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«Per caso hai dei baffi finti?»
«Cosa?» fa Lucas alzando lo sguardo dal computer. Lo skyline di Manhattan gli fa da sfondo al di là della finestra. Il cielo sulla città è cupo, ma io mi sento rinvigorito, emozionato. «Dei baffi finti? Sei ubriaco?»
Entro nel suo ufficio e chiudo la porta. Ho le maniche rimboccate, la cravatta allentata e i miei capelli sembrano impazziti. Ho trascorso la maggior parte della mattinata a guardare e riguardare un mucchio di foto scattate dal mio investigatore privato. Una prova quasi indiscutibile dell’infedeltà del marito di una delle mie nuove clienti.
Ma il mondo si è fermato quando ho preso il telefono e ho visto le storie di Luna.
«So che non li stai indossando in questo momento, idiota. Non sono cieco.»
«Davvero? Perché mi sembri davvero impazzito.»
«È perché vado di fretta. Ce li hai questi baffi o no?»
Lucas si appoggia allo schienale della sedia e incrocia le braccia. «In quale universo pensi che io potrei avere dei baffi finti nel mio ufficio?»
«Cazzo» mormoro, con le mani sui fianchi. Sapevo che era improbabile, ma tentare non nuoce, no? «Hai un cappello e degli occhiali da sole?»
«Che diavolo hai in mente, Baxter? Se è illegale, non voglio averci niente a che fare.»
«Devo solo… pedinare una persona. Non preoccuparti, niente di grave. Però ho bisogno di un travestimento.»
«Pedinare una persona? Che fine ha fatto l’investigatore privato? Da quando in qua ti dedichi al lavoro sul campo?» Lucas si alza e si dirige verso il suo armadietto.
«Non è per lavoro.»
Si ferma e alza un sopracciglio. «Ha a che fare con quella Luna o col programma?»
«Può darsi» rispondo tutto rosso.
«Cristo, non dirmelo. Non lo voglio sapere.» Mi lancia un borsalino di feltro grigio con la striscia nera e un paio di occhiali da sole. Li prendo al volo entrambi. «Se ti arrestano, io non c’entro.»
Mi rigiro tra le mani il cappello e lo fisso. «Che cosa ci fai con un affare del genere? Non te l’ho mai visto in testa.»
«Ci sarà un motivo.»
«Dove l’hai preso?»
«Me l’ha comprato mia madre l’ultima volta che è venuta a New York. Pensava che fosse una città molto vintage e voleva che avessi un cappello all’antica. È appeso nel mio armadio da allora.»
Non è certo il momento di fare lo schizzinoso. Me lo metto in testa e me lo calco bene sul viso. «Che ne dici»?» chiedo con le mani sui fianchi. «Ti sembro diverso?»
«Eccome.» Lucas trattiene a stento una risata.
«Mi sta male?»
«Ammetto che di solito mi sento intimidito dal tuo aspetto quando usciamo insieme. Perciò credo davvero che dovresti iniziare a indossare questo borsalino più spesso. Ti rende molto meno temibile.»
«Grazie» rispondo con sarcasmo, prima di avviarmi verso la porta. «Ti chiamo se mi arrestano.»
«Io la cauzione non te la pago!» mi urla.
Mi imbatto in una fila di turisti in fila fuori dal Papaya Dog, smaniosi di fare il classico giro. Il mio ufficio si trova proprio accanto all’Empire State Building, il che significa che mi tocca combattere costantemente con folle di esseri umani dotati di macchina fotografica e occhi curiosi. Mi affretto per superare la fila e fermo subito un taxi, dando all’autista l’indirizzo di Cakes and Bakes, dove Luna si sta recando proprio in questo momento.
Partire dal centro mi dà un bel vantaggio. Supponendo che lei stia arrivando dall’Upper West Side, penso di poterla battere sul tempo. Così potrò pedinarla quando entrerà nel negozio.
So cosa state pensando: è tutto pronto per una catastrofe. Pedinare una ragazza in uno spazio piccolo non sembra per niente una buona idea, ma devo vedere cosa prenderà. E poi Cakes and Bakes non è così soffocante. È un negozio di forniture per pasticcieri. Ho controllato il sito ieri sera e ho capito perfettamente perché sta andando lì: hanno i migliori prodotti e strumenti per torte. Che è proprio quello che serve anche a me, visto che non ho nemmeno una teglia.
E sì, forse non passerò inosservato, ma almeno non sono riconoscibile. Posso nascondermi dietro qualche colonna o uno scaffale. Voglio dire, non l’ho mai fatto prima, ma non sarà così difficile.
Vado sul profilo Instagram di Luna e clicco sulle nuove storie. Merda, spero che non sia già arrivata.
C’è la foto di un gatto randagio sulla banchina della metropolitana. È seduto accanto a una ciotola contenente alcuni dollari. Il suo commento è: «Spero che ci si compri un bel cappello. Vi immaginate quanto sarebbe perfetta questa foto se il gatto avesse un basco e delle perline? E poi perché è così sfrontato?»
Cazzo, mi stavo chiedendo la stessa cosa. Dall’incontro alla tavola calda ho capito che vive nel mio stesso quartiere, quindi in questo momento dev’essere sulla metro 1 diretta verso Battery Park, dove si trova il negozio. Con ogni probabilità arriveremo insieme o quasi. Il che significa solo una cosa: dovrò entrare in scena nel momento stesso in cui scenderò dal taxi.
Con il cellulare in mano, continuo ad aggiornare Instagram per vedere dove si trova. Sono accanto all’entrata di Cakes and Bakes con un carrello della spesa. Sembro uno di quei tipi inquietanti che portano gli occhiali da sole anche al chiuso. Ho passato rapidamente in rassegna l’intero negozio e non l’ho vista. Non ho più staccato gli occhi dalla porta. Ho controllato l’app della metro per vedere se ci sono ritardi e sembra che tutto proceda più o meno come al solito – sì, sono passato al livello avanzato di stalking.
Ma ancora niente.
Pronto ad arrendermi e andarmene, mi infilo il telefono in tasca e, proprio in quel momento, Luna entra dalla porta.
Ha i capelli raccolti sulla testa in uno chignon, la stupenda curva del suo collo è in risalto. Indossa una tuta monopezzo blu scura e dei sandali molto casual. Si tira su gli occhiali da sole e fa un respiro profondo prima di sorridere. Sembra che sia appena entrata nella sua tana preferita.
Rilassata – è così che la descriverei mentre prende un carrello ed estrae dalla borsa un foglietto di carta. Gli dà un’occhiata, poi getta uno sguardo ai cartelli del negozio e si dirige verso la farina.
Cerca di passare inosservato, Alec. Puoi farcela.
Tenendomi a debita distanza, la pedino, cercando di apparire il più disinvolto possibile. Metto qualche prodotto nel carrello facendo attenzione a non perderla di vista. Prendo delle candeline. Non ho intenzione di comprarle, ma è per buttare un po’ di fumo negli occhi: sì, sto indossando degli occhiali da sole al chiuso, ma sono qui per comprare gli ingredienti di una torta di compleanno, quindi lasciatemi in pace.
Si ferma davanti alla farina. Lascio il carrello dalla parte opposta del corridoio e prendo una scatola di biscotti alla melassa dallo scaffale. Porto avanti la mia recita. Nella tasca posteriore ho una lista della spesa. So esattamente di cosa ho bisogno per le mie esercitazioni – mi alleno ogni sera da una settimana. Ma la vera domanda è: cosa sta comprando lei? Che ingredienti? Di quali marche? Perché posso anche attenermi perfettamente alle sue istruzioni, ma il risultato cambierà parecchio a seconda delle materie prime. È come quando hai la ricetta speciale di tua nonna e ti dice di aggiungere dello zucchero senza darti la misura. Che cazzo vuol dire un po’ di zucchero, nonna?
Mi trovo in una situazione simile, con l’unica differenza che sono in dubbio persino sugli ingredienti. Ci sono un milione di farine tra cui scegliere. Mi sta per esplodere la testa.
La guardo pubblicare una storia su Instagram. Dice che si trova nel negozio ed è molto emozionata; poi allunga la mano e afferra un sacchetto di farina con una confezione a quadratini bianchi e blu. Torna a guardare la lista e svolto l’angolo. Come un toro inferocito, mi libero dei biscotti, corro lungo la corsia della farina e afferro quella che ha preso lei. È per il pane… interessante. Vedete, è esattamente di questo che stavo parlando. Segreti. Fottuti segreti.
Ho fatto bene a mollare il lavoro per venire a pedinare Luna. Soddisfatto, tiro fuori la mia lista e spunto la voce “farina”.
*Risata malefica*
Sorrido, metto in tasca il foglietto e continuo.
Nei minuti successivi seguo la mia avversaria, riuscendo a passare inosservato grazie alla sua intensa concentrazione nella delicata opera di selezione.
Voce dopo voce, riempio il carrello, assolutamente inebriato dalla mia brillante idea. Sabato prossimo mi presenterò sul set con la mia migliore poker face e gli ingredienti perfetti e farò una torta eccezionale.
Una torta che farà impazzire Thad e gli mostrerà che faccio sul serio, oltre a lasciare a bocca aperta i giudici, i concorrenti, l’intero staff. Tutti vedranno che non sono solo un avvocato di successo, ma anche un esperto pasticciere.
Il presentatore col pizzetto di Ace of Cakes vorrà subito il mio numero.
Buddy Valastro, il boss delle torte, si chiederà dove mi sono nascosto finora.
Paul Hollywood in persona volerà fino in America per stringermi la mano prima ancora di assaggiare la mia creazione. Solo per il suo aspetto magnifico.
Sarò così preparato per sabato che… SBAM.
Imbattendomi in Luna, ho cercato di scappare e sono caduto. Il mio carrello si è scontrato col suo e sono finito addosso a uno scaffale di noci di macadamia. Continuano a precipitare a terra, in mezzo a un caos di estratti di vaniglia.
«Merda» dico sottovoce mentre piovono noci. «Sssh» sussurro ai barattoli, cercando di prenderli al volo prima che si schiantino sul pavimento. «Stai…»
«Non ti avevo visto. Scusa.»
Luna.
Merda. Merda. Merda.
Con la voce più profonda che riesco a tirar fuori, dico: «Ehm, nessun problema.»
«Che ci fanno le noci accanto agli estratti? Pessima scelta di allestimento, se posso dire la mia» fa lei, chinandosi per sistemare gli espositori.
«Sì, vero. Certo.» Tengo la testa bassa e cerco di darle le spalle, per quanto possibile. Per favore non riconoscere la mia schiena, per favore non riconoscere la mia schiena.
Perché non può essere ancora la stronza malvagia che mi ha abbaiato contro nelle ultime settimane? Perché si è trasformata in questa ragazza gentile che gioca con le mie noci?
Ehi, niente di sessuale. Le noci del negozio, non le mie. I miei testicoli sono al sicuro negli slip. Che diavolo ho in testa?
Sta solo raccogliendo le noci del negozio.
«Le palle del negozio» sussurro, solo Dio sa per quale ragione.
«Cosa?»
Cazzo. Datti una regolata, amico.
«Niente, ci penso io. Continua pure a fare shopping.»
«Be’, la colpa è di entrambi. Lascia che ti aiuti.» Fa per prendermi i barattoli dalle mani, ma io mi scanso e vado a sbattere contro lo scaffale degli estratti. Le confezioni barcollano un po’ sul bordo e io rimango a guardare inorridito, vedendole piombare a terra come le pedine di un domino.
Porca puttana.
Sento un rumore di vetri rotti e il liquido marrone scorre sul pavimento come un fiume di sangue, sancendo il decesso irrimediabile di ogni speranza di passare inosservato.
«Oh, santo cielo. Ehm, fammi andare a prendere…»
«Tutto bene?» chiede un impiegato, raggiungendoci nella corsia.
«Credo ci sarà bisogno di dare una pulita» risponde Luna. Riesce a stento a reprimere una risata. «Se mi portate uno straccio, faccio io.»
«Non c’è problema, mandiamo subito qualcuno. Basta che non toccate niente. Puliamo noi.»
«Grazie» fa lei con un tono così gentile che mi chiedo davvero se sia la stessa persona con cui ho trascorso gli ultimi fine settimana. Si volta di nuovo verso di me. «Se vuoi ti aiuto a mettere a posto gli oggetti che si sono salvati.»
«Ehm, hanno detto di non toccare nulla. Io, ehm, voglio queste noci. Sono mie» dichiaro stringendomi al petto almeno cinque confezioni.
«Oh… ok.» Luna sembra un po’ perplessa, ma poi indietreggia lentamente. Grazie a Dio.
Dà un’occhiata alla sua lista, poi allunga la mano e afferra un po’ di estratto di mandorle, mettendolo nel carrello. Senza pensarci due volte, ripeto il suo gesto.
Lei fa una pausa, si gira e guarda il mio carrello.
Cazzo.
Poi osserva il suo. Continua a saltare dall’uno all’altro finché non mi pianta di nuovo gli occhi addosso. Ho ancora le noci in mano. Rimango a testa bassa, come imbalsamato.
Fa un passo avanti. Ho la fronte imperlata di sudore.
Un altro passo. Mi si attorciglia lo stomaco.
Un altro. È così vicina che trattengo il fiato. Forse, solo forse, se rimarrò immobile, sarò in grado di scomparire. Ma non funziona. Prima che abbia il tempo anche solo di pensare di voltarmi e fuggire, mi strappa il cappello dalla testa e mi toglie gli occhiali.
«Alec.» Pronuncia il mio nome con profondissimo disgusto. Sta praticamente sputando.
«Chris, in realtà. Il mio nome è Chris» rispondo ancora con quell’assurda voce finta. Probabilmente non è stata una mossa intelligente, visto il mio falso account su Instagram.
«Cosa diavolo stai…?» Respira affannosamente. «Mi stai copiando? Mi stai…»
Si porta una mano alla fronte e spalanca gli occhi. «Oh mio Dio, sei tu ChrisEcrafts? Chris Evans crafts?»
Sono abbastanza sicuro di non potermi teletrasportare a questo punto, quindi… faccio lo gnorri. «Luna, sei tu? Wow, non mi aspettavo di vederti qui. Sono venuto a prendere la mia scorta settimanale di noci di macadamia. Non riesco a farne a meno.» Lancio i barattoli nel carrello e provo a spingerlo via. «Che coincidenza! Be’, ti lascio tornare a qualsiasi cosa tu stessi facendo. A presto!»
Cerco di allontanarmi, ma lei mi afferra il carrello, costringendomi a fermarmi. Per essere una donna così minuta, è maledettamente forte. Mi chiede a denti stretti: «Sei tu ChrisEcrafts?»
«Cosa? Pff, non so di cosa tu stia parlando. Sto solo cercando di prendere i miei ingredienti. Se vuole scusarmi, signora.» Mi è rimasta un’ultima voce sulla lista; decido di sfidare la sorte. «Mi chiedevo: se tu dovessi prendere dello zucchero a velo, che marca sceglieresti?»
Lei gesticola furiosamente. «Non ci posso credere. Mi stai copiando.»
«È un’accusa piuttosto pesante da fare senza alcuna prova.»
Appoggia un attimo a terra le noci e dà un’occhiata prima al mio carrello e poi al suo.
«Allora?» chiedo.
«Fammi vedere la tua lista.»
«No, è una cosa privata.» Mi allontano.
Lei fa una mossa assurda, una giravolta di quelle che si vedono solo su un campo da football, e prima che riesca a rendermi conto di cosa sta succedendo, la mia lista è già passata dalla tasca posteriore ai suoi polpastrelli. Il suo sguardo scivola lungo il foglietto. Cerco di riprendermelo, ma è troppo veloce.
Appena finisce di leggere, i suoi occhi mi trafiggono. «Mi stai copiando.»
«Non hai nessuna prova.»
Indica il foglio. «Qui c’è scritto “Non distrarti, attieniti alla lista, prendi quello che prende Luna”.»
Ehm, mi ero dimenticato di averlo scritto.
«Ho bevuto qualche bicchiere di troppo ieri sera. Non posso essere ritenuto responsabile di quello che ho scritto.»
Tende la mano. «Dammi il telefono.»
«Neanche per sogno.» Prima che possa fare un’altra delle sue mosse rotanti, indietreggio in direzione dello scaffale, facendo attenzione a non far cadere nulla stavolta. «Niente trucchetti.»
«Fammi vedere il tuo telefono.»
«No.»
«Alec, fammelo vedere.»
«Luna… no.»
«Perché ho ragione io: sei tu ChrisEcrafts.»
«Qui le opzioni sono due: o sei pazza…»
«Bene» dice lei estraendo il cellulare dalla borsa e digitando qualcosa in tutta fretta.
«Cosa stai facendo? Chiami la polizia? Per tua norma e regola, conosco delle persone al distretto. Sono amico degli sbirri, e non ho fatto niente…»
Tlin tlin.
Luna alza il telefono sorridendo, mostrandomi il messaggio che ha inviato a ChrisEcrafts. Il messaggio che è appena arrivato sul mio telefono.
Cazzo.
«Solo una coincidenza.»
Alza gli occhi al cielo e inizia a inviarmi un messaggio dopo l’altro, facendomi illuminare a ripetizione il cellulare.
«Okay, va bene. Basta.» Le blocco le braccia. «Sono io.»
«Lo sapevo» esclama come se avesse appena scoperto il più infame dei crimini di New York. «Lo strasapevo. Ieri sera, quando ho visto il nome, mi è sembrata una coincidenza troppo strana. Ma poi eri così femminile quando scrivevi che mi hai lasciato perplessa.» Ah, forse un po’ scaltro lo sono davvero. «Ma avevo ragione,» continua, «stai cercando di rubarmi le idee. Wow, Alec, sapevo che eri disperato ma non così tanto da ingannarmi…» Fa una pausa, come se le fosse venuto in mente qualcosa. «Oh mio Dio, il tuo profilo… stavi usando un profilo falso?»
«Non montarti la testa. Non sono uno stalker.»
Negare, negare, negare.
«Quindi mi stai dicendo che tutte quelle cose che hai postato le hai create tu?»
«Hai guardato il mio profilo?» chiedo con un sorriso. «Sono lusingato.»
Stringe gli occhi. «Devi avere qualche rotella fuori posto. Non posso credere che tu sia caduto così in basso. Be’, in realtà non dovrei faticare a crederci, visto il tuo record di sconfitte. Tutto questo è patetico, Alec, davvero patetico.»
Fisso il suo volto sprezzante. Non credo di essermi mai sentito peggio di così. È vero, è patetico.
È patetico che io abbia creato un profilo falso per pedinare la mia avversaria in un programma sui matrimoni, solo per poter dire a me stesso che sto davvero provando ad aggiustare il mio rapporto con Thad.
È patetico che ci abbia messo così tanto a capire che il nostro legame aveva bisogno di essere rinsaldato.
Ed è patetico che l’unico modo che mi sia venuto in mente sia stalkerare un’altra concorrente.
Lei si gira.
«Sono alla frutta» sbotto in tutta onestà, riportando la conversazione al punto di partenza. Lei si ferma e si volta verso di me. «Il mio rapporto con mio fratello è praticamente finito. Lo conosco a malapena, conosco a malapena sua moglie e, se non sistemo le cose tra noi, so che non avrò mai un rapporto col mio futuro nipote.» Lei non se ne va, quindi continuo a parlare, massaggiandomi il collo con una mano.
«Questo programma è importante per lui, e io lo sto deludendo. È venuto da me perché sono il suo eroe, la persona che l’ha sempre protetto. E io l’ho deluso, ancora e ancora. Ogni weekend che passa lo deludo di più.» Mi stringo il collo sempre più forte mentre guardo Luna dritto negli occhi.
«Non voglio più deluderlo.»
Osservo l’indecisione nel suo sguardo, la guerra che sta combattendo con se stessa. Restare o andarsene? Il corpo le dice di fuggire – ha già un piede nella direzione giusta – mentre la sua mente o, chi lo sa?, il suo cuore, la tiene saldamente al suo posto.
«Lo so che questo non è un tuo problema e mi dispiace di essere venuto fin qui e di aver creato quel profilo falso. Lo so che è sbagliato, ma come hai sottolineato tu, sono patetico, ma quando si è disperati si può fare qualsiasi cosa.»
Lei continua a non rispondere, si limita a fissarmi come se non riuscisse a capire cosa stia succedendo. Accidenti, non lo so nemmeno io, Luna.
Gli impiegati del negozio vengono a ripulire il pavimento dalla vaniglia e tra noi cala un lungo silenzio. L’imbarazzo prende il sopravvento e, con un sospiro, afferro il carrello e inizio ad allontanarmi.
Sto per svoltare l’angolo quando lei mi urla dietro: «Aspetta.»
Mi guardo alle spalle. «Va bene qualsiasi tipo di zucchero a velo» mi fa. «Assicurati solo di setacciarlo per bene, in modo che non si vedano i pezzi quando lo monti nella glassa.»
Mi sento invadere da una ventata di aria fresca e i miei polmoni si gonfiano per il sollievo. La guardo e sorrido. «Grazie.»
Poi giro l’angolo, prendo un po’ di zucchero a velo e spingo il carrello fino alla cassa, con le noci di macadamia e tutto il resto.