13
Cazzo, sono nervoso. Tipo molto nervoso.
Il genere di nervosismo che ti attraversa da parte a parte e ti fa sudare freddo.
Luna Rossi sta venendo a casa mia per insegnarmi a preparare una torta. Quali erano le probabilità che si verificasse un simile evento?
Mi aspettavo un suo aiuto? No, non di questo tipo, almeno. Magari qualche consiglio qua e là, ma non un tutorial dal vivo. Né tantomeno mi aspettavo di invitarla a cena.
Eppure eccomi qui, a camminare avanti e indietro nel mio appartamento immacolato, con le mani nei capelli, in attesa del suo arrivo. Sono andato al lavoro presto stamattina, per poter finire tutto per tempo, prima di andare a prendere i tacos e tornare a casa. Ho chiamato la ditta delle pulizie per assicurarmi che ogni centimetro quadrato fosse impeccabile, specialmente la cucina. L’ho pulita anch’io, ma c’era ancora farina ovunque; a quanto pare, una laurea in legge non ti aiuta a capire come aggiungere gradualmente gli ingredienti a un impasto, mescolando man mano.
Mi sono tolto il completo da ufficio e ho indossato un paio di jeans – la tuta da ginnastica che uso in casa mi sembrava eccessivamente informale – e una maglietta nera a maniche corte. Ho pensato a lungo se mettermi le scarpe, ma poi mi sono reso conto che sarebbe stato strano. Mi sono limitato ai calzini, perché i jeans a piedi nudi mandano un certo messaggio. Non voglio che Luna entri nel mio appartamento pensando che abbia idee strane su cosa voglio farmi insegnare. Capite cosa intendo. *Alzata di sopracciglia*
Questa è una visita strettamente professionale, anche se penso che lei sia bellissima e mi fa ridere, e non faccio alcuna fatica a immaginarla al mio fianco, sul divano, mentre ci accoccoliamo dolcemente… o meglio ancora, mentre la trascino in camera e la spoglio con lentezza prima di assaporare ogni centimetro del suo corpo.
Cristo, ma che fantasie del cazzo mi vengono? Sono anni che mi tengo alla larga da relazioni di qualunque tipo. Ricomponiti.
Mi schiarisco la gola. Affari, Baxter. Si tratta solo di affari.
Toc. Toc.
La mia testa scatta verso la porta. È arrivata.
Oh cazzo, è arrivata.
Cammino in cerchio, in preda al panico, senza sapere il perché.
Apri la porta, razza di idiota.
Okay.
Stai calmo, sii disinvolto, non dire niente di stupido.
Apro con un respiro profondo. Di fronte a me c’è Luna. Ha un paio di leggings neri che mettono in risalto le gambe minute e una camicia rossa che le sta da dio. Ha i capelli tirati su nel suo tipico chignon, il viso incorniciato da dei grandi occhiali neri e la sua pelle è splendente senza bisogno di trucco. In spalla, una borsa di tela. Noto un leggero tremolio nel suo sorriso e mi chiedo se sia nervosa quanto me.
«Ehi» dico.
«Ciao.» Mi saluta con un gesto impacciato. «Mi fai entrare?»
«Oh sì, certo, scusa.» Mi faccio da parte e chiudo la porta dietro di lei.
Quando esamina il mio appartamento non mostra il minimo segno di stupore né di disapprovazione.
Che poi è come mi sento io: neutrale.
«Hai avuto difficoltà a trovare l’indirizzo?» chiedo, infilandomi le mani in tasca.
«In realtà casa mia è solo a tre isolati da qui.»
«Così vicino?» Mi sento talmente teso che mi fa quasi un male fisico. «Pensa te.»
«Sì» fa lei, evitando il contatto visivo.
Tra noi cala il silenzio e io mi sento come se stesse per mangiarmi vivo. Eccomi qui: zitto e dolorante di fronte a una ragazza a cui mi sono in un certo senso affezionato. E io che pensavo di essere destinato a finire come uno degli ex delle mie clienti, incazzato a morte per aver perso il mio prezioso yacht in qualche causa di divorzio, senza averlo mai usato. Non sapendo cosa dire, mi lascio sfuggire di bocca la prima cosa che mi viene in mente. «Era più facile quando litigavamo. C’è qualcosa per cui vuoi insultarmi?»
Lei ride e questo allenta un po’ la tensione. «Non lo so, la notte può ancora finire con una scazzottata e una gita al pronto soccorso. Anche se a dire il vero non ho nessuna voglia di andarmene in giro a bordo di una volante stasera.»
«Stai insinuando che sarei io quello che finisce al pronto soccorso?»
Lei alza il pugno. «Da’ un’occhiata a questo. È duro come la pietra. Te lo ficcherei in gola prima che tu abbia il tempo di morderlo.»
«Accidenti, Luna,» alzo le mani, «mi sembri giusto un filino aggressiva.»
«Quando vivi a New York devi farti valere. Non tutti possiamo permetterci un autista che ci scarrozzi qua e là scongiurando il rischio di rovinarci i nostri orribili mocassini.»
Sorrido e scuoto la testa. «Sono molto più alla mano di quanto pensi.» Indico il corridoio che porta alla mia stanza. «Laggiù c’è la mia intera collezione di scarpe, la bellezza di cinque paia in tutto. Ti prego di esaminarle per renderti conto che non sono solo mocassini.»
«Cinque? Cazzo, ho più scarpe io di te.»
«Rimarresti sorpresa di quello che potresti scoprire, se la smettessi di giudicare un libro dalla copertina e decidessi di aprirlo.»
Con un mezzo sorriso mi torna alla mente una delle nostre prime conversazioni.
Mi lancia un’occhiata sorniona. «Potrei dargli un’occhiata stasera, ma prima, tacos. Sto morendo di fame. Di solito ceno alle cinque in punto.»
«Quanti anni hai, ottanta?»
«Le persone anziane cenano alle quattro.»
«Be’, non voglio che tu muoia di fame.»
La guido verso la tavola, dove ci sono una dozzina di tacos che aspettano solo di essere assaggiati, insieme a patatine e salsa. Mentre si accomoda, vado a prendere due bicchieri.
«Ho solo dell’acqua. Spero vada bene. Ho finito tutta la birra nelle ultime due notti e non ho ancora avuto il tempo di ricomprarla.»
«L’acqua va ben… oh mio Dio, hai preso la salsa all’ananas.»
«Ti piace?»
«È la mia preferita.» Ci intinge una patatina e se la mette tutta in bocca. «Mmm, che buona. Grazie.»
«Di niente. Solo, ricordati di questa salsa quando sarai tutta ricoperta di farina.»
Metto giù i bicchieri e comincio a darci dentro col cibo. Luna fa lo stesso. Prende tre tacos e se li mette nel piatto insieme a patatine e salsa.
«Allora,» si porta un boccone alla bocca, «perché sei così gentile con me?»
Scoppio a ridere, contento di non aver ancora addentato il mio tacos. «Subito a bomba con le domande, eh?»
«Non ti permetterò di svicolare.»
«Capisco.» Do un morso, mastico e deglutisco. «Onestamente, non avevo intenzione di comportarmi male con te. È successo e basta. Ero di cattivo umore e me la sono presa con la prima persona che ho incrociato. Ho cercato di rimediare, ma tu ti sei messa a fare il cane.»
«Seguivo i consigli di Farrah.»
«Immagino che le capiti spesso di dover allontanare degli uomini in modi spicci.»
«Più di quanto non voglia ammettere. A ogni modo, sono contenta che la scelta di abbaiare si sia rivelata vincente… mi ha aiutata a concentrarmi.»
«Perché? Ti stavo distraendo?» Alzo un sopracciglio e i suoi occhi si dilatano.
«Cosa? No, voglio dire… no. Non quel tipo di distrazione. Niente di sessuale. Era più del genere competitivo.»
Sorrido.
«Perché non provi a fare una faccia un po’ più inorridita? Fa davvero bene al mio ego.»
Stavolta ride e si appoggia allo schienale della sedia, studiandomi. «Sono un po’ nervosa, okay? Tutto questo mi sembra così strano, quindi scusami se mi comporto in modo impacciato.»
Tamburello le dita sul tavolo e la studio a mia volta. «Anch’io sono un po’ nervoso.»
«Davvero? L’uomo che non sembra mostrare alcun tipo di emozione è nervoso?»
«Sì.» Prendo il tacos. «Non mi capita tutti i giorni di trovarmi al cospetto della regina del fai da te.»
Lei rotea gli occhi e mi lancia il tovagliolo. «La vedi ogni weekend e non sono io.»
«E chi è allora? Aspetta, stai parlando di Mary DIY?»
«Sì, certo. È lei la vera regina.»
«È una stronza maleducata.»
«Cosa?» sbotta, come se l’avessi appena insultata. «Mary DIY non è maleducata. Be’… Voglio dire, è…»
«Ci hai mai parlato? Voglio dire, sul serio, a telecamere spente.»
«Be’, è molto impegnata…»
«Nessuno è così impegnato. Detesto dirlo, ma quella donna è completamente assorbita da se stessa.»
«Già,» fa lei, sospirando, «non volevo crederci, ma in effetti è un po’ scortese.»
«Eccome. E comunque, se fossi in lei, inizierei a preoccuparmi – penso che presto ci sarà una nuova regina in città.»
Luna si indica il petto con una patatina. «Stai parlando di me?»
«E di chi sennò? Di quella saccente di Helen?»
«Be’, sembra che sia molto brava a dire a tutti cosa devono fare. Il che è piuttosto impressionante, dato che a quanto pare non ha nessuna abilità particolare.»
«Molto meno impressionante delle cose che ti sei inventata tu settimana dopo settimana» ammetto.
Si rigira in mano il bicchiere e mi guarda. «Mi stai facendo un complimento, Alec Baxter?»
«Sì, e sincero. Sei brava, Luna. Davvero brava, cazzo. Cohen è fortunato ad averti come sorella.»
Facendosi seria, risponde: «Significa molto per me. Grazie.»
«Dico davvero.»
«Lo so.»
Ci guardiamo, di nuovo. E questa volta nessuno evita il contatto visivo, non c’è imbarazzo. Ci stiamo solo studiando, osservando, riconoscendo l’intesa che abbiamo raggiunto. Forse siamo passati dal giudicare un libro dalla copertina all’iniziare un capitolo completamente nuovo del nostro rapporto. Possiamo essere amici.
«Argh, no!» mi urla Luna, impedendomi di versare il lievito nell’impasto. «Gli ingredienti secchi qui dentro.» Mi porge una scodella e mi ordina di versarci il resto degli alimenti. «Dobbiamo separare il secco dall’umido.»
«Tecnicamente, lo zucchero è secco.»
«Lo zucchero non conta.» Mi passa un cucchiaio. «Mescola con attenzione gli ingredienti e poi uniamo tutto alla fine.»
«Uhm, questo avvertimento non c’era nella ricetta che mi hai mandato.»
«L’ho dato per scontato, visto il profilo a cui le stavo inviando.»
«Non mi è neppure passato per la testa.»
Lei ride e si appoggia al piano della cucina, guardandomi finire il lavoro. «Quindi davvero non hai mai preparato una torta prima d’ora?»
«No,» scuoto la testa, «quando ero piccolo, i miei genitori non passavano certo i fine settimana a insegnarci cose divertenti come fare i cupcake o giocare a baseball. Eravamo sempre soli, quindi dovevo imparare da me tutto quello di cui avevo bisogno e insegnarlo a Thad.»
«Oh… non lo sapevo.» Abbassa lo sguardo. «Hai avuto una brutta infanzia?»
«Visti dall’esterno, sembravamo perfetti: appartamento a Park Avenue, lussuose scuole private, feste di compleanno appariscenti e regali ancora più abbaglianti. I nostri amici ci invidiavano, ma la nostra fortuna non andava oltre i beni materiali. Avevamo delle tate, ma erano lì solo per assicurarsi che rimanessimo vivi. Non c’era nessun legame emotivo, perché i miei genitori non lo permettevano.» Alzo le spalle. «Io e Thad potevamo contare solo l’uno sull’altro.»
«Wow,» mi guarda negli occhi e mi posa una mano sul braccio. «Mi dispiace, Alec. Non ne avevo idea.»
«Non devi dispiacerti.»
Si morde il labbro. «Cos’è successo tra te e Thad? Cos’ha messo in crisi la vostra relazione? Sentiti libero di ignorare la mia domanda se è troppo personale.»
«No, tranquilla. Probabilmente mi fa bene parlarne. È da quando sono andato al college che volto le spalle al problema.»
Luna accende il frullatore a immersione. È rimasta davvero colpita quando ha visto che ne avevo uno. «Voglio ascoltare ogni parola, ma dobbiamo fare in fretta. Aggiungi gradualmente gli ingredienti secchi, ma non troppo piano, altrimenti ci toccherà mescolare per ore.»
Annuisco. «Quando eravamo giovani, ho fatto in modo che a Thad non mancasse niente. Non ho mai voluto che ascoltasse gli infiniti litigi dei nostri genitori, quindi lo proteggevo. Ho dovuto essere creativo perché non c’era molto da fare per due ragazzini.» Mescolo, fissando la scodella. Gli ingredienti umidi si mischiano formando un impasto. «Dopo il diploma, mi sono iscritto alla Columbia. Sono rimasto vicino a casa, nel caso mio fratello avesse avuto bisogno di me, ma ero comunque abbastanza lontano da non dover affrontare il carico emotivo e il dolore ogni giorno. I miei genitori hanno divorziato al mio primo anno di università. Ho pensato che sarebbe stato meglio così per Thad. All’epoca aveva quattordici anni. Solo che il divorzio ha avuto delle conseguenze devastanti per mia madre. Ha perso praticamente tutto. Lei e mio fratello hanno dovuto trasferirsi in un piccolo appartamento a Brooklyn, ed è stata molto dura per lui. Ha dovuto dire addio alla maggior parte dei suoi amici e alla casa della sua infanzia. Mio padre si è dimenticato della nostra esistenza, a parte qualche assegno per me e il mantenimento di Thad. E io sono diventato… insensibile. Ero così sollevato di aver tagliato i ponti con la mia famiglia disfunzionale, di essermi lasciato alle spalle la mia infanzia, che ho chiuso con tutto. Ho trovato un lavoro per l’estate, ho preso in affitto un appartamento con alcuni ragazzi e ho iniziato a vivere la mia vita.»
«Oh no, povero Thad.»
«Già. L’ho lasciato da solo ad affrontare quell’incubo. Ma anche in quel caso… non se l’è presa con me. Voleva ancora vedermi, uscire insieme, parlarmi. E io lo incontravo di tanto in tanto. Solo che crescendo i nostri incontri sono diventati sempre più rari. Mi ammazzavo di lavoro, e quando finalmente ho potuto prendermi un po’ di respiro, Thad era cresciuto. Era fidanzato e stava per avere un bambino. E io mi sono perso tutto. Questa gara per lui era un modo di farci riavvicinare, ma io non ho fatto nient’altro che allontanarlo sempre di più. E solo perché sono uno stronzo che non riesce ad accettare di sentirsi a disagio.»
Luna spegne il frullatore – l’impasto è già completamente mescolato. Appoggia una mano sul piano della cucina e inizia a fissarmi.
Io evito i suoi occhi e lei mi dà un colpetto sulla spalla, obbligandomi a guardarla.
«Non sei uno stronzo. Forse ti comporti da stronzo, ma non lo sei. Altrimenti ora non saresti qui a preparare la tua terza torta in una settimana, cercando di vincere questa ridicola gara di matrimoni solo per tuo fratello. A volte abbiamo tutti bisogno di una piccola spinta. In realtà penso che sia molto bello ciò che stai facendo per Thad. Se fossi davvero uno stronzo non avresti mai detto di sì.»
Le faccio un sorriso dolce. «Sì, credo tu abbia ragione.»
Le teglie sono già state imburrate e spolverate di farina, così mi mette davanti la scodella e mi porge un misurino. «Comincia a dividere l’impasto; riempi le teglie un po’ oltre la metà, in modo che le torte possano lievitare senza traboccare.»
«Okay.» Comincio a darmi da fare. «È arrabbiato con me. Lo sento. Di solito mi scrive prima del weekend, per spiegarmi che tipo di sfida affronteremo, per dirmi che questa sarà la nostra settimana e che non vede l’ora di vedermi sabato. Mi ha anche invitato un paio di volte a casa per esercitarci.»
«Oh Dio,» Luna si porta la mano al petto, «credo che Thad si sia appena conquistato un posto nel mio cuore.»
«Penso che abbia conquistato un posto nel cuore di chiunque. È davvero un grande. Un po’ sopra le righe, a volte, ma ha un’anima meravigliosa.» Scuoto la testa. «Non ho idea del perché sia così affezionato a me.»
Luna mi posa una mano sul braccio, facendomi smettere di lavorare. La guardo. «Hai detto che sei stato tu a prenderti cura di lui quando eravate bambini, giusto?» chiede.
Annuisco.
«Allora quel ragazzo meraviglioso di cui parli in qualche modo è anche merito tuo, Alec. Se è quello che è deve ringraziare ciò che gli hai insegnato, l’amore che gli hai dimostrato, indipendentemente da quello che può essere successo dopo il liceo.»
I suoi occhi sinceri, la sua mano calda, la sua gentilezza… è tutto così travolgente, mi fa sentire cose che avevo giurato di non provare mai. Il mio corpo brama di stringerla in un abbraccio e ringraziarla – perché pensa il meglio di me, quando sarebbe fin troppo facile pensare il peggio.
Ma mi limito a sussurrare: «Grazie, Luna».
I suoi occhi sono ancora fissi nei miei mentre risponde: «Ho detto solo la verità». Poi toglie la mano e si rimette al lavoro. Non ho mai incontrato nessuno capace di parlare di sentimenti in modo così aperto e sincero, tranne – forse – Thad, ma lui lo fa con una vena di isteria di sottofondo. Luna è diversa, sotto così tanti aspetti, e io sento che mi sto affezionando a lei. Soprattutto dopo le nostre battute e gli scherzi su Instagram. È fantastico parlare con lei, è una persona così divertente… e io che non riuscivo nemmeno a ricordare l’ultima volta che mi ero divertito davvero!
«Una volta versato l’impasto, devi… ehi, mi stai ascoltando?»
«Cosa? Sì.» Sbatto le palpebre un paio di volte. «Sì, scusa. Ti sto ascoltando.»
Mi studia per alcuni istanti, i suoi occhi scuri sono un mistero assoluto. Un mistero che voglio capire. E quelle labbra, morbide, lucenti… mi chiedo che sapore abbiano. Solo il pensiero mi accelera i battiti.
A un tratto mi rendo conto di quanto siamo vicini. E se fossi un uomo più coraggioso, potrei prenderle il mento e avvicinare la sua bocca alla mia.
«Okay, perché se hai ancora bisogno di parlare, io ci sono.»
Deglutisco con forza e scuoto la testa. «No. Sono a posto.»
«Okay…»
Lei continua a spiegarmi mille cose, ma le parole mi entrano da un orecchio e mi escono dall’altro, perché ho un solo pensiero in testa: Quand’è che Luna Rossi si è trasformata in una donna che desidero così disperatamente? E quando sarà il momento giusto per provare ad avere ciò che voglio?
Luna: Come sono venuti gli strati?
Fisso il telefono e torno a guardare le parti della torta, perfettamente rotonde e solide, che stanno a raffreddare nelle teglie. Dopo averle infornate, Luna mi ha aiutato a pulire, ma poi ha detto che tornerà domani per gli ultimi ritocchi. È stata una fine un po’ brusca per la nostra serata. Non so se l’ho spaventata per come la guardavo o se doveva davvero andarsene. In ogni caso, quando mi ha chiesto il mio numero, prima di uscire, ho avvertito un certo sollievo.
E un sollievo molto simile mi ha attraversato da parte a parte quando sul cellulare mi è apparso il suo messaggio, ovvero proprio in questo momento.
Scatto una foto delle teglie e gliela mando.
Alec: Hanno un aspetto fantastico. E non puzzano di merda di coniglio.
Luna: LOL. È un odore che senti spesso?
Alec: Solo in primavera.
Luna: Ho sentito dire che è piuttosto comune.
Alec: A quanto sembra è un ottimo fertilizzante per i fiori…
Luna: Stiamo davvero parlando di merda di coniglio?
Alec: Mi piacerebbe poter dire che hai iniziato tu, ma sappiamo entrambi che sarebbe una bugia.
Luna: Soprattutto perché qualche messaggio più su ci sono le prove.
Alec: Cambiando argomento… gli strati di torta hanno un aspetto fantastico.
Luna: Quando si saranno raffreddati, sistemali come ti ho detto. Sarò da te domani.
Alec: Vuol dire che devo comprare altri tacos?
Luna: No, porterò il mio famoso gulasch, e poi ci mangiamo la torta, dopo averla decorata.
Di nuovo quel senso di sollievo. Forse non l’ho spaventata. Forse doveva davvero andarsene e mi sono fatto troppe paranoie.
Alec: Va bene.
Luna: Stessa ora?
Alec: Sì. Ehi, Luna?
Luna: Sì…
Alec: So di avertelo già detto, ma voglio farlo di nuovo: grazie. Non ti rendi conto di quanto il tuo aiuto significhi per me.
Luna: Di niente, Alec.