CAPITOLO 9
Era come se l’oscurità sapesse quando lei era sola e maggiormente indifesa. Come qualche viscida bestia aspettava nell’oscurità che la sua preda abbassasse la sua guardia, s’insinuava attraversi i canali delle visioni e prendeva il controllo dei suoi sensi. A poi “lui” la forzava a guardare cose che non si sarebbero potute fermare se lui non fosse stato fermato. Sangue, cosi tanto sangue sulle sue mani, sui suoi capelli, sulla sua pelle. La pallida fragilità della sua mano era quasi invisibile sotto il pesante, oscuro stato – aspetta. Lui era più di questo, decenni in più di esperienza rispetto al ragazzo snello ricoperto di sangue. Ma era la stessa oscurità, lo stesso male. Lei aveva capito quello che stava vedendo, anche se questo non le era quasi mai accaduto.
Un’inaspettata espressione dell’abilità di veggente si stava rivelando, l’abilità di vedere il passato. Gli F-Psy che vedeva prevalentemente il passato erano molto, molto rari. Faith non riusciva a ricordarne nessuno negli ultimi cinquant’anni. Quando apparivano, tendevano a primeggiare nella polizia. Ma i più attivi F-Psy di solito avevano uno o due flashback in un anno. Nel suo caso, lei catturava innocue immagini connesse con il futuro che stava tentando di intravedere.
Non era mai stata così coperta di sangue da essere appiccicosa, l’intenso odore metallico si percepiva in ogni respiro. Le sue sopracciglia si erano incrostate con il fluido essiccato ed il sangue sotto le sue unghie era cosi scuro che era quasi nero. L’impronta dei suoi piedi stava iniziando a restare mentre il sangue si congelava sul pavimento. Il coltello che lei aveva usato era in una mano. Quando lei lo alzò, la luce da una torcia brillò, riflessa.
Una torcia?
Girandosi, lei si ritrovò circondata da una dozzina si uomini tutti in nero. La visione si interruppe in un lampo e l’attimo dopo lei aprì i suoi occhi, lei era confinata in una stanza tutta bianca. La sete di sangue sbraitava nelle sue vene e lei realizzò che era più vecchia, più vecchia di un anno. Ed era affamata. Cosi affamata. Di prede umane.
Un’altra violenta scossa lungo la linea temporale. Lei era ancora una volta con gli uomini tutti in nero. La liberarono all’inizio di un labirinto e lei iniziò a cacciare. La paura che sentiva nella sua preda la attirava come una droga. Lei corse a grandi passi, sapendo che loro potevano aver scelto un succulento sacrificio. Lo facevano sempre.
La sua mano afferrò il coltello. Lei osservò la nuca vulnerabile della ragazza che aveva scorto sul terreno duro. Un sorriso ruppe l’attesa sul suo volto. Questo poteva essere molto divertente.
No!
Faith si sganciò dalla visione così violentemente che cadde sul pavimento. Raggomitolata nella posizione fetale, lei tentava di soffocare i suoi lamenti, tentava di togliere la macchia di sangue dal suo cervello. Per quei lunghi momenti lei era diventata il killer, diventata il grande male che aveva preso la vita di sua sorella. Questo fu quello che l’aveva riportata in sé, la consapevolezza che se lei lo lasciava continuare, lei avrebbe potuto sentire esattamente le sue mani stringersi intorno alla gola di sua sorella.
La console delle comunicazioni sul comodino squillò. Loro l’aveva sicuramente sentita cadere. I sensori esterni erano molto sensibili e lei aveva fatto un rumore molto intenso. Forzandosi ad alzarsi, rispose senza visualizzatore. – Ho inciampato su qualcosa. –
– Sei ferita? –
– No. Sto bene. Per piacere non disturbarmi fino a domattina. –
Lei bloccò la comunicazione con quella nuda affermazione, consapevole che la sua maschera vocale era sul punto di rompersi. La sua voce voleva tremare, voleva piangere.
Il secondo passo sull’inevitabile strada della pazzia degli F-Psy.
Doveva uscire da questa struttura claustrofobica. Ma non poteva lasciarla. Non adesso. Tutti erano troppo consapevoli della sua insonnia, potevano anche tentare di contattarla di nuovo nonostante i suoi ordini. L’esigenza di fuggire era così forte, si sentiva come se la sua pelle fosse stata tirata fino ad essere sul punto di esplodere.
Lei non poteva soddisfare quel desiderio, non poteva scappare, non poteva uscire dirigendosi verso la salvezza ed il brillio notturno degli occhi di un predatore così letale che lei non avrebbe dovuto pensare a lui contemporaneamente alla parola salvezza. Lui era fuori dalla sua portata comunque, lei era prigioniere in questo posto che tutti chiamavano la sua casa.
Un giorno sarebbe diventata la sua tomba?
Rabbrividendo al pensiero morboso, si gettò sul letto e rimase li, fissando il soffitto, ed i ricordi di sangue e orrore come suoi unici compagni.
E nonostante si rifiutasse di ammetterlo lei sentiva tutto, la solitudine aveva afferrato il suo cuore.
Male.
Faith si svegliò nell’istante in cui qualcuno soffiò leggermente sul suo collo. Il suo cuore accelerò i suoi battiti. Conosceva quell’odore mascolino, ma la sua presenza qui era impossibile. Pensando che fosse un’illusione della sua mente stressata, aprì i suoi occhi e si ritrovò a fissare la faccia di un giaguaro umano. Lui era sdraiato accanto a lei, con la testa appoggiata su una mano.
– Che cosa stai facendo nel mio letto? – chiese lei, troppo sorpresa per soppesare la questione.
– Volevo solo sapere se potevo farlo. – Lui aveva lasciato i capelli sciolti e questi ricadevano sulle sue spalle come un onda ambra-oro che brillava, nonostante la sola luce provenisse da una piccola lampada da notte.
Quella piccola lampada di solito l’aiutava a segnare la linea tra veglia e sonno, ma per il momento non era dove l’aveva messa. Sollevando una mano, lei gli toccò i capelli. Ciocche calde scorrevano sotto le sue dita. L’inattesa scossa di una sensazione le aveva fatto ritirare la sua mano.
– Sei reale. –
Una piccola curvatura delle sue labbra.
– Sei sicura? – Lui sfiorò con un bacio la sua bocca.
Fu il più fugace dei tocchi ma si sentì bruciare.
– Sei sicuramente reale. – Un’ accusa.
Lui rise, per niente pentito.
– Non fare nessun rumore forte, – lo avvisò. – Questa stanza ed il mio bagno sono privati ma tutto il resto è monitorato. Tu hai… ? –
– Loro non sanno che sono qui. – Lui diede un occhiata al tetto, ed al lucernario che nessuno sarebbe stato in grado di aprire. – Gli Psy non monitorano il pericolo dall’alto. –
Lei non poteva immaginarsi come lui ci era riuscito, ma quello non l’aveva sorpresa – lui era un felino, dopo tutto.
– Ti ha mandato Sascha? –
– Sascha pensa che ti mangerei se ne avessi la possibilità. –
– Lo farai? – Lei non era sicura di Vaughn, né del giaguaro che vagava nell’oscurità dietro la bellezza dei suoi occhi.
Un dito le accarezzò il viso e lei si forzò a non muoversi. Lei era forte e avrebbe superato questo blocco. Le sue dita formicolavano per il ricordo sensoriale dei capelli di Vaughn e lei si chiedeva come le sarebbe sembrata la sua pelle.
– Vieni più vicino e scoprilo. – La sua voce era diventata roca, ma non c’era nulla di minaccioso in essa. Era quasi ...
Lei cercò nel dizionario della sua mente e trovò la risposta.
– Tu stai tentando di persuadermi. – Nessuno prima aveva fatto una cosa simile. Loro avevano domandato, ordinato, chiesto con termini ruffiani, ma mai nessuno l’aveva persuasa.
Lui le si avvicinò di più, anche se lei non aveva notato il suo movimento. Ma lui rimase sopra le lenzuola mentre lei era sdraiata sotto. Perché allora lei poteva sentire il calore del suo corpo, quasi come se lui fosse più caldo di lei?
– Forse. –
Ci mise un secondo per ricordare la sua domanda.
– Perché? – Le sue mani si trovavano sopra le lenzuola, ad un soffio dalla pelle nuda del suo petto. I suoi occhi si spalancarono. – Sei nudo? –
– A meno che tu non abbia dei vestiti da darmi, si. – Lui sembrava fin troppo a suo agio in quelle condizioni.
– Tu non puoi entrare nella stanza da letto di una donna nudo. – Quello non era un comportamento accettabile in nessuna razza.
– Io ero vestito quando sono entrato… nella mia pelliccia. – Lui aveva tutti gli occhi dorati e la pelle lucente, un maschio cosi bello che lei si immaginava la sua esistenza nel suo stesso mondo.
– Posso ritrasformarmi se lo desideri. –
Era una sfida.
– Bene. – Lei non aveva intenzione di lasciargli pensare che poteva passarla liscia qualsiasi cosa facesse.
– Sei sicura di volere un giaguaro nella tua stanza? –
– Penso di averne già uno. – Ma qualcosa in lei voleva vedere la trasformazione, lo stesso qualcosa che sapeva che Vaughn era bellissimo, anche se lei non avrebbe dovuto avere la capacità di riconoscere la bellezza maschile.
– Non muoverti, Rossa. –
Il mondo si trasformò in un arcobaleno, riflessi luminosi la circondavano. Lei si immobilizzò a quella vista assolutamente inaspettata. Aveva pensato che il cambiamento sarebbe stato doloroso per lui, non aveva veramente previsto di farglielo fare. Ma nulla in esso parlava di dolore, solo di soggezione.
Un istante dopo, il luccichio era svanito e lei si ritrovò sdraiata a fianco ad un giaguaro che aveva denti molto aguzzi e gli occhi esattamente uguali a quelli dell’uomo che aveva occupato quel posto qualche momento prima. Ma era meglio stare in guardia con qualcosa di cosi letale.
Il giaguaro aprì la sua bocca e ruggì quasi sotto il raggio di azione del suo udito.
– Era quella la risposta? – lei azzardò. – Perché io non parlo giaguarese. – Da dove era arrivato quello? Era un’affermazione completamente illogica, era ovvio che non parlasse il giaguarese.
Il giaguaro abbassò la testa e strofinò il muso sulla sua gola. Il cuore di lei minacciava di strappare la sua pelle ed uscire all’esterno.
– Io sono più forte di così, – sussurrò lei, e si forzò di sollevare la mano all’altezza della testa del giaguaro fino a che le sue dita si chiusero sulla pelliccia del suo collo. Lo strattonò. Lui rifiutò di muoversi. Lei lo strattonò di nuovo, più forte. Un ruggito che vibrò nelle sue ossa.
– Fermati, Vaughn. –
Senza preavviso, la pelliccia sparì da sotto le sue mani, l’incredibile morbidezza brillò in un arcobaleno di scintille luminose che terminò con un uomo nudo su di lei. La sua mano adesso stava stringendo un ciuffo di capelli biondo-dorati. – Così vuoi toccare il felino, ma non l’uomo? –
– Stavo tentando di farti spostare. – Lei non lasciò i suoi capelli, scoprì che non ci riusciva. Il suo odore era ovunque nell’aria, la sua pelle dorata vicina abbastanza da toccarlo, il suo sorriso semplicemente felino.
– Dove ti piacerebbe che mi muovessi, tesoruccio? –
Lei sapeva che lui aveva aggiunto il vezzeggiativo di proposito.
– Lontano da me. –
– Sei sicura? – Il suo sorriso divenne malizioso. – Se mi muovo, tu potresti vedere più di quello che ti aspetteresti. –
– So che questo tipo di comportamento non è accettato dai leopardi. – Tecnicamente parlando, non sapeva niente di questo. Le sembrava semplicemente che dovesse essere così. – Ti piacerebbe se un maschio sconosciuto entrasse in camera di tua sorella in questa maniera? –
Tutto il divertimento era improvvisamente sparito dal volto di Vaughn. Lui rimase immobile, talmente immobile che era come se fosse diventato una pietra. La parte di lei che aveva avuto un considerevole stimolo intellettuale derivante dal suo diventare silenzioso, era cosciente che aveva risvegliato qualcosa di molto pericoloso.
– Lascia i miei capelli, Faith. E chiudi gli occhi. Nell’istante in cui li riaprirai, io me ne sarò andato. –
Lei aveva trascorso i precedenti minuti tentando di convincerlo ad andarsene e adesso che lui era d’accordo, si ritrovò a pensare che non voleva che se ne andasse. Per la prima volta, lei era con qualcuno che era venuto per vederla. Solo lei. Non Faith NightStar la F-Psy, ma Faith, la parte individuale del suo dono.
– Mi dispiace, – disse lei, esitante. Non sapeva nulla dell’interazione changeling, ma aveva capito che l’aveva ferito. Era stato parte del suo allenamento imparare a riconoscere le emozioni in modo da bandirle. Questo era il perché lei sapeva. Non aveva niente a che fare con la strana sensazione nelle vicinanze del suo cuore.
– Se ti ho offeso, scusami. Io intendevo….giocare. –
Vaughn era stato completamente disarmato da quell’ultima parola. I suoi muscoli si rilassarono senza il suo controllo senziente.
– Hai cambiato idea, Rossa? –
– Non ne sono sicura. – Lei lasciò la sua presa sui suoi capelli, ma poi iniziò ad accarezzarli. – Sei diverso da tutto quello che io ho mai sperimentato. Le norme non comprendono situazioni come questa. –
– Norme? –
– Le norme del Silenzio. – Le sue dita accarezzavano la pelle delle sue spalle. Si allontanò come se si fosse scottata, lasciando cadere la mano sul cuscino.
– Perché la mia domanda ti ha offeso? –
Vaughn non parlava del suo passato con nessuno, ma si ritrovò a rispondere a Faith, era quasi un desiderio irresistibile, quello che nessun uomo o bestia poteva combattere.
– Mia sorella morì quando avevo dieci anni. –
Skye era stata cosi fragile, cosi debole a sette anni che non era stata in grado di sopravvivere neanche in forma di giaguaro.
Lui le procurava il cibo, donandole tutto ciò che aveva, ma Skye aveva dovuto affrontare l’istante in cui realizzò che i loro genitori non erano tornati a riprenderli. Fu come se la sua anima fosse volata via e nulla di ciò che lui aveva fatto era riuscito a portarla indietro. Lei aveva smesso si mangiare, smesso di bere, e dopo poco, aveva smesso anche di respirare.
Vaughn era quasi morto allora, anche perché Skye aveva vissuto nel suo cuore come nessun altro. Lei gli gironzolava intorno da prima che potesse camminare, un costante ronzio di attività ed energia. Lui odiava i suoi genitori a più non posso, ma non era perché lo avevano abbandonato. No, era perché avevano spezzato il cuore di Skye.
– Non posso capire cosa lei significasse per te, – disse Faith, la sua voce possedeva una tranquilla dolcezza che lui non si sarebbe mai potuto aspettare da uno degli Psy, – ma lo posso supporre. Hai pianto per lei. –
– Hai pianto per Marine? –
Le luci argentate nei suoi occhi si affievolirono fino a che non divennero echi soffocati nell’oscurità.
– Gli Psy non piangono per i lutti. Piangere richiede sentimenti. –
– E tu non provi nulla. –
– No. –
– Sei sicura? – Abbassando la sua testa, lui morse il suo lobo dell’orecchio con i denti appuntiti e bloccò il grido che aveva causato con il palmo della sua mano.
– Che cosa stai facendo? – sussurrò lei, allontanando la sua mano.
– Il tuo corpo sente, Faith. Il tuo corpo ha fame. – Lui parlò nel suo orecchio. – Il corpo e la mente non possono essere così lontani. Possono? –
Lei non rispose. Lui ascoltò il rapido battito del suo cuore e seppe che l’aveva spinta troppo lontano. Ma non era lontano abbastanza. Doveva andare più lontano, doveva capire di più. Era categorico. Il giaguaro sapeva il perché, ma l’uomo non era pronto ad ascoltare.
– E la risposta alla tua domanda è che se dovessi trovare uno strano uomo nudo nel letto di mia sorella, gli avrei strappato le budella. – Fece scorrere le sue labbra sul collo di lei ed assaggiò il suo pulsare furioso prima sollevare la testa per guardarla in viso.
– Farò lo stesso con ogni altro uomo che dovessi trovare nel tuo letto. –
Faith sbatté gli occhi e quando li riaprì, Vaughn era un’ombra che scivolava contro il cielo. Ma nulla poteva cancellare il suo odore dalle lenzuola, dalla sua pelle. La sensazione delle sue labbra contro la pelle improvvisamente diventata sensibile del suo collo le faceva stringere le mani in uno sforzo per riprendere il controllo quando sembrava non averne. Come poteva farle questo? Come?
La sua forza era nel Silenzio, nel trattenere le sue emozioni in una morsa. Se si fosse lasciata andare, a quali altre sensazioni avrebbe potuto introdurla il suo giaguaro?
Il suo cervello si ribellò, insistendo sul mostrarle immagini del viso senza labbra e gli occhi rabbiosi di sua zia. Era il più diretto dei ricordi, doveva riacquistare il controllo della sua psiche mal funzionante oppure le visioni l’avrebbe travolta come stavano tentando di fare anche adesso.
La cosa logica sarebbe stata andare dagli M-Psy, ammettere che il suo condizionamento si stava rompendo, e chiedere di essere ricondizionata.
Ma loro le avrebbero dato quello che voleva, oppure lo avrebbero usato come scusa per portarla in qualche posto sicuro, un luogo da cui lei poteva fare le predizioni senza causargli nessuno degli inconvenienti che adesso stava causando chiedendo momenti occasionali di privacy?
Non importava ciò che gli M-Psy avrebbero fatto, perché lei non aveva intenzione di rivolgersi a loro. Aveva intenzione di fare una scelta dove non c’era nessuna scelta; aveva intenzione di agire in un modo che avrebbe potuto lasciare la porta aperta alla follia più grande da cui voleva scappare. Quella strana, sconosciuta parte di lei che si stava risvegliando non voleva smettere di essere affascinata dal giaguaro che la toccava come se lei gli appartenesse, come se lei gli avesse già risposto si ad ogni sua richiesta.
Attenta, Faith. Era un sussurro senza suono. Lui non si fermerà quando glielo chiederai. Perché lui non era uno Psy, non era qualcuno che avrebbe eseguito ogni suo ordine, non era un uomo che avrebbe eseguito tutti i suoi ordini se non avesse voluto.
E di certo lei non aveva intenzione di mantenersi a distanza.
Quale migliore prova c’era dell’avvicinarsi del suo declino?
Vaughn entrò nella sua profonda tana nella foresta ad est del rifugio di Lucas e camminò con passo felpato sulla strada di pietra naturale che conduceva, infine, alla vera entrata. La sua casa si raggiungeva attraverso un sistema di caverne labirintiche che agivano come la sua difesa primaria. Il suo spazio vitale era al centro del nucleo, intensamente illuminato durante il giorno da un uso intelligente di diverse aperture naturali e specchi a bassa tecnologia.
Dall’alto, la sua tana non sembrava essere niente di diverso da una collina in procinto di essere ricoperta dalla foresta. Fin’ora, nessuno era incappato su di essa né per errore né intenzionalmente. Solo i suoi amici più intimi conoscevano il luogo in cui viveva e come evitare le trappole nelle altre caverne.
Quelli che non sapevano … beh, i giaguari non erano famosi per la loro tenerezza.
Raggiungendo il nucleo, camminò con passo felpato attraverso il soggiorno fino alla sua stanza da letto, dove si ritrasformò in forma umana. Nudo, allungò le braccia sopra la testa prima di avviarsi verso la doccia, che sembrava una cascata che cadeva dal muro di pietra. Aveva impiegato ore per creare quell’illusione perché la sua bestia non era felice in nessun posto che sembrava troppo umano, troppo civilizzato.
Ma sia l’ uomo che il giaguaro si godevano la sensazione ed il piacere. E l’ acqua. Così la sua casa aveva una cascata, oltre a lussureggianti tappeti che aveva collezionato in anni e anni, sui quali le sue zampe o i suoi piedi non facevano nessun rumore. Le mura erano ricoperte con arazzi fatti a mano più belli di quelli che si vedevano in molti musei. Non erano solo oggetti di rara bellezza: loro agivano in modo da contenere il calore in inverno, quando lui usava gli eco-generatori per scaldare l’ acqua nelle molte tubature che correvano per tutta la sua casa. Quel calore diventava particolarmente utile quelle volte che lavorava anche la notte su un pezzo che richiedeva contatto continuo con gli scalpelli freddi e i bordi difficili.
Le sue poltrone erano comode, il suo letto abbastanza grande da sdraiarsi, e più che abbastanza grande da intrattenere un’amante, non importava di quanta energia disponesse. Ma non aveva ancora mai portato una donna li. Eppure, oggi, poteva immaginare i capelli rosso scuri sul cuscino, il corpo cremoso sulla pesante coperta. Faith sarebbe sembrata come un gioiello esotico posato su un letto con il miglior velluto nero.
Un ruggito gli salì in gola per l’eccitazione che lo catturò in una stretta spirale e lo scosse pesantemente. Avrebbe potuto alleviare il suo dolore, ma non voleva farlo. Voleva la Psy al punto che poteva sentire ancora il suo odore sulla sua pelle. L’uomo consigliava cautela, dicendogli di aspettare di essere certo che lei non stava giocando con la sua mente, che non era una spia inviata dal Consiglio per danneggiare il DarkRiver dall’interno, ma il felino viveva d’istinto e gli diceva che Faith doveva essere sua.
Per la maggior parte dei changeling, la metà umana avrebbe probabilmente vinto. Ma la metà animale di Vaughn era più forte di quella di molti altri. Uscito da sotto la cascata, fece un profondo respiro. L’aria avrebbe dovuto profumare di terra e di foresta, invece conteneva provocanti accenni di fuoco e di donna.
Scostandosi i capelli dagli occhi, rimase li in piedi e considerò la sua prossima mossa. Faith aveva percorso molta strada dal loro primo incontro. Lei poteva sopportare piccoli tocchi, non era svenuta per i suoi baci fugaci, aveva reagito alla sua nudità nello stesso modo in cui ogni altra donna avrebbe reagito. Lui sorrise al ricordo. Faith non era fredda, non importava quanto tentasse di fingere diversamente.
Ma tutto questo non negava il fatto che era molto lontana dall’accettare il tipo di tocco che il felino desiderava. Lui voleva leccarla dalla testa alla punta dei piedi, con prolungate soste nelle soffici parti femminili che lo attraevano come una droga. Comunque, nel momento in cui le avesse chiesto più di quanto la sua mente fosse in grado di gestire, rischiava di perderla. E questo era inaccettabile. Cosi, cosa doveva fare lui?
– Un passo alla volta, – mormorò a bassa voce, il suo corpo teso per l’aspettativa. Faith NightStar stava per essere cacciata. Lui non aveva nessuna intenzione di ferirla e tutta l’intenzione di rompere i muri sensuali che li separavano. Nel momento in cui avesse finito, Faith sarebbe stata schiava della fame del suo corpo, il suo cuore di donna che urlava per lui.
Ci sarebbe voluta pazienza, ma Vaughn era solito perseguitare la preda senza pausa per ore, giorni… settimane.