupida. Ci ho pensato dopo, sdraiata a letto mentre gli scrivevo un messaggio. Accidenti, ci ho pensato anche stamattina appena sveglia.
Chissà se le sue labbra sono così morbide come sembrano.
Scommetto di sì.
Raggiungo il portone del suo palazzo, inserisco il codice che mi ha dato e mi dirigo verso l’ascensore. Mi ha un po’ sorpreso che Alec viva tra la Amsterdam e l’Ottantaduesima. Non è il tipico quartiere da “appartamento da scapolo”. È carino, ma non è per niente pretenzioso. E poi lui è un avvocato di alto livello, pensavo che vivesse vicino a Central Park o in qualche zona alla moda. Il suo appartamento è sicuramente più grande del mio e ha mobili molto più belli, ma non c’è nulla di ostentato nel suo stile di vita. È così modesto… normale. La sua casa è proprio come quelle di noi comuni mortali – niente muri di mattoni rossi, niente spaziosi loft, solo un appartamento come tanti.
Anche se, mentre salgo in ascensore, mi torna in mente che quell’uomo ha il frullatore dei miei sogni: un meraviglioso KitchenAid a immersione. Sono abbastanza sicura che l’abbia usato per la prima volta questa settimana.
Le porte dell’ascensore si aprono e mi dirigo verso il suo pianerottolo. Busso alla porta, che si apre immediatamente.
Mi ci vuole un attimo per capire cosa sto fissando e poi scoppio in una risata.
«Sì, ridi pure. Ti voglio vedere a risolverla» dice Alec tenendomi aperta la porta. Dovrei fargli una foto e metterla su Pinterest: un fail perfetto.
Ha il volto ricoperto di zucchero a velo, le sopracciglia impastate, le guance completamente bianche, così come il collo. Lo zucchero gli arriva fino al petto.
«Hai esagerato con la potenza del frullatore?»
«Sì.»
Rido ancora, scuoto la testa ed entro in casa. Lo prendo per mano mentre chiude la porta e lo accompagno in cucina, dove inumidisco un tovagliolo e inizio a pulirgli la faccia. Se ne sta lì buono buono, lasciando che mi occupi di lui. La carta sfrega contro alcuni peletti sul mento e mi rendo conto che non si è rasato.
«Ti stai facendo crescere la barba?» chiedo.
«Devo farlo, se voglio essere un San Bernardo ai tuoi occhi. Basta con le stronzate da levriero.»
«Non dirai sul serio.» Rido.
«Certo che sì, invece.» Mi fa l’occhiolino, poi mi prende dalle mani il tovagliolo e lo getta nel cestino. «Grazie per aver calmato il mio affranto cuore di pasticciere. Ero pieno di speranza, volevo dimostrarti il mio valore, ma l’unica cosa che ti ho dimostrato è che faccio schifo.»
«È solo la normale curva di apprendimento, tutto qui.» Sollevo il tupperware col gulasch. «Mangiamo?»
«Sì, dammi solo un minuto per cambiarmi la maglia e darmi una bella sciacquata alla faccia. Sono subito da te. Ti va di prendere delle scodelle? Ho anche qualcosa da bere in frigo stavolta.»
«Certo. Posso ficcanasare nella tua credenza?»
«Fa’ pure» risponde avviandosi in camera.
Fa’ pure.
Così. Come se fossimo amici da sempre.
Okay.
Poso il gulasch e mi volto verso la cucina. Dove saranno le scodelle?
Cerco lo sportello che mi sembra più adatto e con una certa soddisfazione le becco al primo tentativo. Questo significa che ha un discreto senso dell’organizzazione. Trovo subito le posate e porto tutto in tavola, insieme a un grande cucchiaio da portata e a dei tovaglioli.
Ora pensiamo alle bibite.
Apro il frigorifero e rimango di nuovo stupita nel vedere che è pieno di Sprite, bevande alla fragola, e un sacco di lattine del mio tè freddo preferito, al gusto di mora e lime. Incredibile, ha tutto quello che mi piace di più.
«Trovato quello che ti serve?» chiede Alec tornando in cucina prima di quanto mi aspettassi.
Lo zucchero è sparito dal suo viso e indossa una camicia verde che fa risaltare ancora di più i suoi occhi, così come le sue ciglia incredibilmente lunghe.
Sì, è bello. Stupidamente bello. Il tipo di bellezza che ti fa tremare le mani e costringe il tuo stomaco a esibirsi in un milione di salti mortali.
«Uhm, difficile scegliere,» cerco di restare concentrata. «In questo frigo c’è tutto quello che mi piace.»
Lui alza le spalle. «Ho visto cosa bevevi sul set.» Mi supera e mi sento avvolgere dal profumo dolce e speziato della sua acqua di colonia.
«Hai scelto di proposito i miei drink preferiti?»
«Sì.» Apre una Sprite. «Perché no? Mi stai facendo un favore enorme, è il minimo che possa fare. Inoltre, è bello vedere quel sorriso.» Si avvicina al tavolo e inizia a riempire le scodelle di gulasch.
Ehm… scusate ma ho bisogno di riprendere fiato.
Gli piace il mio sorriso? Non dovrei sentirmi euforica per così poco, ma accidenti, non posso farne a meno. Sono così emozionata che è imbarazzante.
Prima di far uscire tutta l’aria fredda dal frigo, prendo anch’io una Sprite e chiudo lo sportello. Poi lo raggiungo a tavola.
«Non ho mai mangiato del gulasch» ammette con un sorriso infantile. «Sono un rozzo ignorante?»
Sbuffo e scuoto la testa. «Non frequenti le persone giuste, tutto qui. Non preoccuparti, risolverò io il problema.»
Ci sediamo e Alec affonda un cucchiaio nel piatto, ci soffia sopra e se lo porta alle labbra. Vedo i suoi occhi illuminarsi per la sorpresa, mentre gli angoli della bocca si sollevano. «Cazzo, è davvero buono, Luna.»
Mi sento scoppiare d’orgoglio. Tutto questo per un piccolo complimento. Fino a ora non mi ero resa conto di quanto ci tenessi a impressionarlo.
«Sono contenta che ti piaccia» dico dopo aver preso una cucchiaiata.
«Non è che mi piace, lo adoro.» Prende un altro boccone e poi chiede: «È una tua ricetta o è una specie di segreto che si tramanda di generazione in generazione?»
«Mia madre me l’ha insegnato quando avevo sette anni.»
«Sette anni?» Sembra sorpreso.
«Ero impaziente. È il piatto preferito di tutta la mia famiglia. Viene direttamente dal libro di ricette della nonna. Anche se lei usava la salsa fatta in casa. Io imbroglio un po’ su questo.»
«Dimmi di più, Luna.» I suoi occhi calamitano la mia attenzione. Come se volessero mettermi a nudo. E adesso voglio dirgli tutto.
Mi schiarisco la gola e inizio: «Mia madre ce lo cucinava ogni domenica sera. Il profumo arrivava fino al soggiorno, dove io e Cohen ci divertivamo con i giochi da tavolo. Era un odore così familiare che sognavo di crearlo anch’io. Tecnicamente il piatto dovrebbe contenere del manzo,» sorrido, «ma quando ho cominciato a incaricarmi io della cena della domenica, ci ho messo un tocco personale: della carne di bufalo. Penso che ne arricchisca il sapore.»
«Audace.» Alec sorride. «E i tuoi come l’hanno presa?»
«Papà era scettico all’inizio. Non è molto propenso ai cambiamenti quando si tratta di cibo, a maggior ragione del gulasch della domenica, ma mi ha concesso il beneficio del dubbio.»
«Fammi indovinare: gli è piaciuto da morire.»
«Dice che è il migliore che abbia mai mangiato.» Non riesco a trattenere un sorriso. «Non è la ricetta tradizionale ma è fatto alla maniera dei Rossi, e questa è l’unica cosa che conta.»
Me ne porge una cucchiaiata. «Be’, mi piace la maniera dei Rossi. Questa roba è quasi orgasmica.»
«Grazie.» Non posso fare a meno di sentirmi confusa dal suo sguardo intenso e dal modo in cui la parola “orgasmica” gli esce dalle labbra con tanta naturalezza. Detta da lui non sembra per nulla eccessiva, anzi è incredibilmente sexy.
«Io compro dei tacos e tu mi porti un fantastico piatto fatto in casa. Devo alzare il livello.»
«Sai cucinare?» chiedo, rendendomi conto che probabilmente nessuno gliel’ha mai insegnato da piccolo.
«Un po’.» Sospira e scuote la testa. «Ma non ho nessuna storia paragonabile a quella che mi hai appena raccontato. Anzi la mia è piuttosto patetica.»
«Sono sicura che non sia vero.»
«Credimi, è verissimo.» Alza un sopracciglio. «Sono sopravvissuto a forza di cibo da asporto fino a due anni fa, quando ho assunto uno chef personale perché mi insegnasse le basi della cucina. Non mi hanno mai spiegato nulla da bambino, quindi ero un caso disperato… Da qui i ripetuti fallimenti. Ma ero stufo di ordinare a qualcuno ogni singolo pasto, così ho deciso di imparare un paio di cosette. Non sono un cuoco provetto. So fare un’omelette, più o meno, e sono in grado di grigliare e arrostire verdure. Ma questo è il massimo a cui arrivo.»
«E cosa ci sarebbe di patetico in tutto questo?»
«Be’,» gira il cucchiaio nel piatto e raccoglie un po’ di sugo, «tu hai avuto qualcuno a guidarti, qualcuno che ti amava. La tua famiglia è meravigliosamente unita. Io posso anche pagare uno chef perché faccia finta di essere mio padre e mi insegni tutti i segreti della cucina, ma rimane solo un estraneo.»
«Non è patetico e non è colpa tua, Alec. Hai deciso di imparare e l’hai fatto. Avresti potuto limitarti ad assumere un cuoco e a fargli fare tutto il lavoro.»
«Ogni volta che brucio il pollo nel forno penso che sarebbe stata la scelta migliore.» Ride e prende un altro boccone. Quando deglutisce, aggiunge: «È normale che mi senta intimidito da te?»
«Cosa? No, non dici sul serio.»
Annuisce lentamente e mi guarda negli occhi. «Cazzo, sì, mi sento intimidito. E parecchio.»
Gli do una piccola spinta col piede, sotto il tavolo. «Non sono una che intimidisce. Posso essere un po’ sfacciata a volte…»
«No, non intendevo questo,» esclama, «è il tuo ottimismo, le cose che sai, la spontaneità con cui ami tuo fratello, la tua voglia di vivere. Mi fai desiderare molto di più dalla vita. Molto di più dell’esistenza che ho vissuto finora.»
Sorride e si passa una mano tra i capelli. «Cristo, riesci anche a farmi parlare davvero troppo.»
«Mi piace» dico a bassa voce. «Mi piace aprire il libro e vedere cosa c’è sotto la copertina.»
«Era ora» fa lui con un occhiolino. Poi prende l’ultima cucchiaiata di gulasch e finisce il piatto.
«Hai lasciato fuori il burro» dico sorpresa.
«A volte le seguo, le indicazioni.» Ride e poi mi dà una piccola spallata. Quel gesto scherzoso risveglia ancora di più i miei sensi.
Avete presente quella piccola, piccolissima, minuscola cotta di cui vi parlavo? Be’, sono abbastanza sicura che sia cresciuta negli ultimi due giorni.
«Potrai anche seguire le indicazioni, ma di certo non sei un mago con gli utensili elettrici.»
«Non direi,» ride, «però sono un bravo studente, quindi insegnami come si fa.»
«Hai una normale frusta?»
«Ehm, ho questo.» Indica il KitchenAid. «Ha anche altri accessori.»
Rido. «Sì, lo so. Ma preferisco usare la frusta per fare la glassa. Si ottiene un amalgama migliore, e hai più controllo. Fortunatamente ho portato la mia, per sicurezza.»
La tiro fuori dalla borsa mentre Alec mi fa un applauso. «Una ragazza che va in giro con una frusta nella borsa. Davvero impressionante, Luna.»
«Mi piace essere preparata. Sono certa che sul set ci saranno tutti gli strumenti, quindi quando preparerai la tua torta, ricordati di usare il frullatore a immersione per l’impasto e la frusta per la glassa.»
«Credo di poterlo tenere a mente.»
Prendo lo sbattitore elettrico. Lui fa per attaccarlo alla corrente, ma io lo fermo mettendogli una mano sul braccio. Si blocca, fissando il punto in cui la nostra pelle è in contatto. Aggiungo: «Inserisci sempre la frusta prima di collegare lo sbattitore alla presa elettrica, altrimenti ti spezzi le mani».
«Ahia. Okay, ho preso nota.»
Inserisco la frusta e attacco lo sbattitore alla corrente, poi glielo consegno. «Per prima cosa dobbiamo sbattere il burro.»
«Non so perché questa cosa mi fa venire in mente un’immagine sessuale.» Abbassa la voce come se mi stesse confidando un segreto. «Dev’essere per tutto quel bianco che schizza.»
Mi fermo e piego la testa, sbattendo le palpebre.
«Signor avvocato, lei… sta paragonando la lavorazione del burro a un’eiaculazione?»
Lui accende lo sbattitore. «In effetti, è così. E indovina un po’? La consistenza è abbastanza simile.»
«Oh mio Dio.» Fingo di avere un conato di vomito e lui ride di gusto. «Non credo che riuscirò mai più a guardarti nello stesso modo.»
«Luna Rossi, non sarai mica una puritana?»
«Che cosa? No.»
«Sembra proprio di sì, se ti scandalizzi per una piccola battuta.»
«Ehi,» tiro fuori un’espressione impassibile e lui ride ancora più forte, «stiamo facendo la glassa per mangiarcela, e tu parli di sperma. Ti sembra normale?»
«Non proprio, no. Ma questa conversazione mi fa pensare che forse, solo forse, sei un tantino bigotta.»
«Non sono bigotta.»
«Dimostramelo» dice scherzosamente.
«Dimostrarlo? Che cosa vuoi che faccia? Che vada a “sbattere il burro” nell’altra stanza, mentre tu fai lo stesso qui?» dico facendo con le mani il segno delle virgolette.
Ride a crepapelle.
«Volevo solo proporti di raccontarmi qualche piccolo aneddoto sul tuo passato. Ma se vuoi andare di là a “sbattere il burro”, fa’ pure, sentiti libera. Ti chiedo solo di lavarti le mani dopo. Sai, per motivi igienici.»
«E io che pensavo che tu fossi un po’ più rispettabile della maggior parte degli uomini con cui sono uscita…» Oh, cazzo. «Volevo dire, che ho conosciuto. Non con cui sono uscita. Non intendevo “uscire”. È che…» Sospiro e appoggio una mano sulla credenza. «Penso che andare a sbattere il burro in camera tua sarebbe meno umiliante di questo momento.»
Lui si limita a sorridere e spegne lo sbattitore, allontanandolo dal burro perfettamente montato. «Qual è il prossimo passo, capo?»
«Quindi,» azzardo, «hai intenzione di ignorare il mio commento imbarazzante?»
«L’idea era questa, sì, anche se mi piace molto vederti arrossire. Ma a quanto pare tu hai qualcos’altro in mente.» Incrocia le braccia sul petto e appoggia il fianco alla cucina. «Quindi avanti, andiamo pure fino in fondo all’argomento che hai sollevato.»
«Preferirei di no.»
«Come pensavo.» Allunga una mano e mi alza il mento. «Ora dimmi qual è il prossimo passo, così ti risparmiamo l’imbarazzo e lo gettiamo tutto addosso a me, invece.»
Che dolce. Un uomo dolce e divertente, ecco cos’è.
E pericoloso.
Pericoloso perché è una combinazione letale di tutto ciò che cerco in un ragazzo.
«Vaniglia» dico così, dal nulla. «Dobbiamo aggiungere della vaniglia e montare anche quella; poi verseremo gradualmente lo zucchero a velo.»
«Capito.» Getta un po’ di vaniglia nella scodella. Poi aggiungo lentamente lo zucchero, mentre lui mescola. Tra noi è calato il silenzio e io so che è per via del mio commento – mi è proprio sfuggito. Sulle mie labbra è tornato il sudore alla Whitney Houston.
Lui non sembra a disagio, ma io sì, devo assolutamente fare qualcosa per rompere questo silenzio. Qualsiasi cosa. Così sbotto: «Ascensore.»
Lui spegne lo sbattitore. «Hai appena detto ascensore?»
«Sì, l’ho detto.» Deglutisco e gli faccio cenno di continuare a mescolare. «Io, ehm… Una volta ho fatto vedere le tette a un ragazzo in ascensore. Nemmeno lo conoscevo. Me le ha fissate per tutto il tragitto, così ho pensato: visto che sta cercando di strapparmi i vestiti con gli occhi, perché non dargli quello che vuole? Poco prima di arrivare al mio piano, mi sono girata verso di lui e ho sollevato la maglietta. Poi me ne sono andata, lasciandolo parecchio scioccato.»
«Ehm.» Alec deglutisce, vedo il suo pomo d’Adamo che fa su e giù. «È… Wow, perché mi hai raccontato questa storia?»
«Per dimostrarti che non sono una puritana. Sono l’esatto contrario. Una… un’esibizionista sessuale.»
Trattiene a stento una risata, le labbra che si tendono. «Un’esibizionista sessuale, eh?»
«Sì, e di alto livello.»
«Okay. Allora, cos’altro hai fatto per guadagnarti questo titolo?»
«Non so neppure da dove cominciare. Ho così tante storie che potrei scriverci un libro, e francamente non vorrei annoiarti.»
«Mettimi alla prova.»
Il suo sorriso di sfida mi dà sui nervi, proprio come il primo weekend in cui ci siamo incontrati. Ma adesso non ho voglia di mollargli un bel destro su quei pettorali: mi piacerebbe solo afferrargli la testa con entrambe le mani e ficcargli la lingua in bocca.
A quel punto sì che vedrebbe quanto sono esibizionista.
Lui continua a lavorare con la frusta, aspettando pazientemente i miei racconti, mentre io ripenso alle cose più pazze e stravaganti che ho combinato. L’unica che mi viene in mente è a dir poco patetica, ma mi esce di bocca prima che abbia il tempo di fermarmi.
«Una volta per Halloween mi sono vestita da albero di Natale. Sì, da albero di Natale. Costume fatto in casa. Molto intrigante.»
«Non ne dubito» fa lui.
«E da brava monella quale sono, mi sono appesa addosso qualche decorazione.»
«Non mi sarei aspettato niente di meno.»
Do un’occhiata alla scodella e metto una mano sulla sua, mentre aumento la potenza dello sbattitore. Guido i suoi movimenti. Studio le sue reazioni e, quando sento il suo corpo che si avvicina al mio, quasi salto su per l’eccitazione. È così vicino, ci dividono solo pochi centimetri. Sento il suo respiro che mi fa il solletico sul collo, sollevandomi alcune ciocche di capelli. Percepisco la forza nelle sue dita sotto la mia mano, la fermezza della sua presa. Che succederebbe se quelle dita mi stringessero i fianchi? Cosa proverei?
Sarà bravo a letto? Chi voglio prendere in giro? Certo che è bravo. Vedo la scritta RE DEL SESSO tatuata sulla sua fronte.
«Dicevi? Le decorazioni.»
«Cosa? Ah, sì.» Sorrido. «Scusa, ehm, sì, le decorazioni, esibizionismo sessuale, sexhibitionism.» Ride anche lui. Mi piace il suono della sua risata. Molto. È profonda e intensa, e allo stesso tempo anche leggera e piena di umorismo. «Quindi, mi sono appesa addosso un po’ di cose.» Mi sporgo leggermente, cercando di tirar fuori un’aria sorniona. «Ho appeso due belle palline proprio sopra i capezzoli, le mie personalissime mele di Natale.» Alzo le sopracciglia e lui ride così forte che riesco a sentire la vibrazione che gli scuote il petto.
«Wow, che pervertita.»
«Vero?»
«Una vera minaccia per la società.»
«Te l’ho detto… un’esibizionista.»
«Aspetta!» urla Alec, prendendomi per mano. «Fammela guardare… fammela guardare ancora per qualche minuto.»
«Ne sono già passati venti.»
«Lo so, ma credo che sia la cosa più bella che io abbia mai creato.»
Osservo la torta a due piani – l’abbiamo decorata in modo semplice, con la glassa e i frutti di bosco – e faccio un sorriso. È davvero bella. Ho lasciato che fosse lui a finirla, aiutandolo solo di tanto in tanto a sistemare i lati, e devo ammetterlo: ha fatto un ottimo lavoro.
E possiamo soffermarci un attimo ad ammirare l’espressione di puro orgoglio di quest’uomo? È maledettamente adorabile.
Non la smette più di sorridere.
Ha scattato una marea di foto.
E mi sommerge di ringraziamenti.
«Hai fatto un lavoro incredibile. A meno che il team Hernandez al gran completo non subisca una mutazione e si presenti alla sfida sotto forma di torta, penso che tu abbia ottime probabilità di piazzarti al secondo posto.»
«Secondo?» Mi lancia un’occhiata. «Perché non primo?»
«Competi contro di me, la maestra.» Gli faccio l’occhiolino.
«Sì, una maestra che ha ammesso di aver lasciato una torta sul davanzale, abbandonandola ai topi.»
«Stavo scherzando.» Alzo gli occhi al cielo. Più o meno. «Solo perché ormai siamo amici, non significa che ci andrò piano con te.»
«Mi consideri un tuo amico?»
«Sì.» Alzo il mento. «Perché, è un problema?»
«No, mi piace.» Indica la torta. «Pensi che potrei avere una foto con la mia amica e il nostro dolce?» Prende il telefono.
«Certo.»
«Perfetto.» Mi porge il dolce con cura. «Tienila tu.» Mi mette un braccio intorno alla vita. Sento i suoi muscoli che mi stringono forte, mentre si piega alla mia altezza tenendo il telefono ben sollevato. «Sorridi» esclama con voce cantilenante, mentre spara una serie di scatti. Si raddrizza e guarda come sono venuti. «Ammazza, ho proprio un bel sorriso.»
«Oh mio Dio.» Metto giù il dolce prima di dargli una spinta. Lui ride.
«Cosa? Vuoi un altro complimento? Lo sai già che mi piace il tuo sorriso.»
«Senti, voglio solo un pezzo di torta. Possiamo tagliarla ora?»
«Va bene, distruggi pure il mio duro lavoro.»
«Distruggere è la parte migliore: significa mangiarla.» Comincio a tagliare e servo due grosse fette.
Lui indica il divano in soggiorno. «Accomodiamoci e mangiamo.»
Ci sediamo entrambi. Prima io, poi lui. Cerca di lasciare un po’ di distanza tra noi, poi si gira verso di me. Ha una gamba piegata sul divano e il braccio disteso lungo lo schienale. Taglia un pezzo della sua fetta con la forchetta per assaggiare il primo boccone. Io seguo il suo esempio e giro la posata nella sua direzione.
«Congratulazioni, Alec. Andrai alla grande sabato.»
«Grazie. E grazie per l’aiuto. Significa davvero molto per me.»
«Lo so.»
I nostri occhi si incrociano e vedo passare qualcosa nel suo sguardo… ammirazione, forse? Ma prima che abbia il tempo di capire cosa sta succedendo, entrambi diamo un morso al dolce, rompendo il momento.
Sento sulla lingua il sapore della vaniglia e dei frutti di bosco. La torta è deliziosa e soffice, si scioglie in bocca. Penso che potrebbe essere la migliore che abbia mai mangiato.
«Oh mio Dio, Alec, è buonissima.»
Prende rapidamente un altro morso e i suoi occhi si allargano, pieni di sorpresa. «Porca puttana, l’ho fatta davvero io?»
«L’hai fatta proprio tu.»
Mi guarda. «L’abbiamo fatta noi.»
«Sei tu che hai lavorato; io ti ho solo dato delle istruzioni.»
«Quindi se fossimo gente del cinema, io vincerei l’Oscar come miglior attore e tu quello come miglior regista?»
«E sono sicura che saliremmo entrambi sul palco anche per il miglior film.» Do un altro morso, assaporando il gusto incredibile. Gemo. «Si scioglie in bocca.»
«È molto più che soffice. È la cosa più soffice del mondo» esclama con un sorriso.
«Se ci fosse un’immagine nel dizionario da usare a corredo dell’espressione “sciogliersi in bocca”, sarebbe la foto di questa torta. Sembra che ti bagni il palato.»
«Se questa torta fosse una donna mi farebbe bagnare anche altre cose.»
Scoppio a ridere e la torta mi esce quasi dal naso. Deglutisco velocemente e prendo un respiro, ma non riesco a trattenere le risate. Mi metto una mano sul petto. Cerco di riprendermi, ma non c’è niente da fare.
Ho le lacrime agli occhi.
«Hashtag… mi bagno per le torte.» Mi strozzo tra una risata e l’altra.
Anche Alec sta ridendo. Un suono profondo e ritmato. Come se si stesse divertendo più per la mia reazione che per la sua battuta.
«Oh, merda,» mi asciugo gli occhi e faccio un bel respiro, «questa era proprio orrenda.»
«Già» fa lui, con un sorriso gigante sul viso. «Francamente, è un po’ uno shock che mi sia venuta in mente una battuta così sfigata e che abbia perfino ottenuto una risata.»
«Penso che mi farò una maglietta con questa frase. Riga di sopra: “Mi bagno”. Riga di sotto: “Per le torte”.
Ride. «Andrebbe a ruba in pochi secondi.»
«Come il pane.»
Mi punta contro la forchetta. «Come una torta che si scioglie in bocca.»
«Ti odio.» Rido ancora un po’.
«Forse prima, ma ora non credo.»
Scuoto la testa. «No, ora no.»
«Davvero?» Alza le sopracciglia. «Quindi adesso siamo amici?»
«Può darsi.»
«Evviva! Che cambiamento!»
Gli do una piccola spinta col piede. «Non esagerare con l’entusiasmo.»
«Ehi, ci sarà un motivo se Thad è com’è, no?»
«Ecco che vengono fuori i segreti.» Gli faccio l’occhiolino e prendo un altro boccone. «Allora, hai intenzione di preparare questa torta sabato?»
«Sì. Il che significa che tu devi inventarti qualcos’altro.»
«Scusa?» chiedo sorpresa. «Ehm, sono stata io a insegnarti questa ricetta. È mia.»
«Vero, ma una buona insegnante si farebbe da parte per il suo studente. Condividerebbe il suo sapere e poi passerebbe ad altro.»
«Questo…» scuoto la testa, «non ha alcun senso.»
«Nella mia testa ce l’ha.» Mette giù la forchetta e si pulisce la bocca con un tovagliolo. «Ti prego, Luna. So che Thad impazzirebbe per questo dolce, significherebbe molto per lui… Significherebbe molto per me.» Sbatte quelle sue ciglia stupidamente lunghe. «Me lo lasci, per questa volta?»
«Oh, mio Dio.»
«Allora? Posso tenermi la mia torta e mangiarmela?»
«Puoi pure bagnartici già che ci sei.»
«Ahia» ride. «Sai colpire duro quanto ti impegni.»
Lecco la glassa che mi è rimasta sulla forchetta e noto i suoi occhi, fissi sulla mia lingua. C’è come una luce nelle sue pupille. Lo faccio un’altra volta, solo per torturarlo, e poi prendo un altro boccone. Abbassa gli occhi e deglutisce con forza. Forse vuole essere qualcosa di più di un amico, forse anche lui ha un debole per me.
Probabilmente non enorme come il mio, però.
«Cohen mi ha insegnato a farmi valere.» Aggiungo piano: «Magari avesse messo in pratica i suoi stessi consigli».
«Era vittima di bullismo?» chiede Alec facendosi serio.
Annuisco. «Sì. Ma non perché è gay. Non ha fatto coming out fino al liceo. Solo che alle medie, argh… è stata dura. Tornava a casa e correva a chiudersi in camera sua. Lo sentivo piangere. Era diverso dagli altri ragazzi. Gli piacevano le cose semplici, come la falegnameria. Non è mai stato un fan dello sport, dei supereroi, dei videogiochi. Passava le ore a progettare oggetti. A scuola ci facevano lavorare il legno: era la sua materia preferita. Rimaneva in laboratorio per tutta la ricreazione, per non doversi preoccupare degli altri bambini. Finché un giorno il suo professore del cuore si trasferì, perché sua moglie aveva trovato un lavoro in un’altra città. Il nuovo insegnante non permetteva agli alunni di restare in laboratorio durante l’intervallo.»
«E così Cohen era costretto a vedersela con gli altri bambini» aggiunge Alec. Dritto al punto.
«Già. È stato a dir poco sconvolgente vederlo attraversare un periodo così difficile. Senza amici, completamente solo. A ricreazione rimaneva in classe a leggere, ma i compagni gli davano il tormento comunque. All’epoca era piccolo – un bersaglio facile. È cresciuto tutto insieme il primo anno di superiori, ma a quel punto era tardi. Quando ha fatto coming out con me, era terrorizzato da quello che sarebbe successo se i ragazzi a scuola l’avessero scoperto. Così si è chiuso ancora di più in sé stesso. Ecco perché è così riservato. Ma da quando c’è Declan, ha sviluppato un vero amore per la vita. Mi piacerebbe solo che mostrasse di più il suo affetto in pubblico. Non prende mai il suo uomo per mano, né tantomeno osa baciarlo. Dice sempre che non vuole disturbare le persone intorno a lui o metterle a disagio, quindi si tiene per sé i suoi sentimenti.»
Alec aggrotta la fronte. «Non è giusto, né per lui né per Declan.»
«No, infatti. Uno dei motivi per cui ci tenevo che partecipasse al programma è che volevo spingerlo fuori dalla sua confort zone, fargli abbassare un po’ le difese. Davanti alle telecamere è ancora molto riservato, ovviamente, ma c’è. E questo è quello che conta.»
«Vero.» Alec mi studia per qualche secondo. «Sei una brava sorella.»
«Grazie. La mia famiglia è il mio mondo. Non so cosa farei senza.»
«Vorrei poter dire lo stesso» fa Alec, distogliendo lo sguardo.
Mi sporgo in avanti e gli poso una mano sulla gamba. «Stai facendo dei grandi passi avanti in quel senso, e questo è davvero lodevole. E poi sei già un fratello straordinario. Dovevi solo ricordartelo.»
Sorride. «Mi sembra di svuotare il mare con un bicchiere, ma piano piano sto migliorando.»
Poso il piatto sul tavolino e mi rannicchio sul divano, le ginocchia al petto.
«Allora, pensi che mi tratterai male sabato?»
«Dipende. Hai intenzione di abbaiare?»
«Forse.» Sorrido.
Sorride anche lui. «Vorrei almeno poterti salutare.»
«Davvero? E mi chiederai un caffè?»
Scuote la testa ridendo. «Ho imparato la lezione il primo giorno. Preferisco il caffè con il latte e lo zucchero a quello con lo sputo.»
«Saggio.»
Abbassa gli occhi sul piatto che tiene appoggiato in grembo. «Voglio dirti la verità. Sarò nervoso da morire.»
«E perché?»
«La posta in gioco si è appena alzata. Ora non solo potrei deludere Naomi e Thad… ma potrei far rimanere male anche te.»
«Fermo lì.» Gli do una piccola spinta. «C’è solo un modo in cui puoi farmi rimanere male: battermi. In quel caso… mi pentirei amaramente di averti insegnato i miei trucchi.»
Ride, poi posa il piatto sul tavolino e si stiracchia.
Osservo il modo in cui i suoi bicipiti si tendono vicino alle orecchie e poi guardo il suo girovita. Un lembo di pelle nuda spunta da sotto la camicia. Che sapore avrà? Cosa si prova a toccarla? E quei fianchi? Come sarebbe far scivolare le dita sotto i suoi slip e…?
«Luna?»
«Sì?» alzo gli occhi di scatto e incontro i suoi. Lui si limita a sorridere, mentre io ho il volto paonazzo per l’imbarazzo.
Oh, mio Dio, se n’è accorto. Si è accorto che lo guardavo. Ha visto i miei occhi fissi sul suo inguine. Vorrei sprofondare sotto terra.
«Tutto bene?» chiede abbassando le braccia. «Sembri un po’… arrossita.»
«Bene. Benissimo.» Mi alzo di scatto dal divano. «Bene. Sto una favola.» Agito una mano davanti al viso. «Ho solo un po’ caldo. I forni a volte possono davvero surriscaldare un ambiente. Ma sto bene. Non preoccuparti per me. È solo che… accidenti, è tardi; penso che dovrei andare. Di sicuro tu vuoi che me ne vada, no? Non ho problemi ad andarmene. Non c’è nessun problema. Io sto bene. Stiamo tutti bene.» Mi affretto verso la porta, ma nel mio tentativo di fuga inciampo sul tappeto e cado a terra andando a sbattere contro una delle sedie del soggiorno. «Ahia!»
Perché, Dio… perché?
«Luna.» Lo sento che si precipita verso di me, ma mi alzo rapidamente e circumnavigo i mobili, tenendomi una mano sulla fronte, il volto in fiamme. «Ehi, rallenta. Stai bene?»
«Sì, te l’ho già detto. Va tutto bene. Devo solo prendere la mia frusta.» Corro in cucina e butto in borsa lo sbattitore elettrico che ho lasciato accanto al lavello. Poi mi giro… e sbatto contro il petto di Alec. Lui mi blocca tenendomi le mani sulle spalle.
«Oh, vacci piano.»
Non alzo neppure lo sguardo. Mi divincolo, gli prendo una mano e gliela stringo con decisione, la testa goffamente abbassata. «Grazie. Buona, la torta.»
Lo supero diretta verso le mie scarpe, mentre lui dice: «Non solo buona, ricorda: una torta che fa bagnare.»
Infilo il tallone nella suola e appoggio il piede a terra, con un respiro profondo. Sta cercando di allentare la tensione e io lo apprezzo, vista l’uscita di scena ben poco elegante che sto imbastendo.
«Già, un sacco.» Mi infilo l’altra scarpa, prendo la borsa e lo saluto.
«Ci vediamo sabato.»
«Ehi.» Mi fermo e lui si avvicina, gli occhi fissi nei miei. Il respiro mi si blocca nel momento stesso in cui si ferma a meno di un metro da me. «Grazie di tutto» dice prima di prendermi tra le braccia e stringermi contro il suo petto.
Istintivamente gli porto le mani intorno alla vita e la mia guancia atterra sui suoi pettorali. I miei sensi si accendono. Percepisco un calore improvviso diffondersi dentro di me. Tra le sue braccia mi sento così protetta, apprezzata… così stranamente fragile. Nella mia vita ho sperimentato un certo numero di abbracci, ma c’è qualcosa nel modo in cui mi avvolge Alec, nella sensazione del suo corpo contro il mio, che fa vorticare la mia mente in territori inesplorati.
È quel genere di abbracci che non si dimentica facilmente. Il genere di abbracci a cui ripensi ossessivamente, una volta a casa.
Il genere di abbracci che ti tiene sveglia la notte, desiderando di sentire quelle mani di nuovo su di te, di percepirle addosso mentre ti addormenti.
Sospiro e i miei occhi si chiudono per un breve istante. Mi stacco e lo guardo. Non riesco a trattenere un sorriso.
«Ci vediamo sabato.»
Fa un passo indietro e si passa una mano tra i capelli, sorridendo a sua volta. «A sabato.»